tribunale
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Il Tar Sardegna ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato da una società contro il Comune di Cagliari in cui si chiedeva l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, dell’ordinanza con cui è stato adottato il nuovo “Regolamento degli orari di apertura al pubblico e delle distanze minime dai luoghi sensibili delle sale da gioco e degli esercizi nei quali sono installate le apparecchiature da gioco lecite”.

“Nella seduta del 7 febbraio 2017 il Consiglio comunale di Cagliari aveva approvato -oltre a una mozione finalizzata, in termini generali, al contrasto della ludopatia- la deliberazione n. 17/2017, con cui aveva indicato al Sindaco nuovi “indirizzi” per ridurre il fenomeno, mediante la riduzione degli orari di apertura dei locali dedicati al gioco d’azzardo e l’individuazione di “distanze minime” inderogabili tra gli stessi e alcuni “luoghi sensibili” come le scuole, le strutture sanitarie e gli edifici di culto, secondo quanto previsto dall’art. 7 del d.l. 13 settembre 2012, n. 158, convertito nella legge 8 novembre 2012, n. 189 (c.d. Decreto Balduzzi).

Con ordinanza 4 maggio 2017, n. 15, in dichiarata attuazione di tale deliberazione consiliare, il Sindaco di Cagliari ha:

ai sensi dell’art. 50, comma 7, del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267, ridotto gli orari di apertura delle sale per il gioco d’azzardo autorizzate ai sensi dell’art. 86 del r.d. 18 giugno 1931, n. 773 (T.U.L.P.S.), nonché degli orari per l’utilizzo degli apparecchi videoterminali per il gioco d’azzardo presenti all’interno di altri locali autorizzati ai sensi dello stesso art. 86 (bar, ristoranti, alberghi, tabacchini, esercizi commerciali, ricevitorie del lotto) ovvero ai sensi dell’art. 88 (agenzie di scommesse, negozi di giuoco, sale bingo) dello stesso T.U.L.P.S.; in particolare, l’attività di gioco è stata consentita esclusivamente “dalle 9.00 alle 12.00 e dalle ore 18.00 alle ore 23.00 di tutti giorni, compresi i festivi” (8 ore su 24, a fronte delle 24 ore su 24 prima consentite);

introdotto la distanza di minima di 500 metri tra i locali in questione e i “luoghi sensibili”, ancorché limitando l’efficacia di tale misura alle “nuove collocazioni di apparecchi di gioco” ed escludendola, invece, per gli “apparecchi già lecitamente installati prima della pubblicazione del presente provvedimento”.

Con il ricorso introduttivo del presente giudizio la ditta individuale che svolge attività di noleggio di videoterminali per il gioco lecito di cui all’art. 110, comma 6, del T.U.L.P.S., nonché di raccolta delle relative giocate per conto della (…) chiede l’annullamento della citata ordinanza sindacale nella parte in cui riduce l’orario di utilizzo consentito degli stessi, nonché il risarcimento del danno subito, deducendo censure che saranno esaminate nella parte in diritto.

Si è costituto in giudizio il Comune di Cagliari, eccependo l’infondatezza del ricorso, nonché l’inammissibilità dello stesso per tardiva impugnazione della deliberazione del Consiglio comunale di Cagliari 7 febbraio 2017, n. 17; inoltre la difesa comunale ha versato in atti copia dell’ordinanza 25 luglio 2017, n. 39, con cui il Sindaco di Cagliari ha inteso ribadire le medesime misure restrittive oggetto dell’ordinanza oggetto del ricorso in esame allegando ulteriori dati circa il grado di sviluppo del fenomeno della ludopatia, così da rafforzare il fondamento istruttorio e motivazionale delle proprie decisioni.

È intervenuta ad adiuvandum l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Con successiva memoria difensiva parte ricorrente ha evidenziato di avere tuttora interesse alla decisione, nonostante la mancata impugnazione della sopravvenuta ordinanza sindacale n. 39/2017, al fine di coltivare le proprie pretese risarcitorie o quanto meno ottenere una decisione favorevole sulle spese di lite.

Alla camera di consiglio del 14 settembre 2017, fissata per l’esame dell’istanza cautelare proposta dalla ricorrente, la trattazione della controversia è stata rinviata al merito.

Con memorie difensive ciascuna delle parti ha ulteriormente insistito nelle proprie tesi, in particolare la difesa comunale ha evidenziato che in data 7 settembre 2017 è stata raggiunta, nella Conferenza Unificata di cui all’art. del 8 d.lgs. 28 agosto 1997, n.281, l’Intesa sulla pianificazione del gioco d’azzardo prevista dall’art. 7, comma 10, del d.l. n. 158/2012, pur non essendo detta Intesa ancora stata recepita nell’apposito decreto del Ministero dell’Economia, come previsto dalla stessa disposizione di rango primario.

Alla pubblica udienza del 4 luglio 2018 la causa è stata trattenuta in decisione nel merito.

