La maggior parte dei calciatori della nazionale italiana campione ad Euro 2020 non erano neanche nati quando il calcio Italiano di fine anni 80 e inizio anni 90 subiva una vera e propria rivoluzione.

Erano infatti gli anni in cui l’Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli vinceva lo scudetto, a Napoli arrivava il Dio indiscusso del Calcio chiamato Diego Armando Maradona e molte altre squadre che negli ultimi anni hanno risentito dello strapotere delle grandi, vivevano al tempo uno stato di grazia.

Nel caso ancora non lo sapessero, bisognerà raccontare ai giovani come Donnarumma, Locatelli, Pessina e Raspadori che quando loro non erano ancora nati o quando erano appena in fasce, c’era il Torino in finale di Coppa Uefa contro l’Ajax, c’era il Genoa di Signorini  che scalzava la Juve in Europa, c’era il Parma che vinceva due Coppe Uefa (oggi Europa League) in quattro anni, mentre a Napoli si stava scrivendo la storia del calcio partenopeo. Tra tutte le compagini che negli anni 90 facevano sognare i propri tifosi, non si  può però non raccontare ai più giovani della Sampdoria dei Sogni, quella Samp che  vinceva lo scudetto e che accarezzava la Champions League fino alla finalissima persa di un soffio col Barcellona. Quella Sampdoria che oltre allo scudetto del 91 portava all’ombra della Lanterna quattro Coppe Italia tra l’84 e il 94, una squadra di geni come il Mister Vujadin Boškov e di sregolatezza come appunto i Gemelli del gol Vialli-Mancini, un gruppo fatto di eroi e di lavoratori, le cui gesta andrebbero raccontate nelle scuole calcio di tutta Italia, per chi ancora non lo sapesse, buona parte di quella “Samp d’Oro” costituisce la spina dorsale della panchina azzurra campione d’Europa 2020.

Vialli, Mancini e la Samp in finale di Champions

Probabilmente nemmeno le migliori app di scommesse di calcio avrebbero saputo dare quotazioni adeguate per la rivincita che Mancini e Vialli a Wembley a quasi trent’anni di distanza da quando, proprio nel tempio del calcio inglese avevano subito quella battuta d’arresto in finale di Champions contro il Barcellona del 92 di Guardiola e di Koeman, autore della rete della vittoria su calcio di punizione.

Ma non sono solamente Vialli e Mancini ad aver portato lustro prima alla Genova Blucerchiata e poi all’Italia Azzurra. Oltre ai Gemelli del gol c’è anche la terza punta di quell’attacco Sampdoriano, Fausto Salsano, fedelissimo dello staff di Mancini fin dalla prima panchina del Mancio targata Inter 2004, per lui una fiducia incondizionata nei confronti dell’amico Roberto, al quale Salsano è sempre restato al fianco come collaboratore tecnico anche nelle esperienze sulle panchine di Manchester City, Galatasaray e Zenit San Pietroburgo, fino all’approdo sulla panchina azzurra.

Dopo aver ricomposto il tridente delle meraviglie, continua la panchina Azzurro-Blucerchiata con gli assistenti-compagni Aleberico Evani e Attilio Lombardo, oltre agli ex portieri, con presenze nella Samp Giulio Nuciari e Massimo Battara al ruolo di preparazione degli estremi difesori, viste le prestazioni stratosferiche di Gigio Donnarumma a questo Europeo, un merito probabilmente va anche a loro oltre alle leggende del calcio Gabriele Oriali e Daniele De Rossi.

Ecco quindi che la nazionale torna ad essere un onore e non un fardello. Negli anni prima e dopo lo scivolone che ci ha escluso dai campionati mondiali di Russia 2018 sembrava quasi che i giocatori in nazionale, o almeno molti di loro, fossero quasi ostacolati dalla convocazione azzurra, quasi come se giocare anche per l’Italia oltre che nel proprio club fosse un peso non necessario, al quale più di un giocatore si sarebbe sottratto volentieri.

