A testa alta Loris, gestore di una sala slot, scrive al senatore Crimi (M5S).

“Egregio On. Vito Crimi le scrivo in qualità di Gestore di una Sala Slot. Le anticipo, prima che si possano formulare eventuali giudizi affrettati, che ho scelto questo lavoro scientemente essendo io laureato e avendo la possibilità di fare anche altro nella vita. Quindi mi rivolgo a Lei in qualità di ‘operatore consapevole’ del settore che qui rappresento. Mi permetto di rivolgermi a Lei in risposta alle sue affermazioni estremamente critiche uscite a più riprese sui social e riportate anche dagli organi di stampa, esternazioni pregne di evidenti connotazioni moralistiche, circa il nostro comparto lavorativo. Innanzitutto ci tengo a sottolineare che il nostro settore opera nella piena legalità ed è regolamentato rigidamente da una miriade di norme, quindi agiamo sotto lo stretto controllo di organi che fanno riferimento allo Stato. Ci tengo inoltre a far presente, ma questo visto il ruolo che ricopre non dovrei certo farglielo notare io, che la maggior parte degli introiti provenienti dal nostro settore finisce direttamente nelle casse del MEF; si tratta di una cospicua fetta di quegli introiti erariali che servono a sostenere l’esasperante spesa pubblica dello Stato, che servono a pagare pensioni, sanità, forze dell’ordine, in breve a far girare l’apparato pubblico e anche a pagare i vostri lauti, spropositati, e spesso immeritati emolumenti. Faccio inoltre presente che di tutto il flusso di denaro che viene raccolto da esercizi come i nostri nelle tasche dei Gestori rimane una parte davvero residuale con la quale ci impegniamo a garantire occupazione ai nostri collaboratori e a pagare la mole eccessiva di tasse e balzelli ai quali siamo costretti.

Colgo l’occasione per ricordale che da diversi anni a questa parte il nostro settore è stato vessato da norme sempre più stringenti e rigide incidendo in modo negativo sia sui reali introiti degli esercenti sia sulle probabilità di vincita degli avventori. In questo modo si è cercato di dar adito, a suon di provvedimenti faziosi, a quei pregiudizi etici con i quali molti politici, e Lei non fa eccezione, hanno sempre maneggiato la nostra ‘materia’. Volendo toccare questo tasto dolente Le faccio presente che additare un intero settore, sottoporlo in ogni occasione ad una gogna mediatica, legiferare a suo totale detrimento ma nello stesso tempo godere a pieno titolo degli introiti considerati ‘indegni’ dello stesso è più di quanto ipocrita un politico possa mai fare. O si ha il coraggio di mettere ‘fuori legge’ un intero settore (accettandone però i disastri economici che ne deriverebbero sia in termini di occupazione diretta e indiretta sia in termini di mancate entrate erariali) oppure si deve opportunamente supportare il settore monitorandolo e facendo in modo di evitare ogni possibile danno collaterale. Vi accanite contro il ‘gioco lecito’, (che per ignoranza o malafede definite ‘gioco d’azzardo’) normato e riconosciuto da quello Stato che tanto vi vantate di rappresentare e tutelare, ma così facendo rischiate, vostro malgrado, di facilitare la strada al dilagare del gioco illecito. Perché, ed è inutile negarlo, chi vuol giocare troverà sempre il modo di farlo, senza per questo volermi necessariamente rifare all’arcaico motto di Giovenale: “Panem et circenses”.

Utilizzate la bandiera della lotta alla Ludopatia ma non vi siete curati, nella gestione di questa crisi, di limitare ad esempio l’operatività di chi vende tabacco (i tabacchini non hanno subito la stessa battuta d’arresto che a noi invece avete imposto) equiparandoli de facto ad esercizi che vendevano generi di prima necessità e, voi m’insegnate, che la dipendenza e i danni da ‘fumo’ sono di gran lunga superiori (e questo è documentato dalle vostre stesse fonti ufficiali) a quelli eventuali del Gioco. Ci terrei ad evidenziare che nonostante tutto chi opera nel nostro settore è formato per riconoscere e gestire, di concerto con le autorità preposte, eventuali casi evidenti di Ludopatia e che questa piaga sociale rappresenta per noi stessi una sconfitta andando inoltre contro il nostro stesso (ma anche il vostro) interesse commerciale: un cliente afflitto da Ludopatia conclamata è, in concreto, un cliente perso. E’ come un alcolizzato cronico che necessita di ricovero per gli esercizi che vendono alcolici. A proposito di alcolici: tutta la foga con la quale vi scagliate contro il nostro settore non riuscite a metterla in campo contro un’altra tipologia di dipendenza, quella dall’alcol che, anche in questo caso Lei m’insegna, è di gran lunga più diffusa, pericolosa e mortale della Ludopatia. Non parliamo poi delle dipendenza da sostanze stupefacenti che, alcuni dei vostri esimi colleghi, vorrebbero pure legalizzare operando distinzioni capziose tra droghe leggere e droghe pesanti. In breve (e può verificarlo tranquillamente con i dati ISTAT) la Ludopatia si attesta all’ottavo posto in Italia tra le varie dipendenze patologiche dopo il fumo (con circa 10.500.000 soggetti dipendenti), l’alcol (con 8.265.000), la dipendenza da social (6.200.000), le droghe (circa 4.000.000 di soggetti dipendenti), la dipendenza da ‘smartphone’ (3.500.000), lo shopping compulsivo (2.750.000 persone) e la dipendenza da pornografia (1.500.000 soggetti dipendenti). La Ludopatia appunto si attesta all’ottavo posto (basandoci su dati ufficiali e non su opinioni) con poco meno di 1.500.000 persone. Su queste ultime però esiste anche un rapporto dell’Istituto superiore di sanità che dice che sono persone che giocano ‘normalmente’ ovvero ‘abitudinariamente’ e quindi non necessariamente tutti casi patologici. Ecco: tutto ciò premesso sarebbe quindi opportuno trattare l’argomento non con gli strumenti di un etica parziale più interessata al facile consenso che al bene comune, bensì con quel maturo e assennato pragmatismo con il quale chi si propone di guidare un Paese dovrebbe affrontare ogni questione seria.

