“Si ritiene urgente condividere in modo equo e trasparente, almeno in sede europea, l’introduzione di un sistema di tassazione delle imprese digitali (Confcommercio, Assonime, AssoHolding). Primi timidi tentativi di norme unitarie a livello europeo, in materia di web tax, sembrano emergere dalla nuova proposta di Direttiva Europea la c.d. DAC7, che garantirà in maniera coerente a livello europeo ed a carico di tutti i gestori delle piattaforme digitali gli stessi obblighi di comunicazione (AssoHolding). La Commissione europea sta negoziando, a livello internazionale, l’introduzione di un sistema di tassazione sui servizi digitali che abbia come base imponibile il fatturato registrato nei paesi di vendita, anziché di produzione, dei servizi medesimi (Gentiloni). Al contrario, altri auditi suggeriscono di abrogare l’imposta sui servizi digitali (Confesercenti) e, contestualmente, di applicare la disciplina della stabile organizzazione con l’inversione dell’onere della prova: la stabile organizzazione diventerebbe oggetto di presunzione relativa, indipendentemente dalla sussistenza di qualunque consistenza fisica nel territorio dello Stato. Eventuale prova contraria andrebbe proposta con interpello all’Agenzia delle Entrate (Leo). Al riguardo, si chiede un intervento legislativo volto a individuare in maniera più concreta i presupposti applicativi dell’istituto della stabile organizzazione digitale, anche con riferimento alle modalità di determinazione dei redditi, perché in assenza di parametri normativi certi si rischia di limitarne fortemente la portata applicativa (Guardia di finanza). Si tratta di applicare un principio fondamentale: quello di far pagare le tasse laddove le imprese effettivamente svolgono l’attività economica, evitando il trasferimento degli utili verso paesi con regimi fiscali molto favorevoli (CIDA).

Fermo restando che un’eventuale modifica della normativa interna deve sempre misurarsi con la corrispondente definizione contenuta nelle Convenzioni contro le doppie imposizioni, atteso che le norme pattizie prevalgono sul diritto interno, potrebbe risultare utile un intervento normativo volto a dare maggiore concretezza all’attuale definizione di “stabile organizzazione virtuale”: definendo in modo più preciso i parametri in presenza dei quali la disposizione opera, anche individuando delle soglie (in termini di ricavi, clienti, operazioni poste in essere, ecc.); introducendo, in aggiunta, una specifica norma antiabuso in base alla quale, al superamento dei parametri stabiliti, la presenza dell’operatore estero nel mercato nazionale è considerata significativa al punto da fare presumere che la sua presenza integri una stabile organizzazione, fatta salva la possibilità di prova contraria, al pari di quanto già avviene nel settore della raccolta delle scommesse da parte di imprese estere tramite un gestore residente; prevedendo, in tale situazione, l’obbligo per il contribuente di instaurare un contraddittorio con l’Amministrazione finanziaria al fine di verificare se, in concreto, le modalità di svolgimento dell’attività imprenditoriale possa essere considerata produttiva di reddito imponibile in Italia, anche alla luce delle eventuali disposizioni convenzionali vigenti e, in caso di esito positivo, di determinare la base imponibile (Guardia di finanza). È stato evidenziato che l’imposta sui servizi digitali non consentirà enormi entrate alle finanze pubbliche ma rappresenta il simbolo di una migliore imposizione, che correggerà alcune distorsioni riportando risorse ai Paesi dove effettivamente le vendite digitali hanno luogo. La speranza sarebbe quella di pervenire a un accordo entro la fine dell’anno (OCSE)”.

E’ quanto si legge tra le proposte degli auditi in merito nell’ambito del dossier del Servizio Studi di Camera e Senato sull'”Indagine conoscitiva sulla riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e altri aspetti del sistema tributario”.