Forse con questo ciclo della nazionale di Mancini qualcosa è tornato, e non parliamo soltanto di record di imbattibilità, di moduli, tattiche o statistiche dei giocatori. Una delle parole che più si sono scritte e dette a questo europeo riferendosi agli Azzurri è “gruppo”, e così è stato, un gruppo coeso ed affiatato, dove nessuno è migliore né peggiore degli altri, perché ognuno è indispensabile e può entrare anche all’ultimo facendo la differenza.  Per una nazionale, soprattutto in un paese calcio-dipendente come l’Italia, non è poi così scontato notare in tutti i componenti un coinvolgimento che spesso si fatica a vedere anche nei club maggiormente affiatati. Tutto sommato a quasi quattro anni dalla figuraccia della mancata qualificazione al Mondiale russo, la scommessa della Samp di Mancini trasformata in azzurro sembra aver ripagato con gli interessi. Quest’Italia in fin dei conti non è solo forte a calcio ma è anche un bell’esempio di come costruire un gruppo, un esempio di umiltà in cui non ci sono stelle né campioni, anzi forse dovremmo dire, in cui tutti sono campioni ma che non ci tengono troppo a dirlo in giro.

Sassuolo e Atalanta come la Samp del Mancio

Insomma, pur con le enormi differenze tecniche e finanziarie che separano i top club dalle squadre minori, anche nel 2021 esistono le belle storie come l’Atalanta di Gasperini che passa dalla serie B alla Champions o il Sassuolo che porta i suoi pupilli a conquistare gli Europei con la maglia azzurra. Ora che l’Italia di Roberto Mancini, ex bandiera della Samp Stellare dei primi anni 90 è sul tetto d’Europa,  non si può non applaudire fragorosamente di fronte alla rivincita dei piccoli club di ieri e di oggi in questo calcio sempre più regolato dai milioni e dai nomi altisonanti. Un applauso ancora più sentito quindi al Sassuolo di Berardi, Locatelli e Raspadori, all’Atalanta di Tolòi e di Pessina, al Torino di Belotti. Queste realtà che da anni sfornano giovani campioni da rivendere a peso d’oro ai grandi club, non hanno il budget della Juve, e nemmeno la panchina dell’Inter. In queste realtà di “provincia” non si vedono fatturati e stipendi faraonici, i giocatori non vengono sponsorizzati per centinaia di milioni, eppure hanno fame di vittoria e quando vogliono vincono, come la Samp del Mancio e di Mantovani. Con un pizzico di romanticismo si potrebbe intravedere un ritorno a quel calcio pulito, in cui conta il gruppo prima del singolo.

Divertirsi giocando, Italia brasiliana

Gli azzurri di Mancini si divertono quando giocano, questo lo hanno commentato a più riprese Chiellini, Bonucci e lo stesso Mister Mancini durante le interviste ai giornalisti. Potremmo dire che gli Italiani hanno trionfato a Wembley soffrendo ma anche divertendosi, chiudendo così un ciclo aperto con la finale persa il 20 Maggio 1992 tra Samp e Barcellona, sempre nel tempio del calcio inglese e lo hanno fatto dando un omaggio ai Brasiliani del Joga Bonito, non con le giocate di Ronaldino magari, ma con la concretezza e la classe di Insigne e di Chiesa, con i chilometri macinati da Spinazzola, con il muro invalicabile alzato dai gladiatori Chiellini e Bonucci, con la montagna Donnarumma. Oggi come allora attorno a Mancini si raggruppano calciatori che amano quello che fanno e che sentono di essere più forti quando giocano inseme per vincere, non per mettersi in mostra. Tutti ci auguriamo che una squadra così concreta ed affiatata sia solo all’inizio di un lungo ciclo vincente. Ci si augura che come i Blucerchiati trent’anni fa, ancora una volta, i ragazzi di Mancini possano scrivere la storia del calcio italiano ancora per molti anni.

Grazie quindi a Roberto Mancini e ai suoi campioni della Samp dei tempi d’oro, speriamo che il gruppo che avete creato e formato fino ad ora continui la sua parabola ascendente il più a lungo possibile, magari facendoci rivivere altre notti magiche tra un anno in Qatar.