E la questione è più seria di quello che, temo, venga considerata: il nostro settore da occupazione ad un numeroso esercito di addetti, gestori, collaboratori; muove un’economia diretta di notevole rilevanza per lo Stato, inoltre attiva anche un’economia parallela e complementare, quella relativa alle forniture dei bar delle nostre sale, dei tecnici e dei professionisti che ci aiutano a mettere in campo ed aggiornare tutte le necessarie strutture burocratiche e organizzative, gli addetti alla sicurezza, le banche stesse. Il nostro mestiere non si discosta molto da quello di altri esercizi avendo come primo interesse il cliente, la sua cura, la sua vicinanza. In una sala come la nostra il cliente viene accolto, accompagnato, supportato, si instaurano relazioni spesso ancor più profonde e delicate di quelle che possono crearsi nei semplici bar o nei negozi. La relazione è alla base del nostro lavoro. Un cliente che desidera ‘giocare’ potrebbe farlo tranquillamente da casa seduto sul suo divano con il suo PC o il suo smartphone. Anche perché il gioco on line non sembra essere ‘sotto attacco’ così come invece ci sentiamo noi che operiamo nelle sale. Ed invece il cliente viene da noi perché trova delle persone che gli tendono la mano, con le quali spesso confidarsi, grazie alle quali trascorrere momenti di spensieratezza. E noi rispettiamo la loro privacy e le loro esigenze più di quanto venga fatto altrove. Noi siamo a completa disposizione delle loro necessità senza mai invadere i loro spazi, siamo presenze discrete ma sulle quali i nostri clienti possono sempre contare. E non possiamo accettare che un lavoro legale, dignitoso, impegnativo e affatto semplice, un lavoro che dà da mangiare a centinaia di migliaia di famiglie Italiane, venga continuamente esposto a pubblico ludibrio e ostacolato senza conoscerne approfonditamente le sfaccettature e le dinamiche, per dei meri pregiudizi morali che, come ho chiarito prima, sembrano valere solo per ‘noi’ e non per altri.

E quando Lei, Onorevole, afferma che “noi ci arricchiamo sulle debolezze della gente” fa una affermazione improvvida, per certi versi offensiva della dignità del nostro lavoro e, mi consenta, del tutto gratuita. Chi trae il maggior profitto dal gioco lecito è proprio lo Stato. E di questo Lei o non ne ha cognizione, e questo sarebbe grave visto il ruolo che ricopre, o lo sa benissimo e, questo sarebbe ancora peggio, omette sistematicamente di evidenziarlo. Se davvero questa è la logica del ragionamento che sta dietro le sue esternazioni, la logica della tutela della salute pubblica, dovrebbe avere il coraggio di dire che chi vende alcolici campa sull’alcolismo, chi vende tabacchi trae profitto dalla mortalità riconosciuta al tabagismo, chi offre più in generale servizi di intrattenimento vive sfruttando i vani vezzi della popolazione, infine chi fa politica campa sulla credulità e ingenuità media della popolazione. Come può ben vedere se applichiamo questa logica dovrebbe combattere tutto ciò che non sia strettamente legato ai beni di prima necessità.

Ma così ovviamente non può essere. Anche se qualcuno, in tempi non sospetti, ha teorizzato politicamente il concetto della ‘decrescita felice’ (penso che Lei lo conosca bene!) ma si è poi dovuto scontrare con la cruda realtà economica e con la vita reale del paese e ridimensionare, pena la catastrofe economica, certe idee buone per i salotti letterari ma drammaticamente nefaste per la sopravvivenza dei cittadini e dello Stato democratico. Scusandomi dell’esser stato prolisso concludo invitandola, con il dovuto rispetto, ad una riflessione più approfondita sulla questione e ad un approccio meno ideologico e più pragmatico poiché stiamo parlando non di ‘alti sistemi filosofici’ o del ‘sesso degli angeli’ bensì del pane quotidiano guadagnato onestamente con sudore da centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici Italiane che, con scelte spesso avventate e strumentali, state di fatto, cercando di negare loro”.

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