DIRITTO

Non merita accoglimento l’eccezione di tardività sollevata dalla difesa del Comune in relazione all’impugnazione della deliberazione consiliare n. 17/2017, recante nuovi (e più restrittivi) indirizzi in materia di apertura delle sale gioco; difatti tale deliberazione consiliare -proprio in quanto atto programmatico e di indirizzo- era priva di diretta lesività, non potendo immediatamente incidere sul regime autorizzatorio ed essendo (teoricamente) suscettibile di restare inattuata da parte del Sindaco, la cui successiva ordinanza -oggetto del presente giudizio- è perciò autonomamente lesiva.

Si osserva, inoltre, che l’infondatezza nel merito del ricorso, nei termini che mergeranno dalla successiva trattazione, esime il Collegio dall’esaminare le conseguenze della mancata impugnazione, da parte della ricorrente della sopravvenuta ordinanza sindacale n. 39/2017, peraltro di tenore sostanzialmente confermativo rispetto all’atto sindacale che costituisce oggetto del presente giudizio.

Passando all’esame del merito, le censure dedotte in ricorso possono riassumersi nei termini seguenti:

il Sindaco avrebbe dovuto porre a fondamento della propria ordinanza dati concreti attestanti una diffusione della ludopatia nel territorio comunale di Cagliari tanto ampia da giustificare la drastica riduzione degli orari di gioco (pari al 66% rispetto all’orario precedente), la quale comporta per gli operatori del settore -a costi invariati- una significativa contrazione del loro fatturato;

viceversa il Sindaco si sarebbe limitato a osservazioni di carattere generico sui rischi della ludopatia, incorrendo così -oltre che nel difetto di motivazione e istruttoria- nella violazione del canone di proporzionalità dell’azione amministrativa e del principio costituzionale di libera iniziativa economica;

gli interventi sinora posti in essere dai vari comuni italiani ai fini della lotta alla ludopatia si caratterizzerebbero per una spiccata disomogeneità -sotto il profilo degli orari di apertura prescelti, degli interessi tutelati (di volta in volta individuati nella sicurezza del traffico, nella salute pubblica, nell’ordine pubblico, etc.) e dei soggetti protetti (di volta in volta individuati nelle famiglie, nei giovani, nei disoccupati, etc.)- il che evidenzierebbe la necessità di un coordinamento delle misure a livello nazionale, sinora del tutto mancato, con la conseguente violazione dei principi di sussidiarietà, leale collaborazione e parallelismo tra potestà legislativa e funzione amministrativa di cui all’art. 118 della Costituzione;

difatti la pianificazione delle modalità di utilizzo consentito degli apparecchi per il gioco d’azzardo competerebbe soltanto all’Autorità statale -ai sensi dell’art. 110 del T.U.L.P.S.- per cui la successiva attività di attuativa di contrasto dovrebbe essere esercitata dagli enti locali -non già in modo disomogeneo, bensì- attraverso il meccanismo della Conferenza unificata, in leale collaborazione con la stessa Autorità statale, come confermerebbe la disciplina dettata dal d.l. n. 158/2012 e dall’art. 1, comma 936, comma 1, della legge 28 dicembre 2015, n. 208.

Prima di entrare nel merito di tali censure il Collegio ritiene opportuno operare una sintetica ricostruzione del quadro normativo riferibile alla materia in esame.

La competenza al rilascio della licenza per l’apertura delle sale gioco (così come quella per l’installazione di videoterminali a ciò destinati in locali di altro tipo) compete al Questore, ai sensi degli artt. 86, 88 e 110 del T.U.L.P.S., il quale può concederla se sono rispettate le condizioni minime -relative soprattutto al tipo di gioco e alle caratteristiche dei terminali- in termini di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica.

L’art. 7 del d.lgs. n. 158/2012 ha, poi, stabilito, al comma 9, che “…l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, di intesa con la Società italiana degli autori ed editori (SIAE), la Polizia di Stato, l’Arma dei Carabinieri e il Corpo della guardia di finanza, pianifica su base annuale almeno diecimila controlli, specificamente destinati al contrasto del gioco minorile, nei confronti degli esercizi presso i quali sono installati gli apparecchi di cui all’articolo 110, comma 6, lettera a), del testo unico di cui al regio decreto n. 773 del 1931 (cioè i video terminali per il gioco d’azzardo autorizzato: n.d.e.), ovvero vengono svolte attività di scommessa su eventi sportivi, anche ippici, e non sportivi, collocati in prossimità di istituti scolastici primari e secondari, di strutture sanitarie ed ospedaliere, di luoghi di culto. Alla predetta Amministrazione, per le conseguenti attività possono essere segnalate da parte degli agenti di Polizia locale le violazioni delle norme in materia di giochi con vincite in denaro constatate, durante le loro ordinarie attività di controllo previste a legislazione vigente, nei luoghi deputati alla raccolta dei predetti giochi. Le attività del presente comma sono svolte nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente” e al comma 10 che “L’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato e, a seguito della sua incorporazione, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, tenuto conto degli interessi pubblici di settore, sulla base di criteri, anche relativi alle distanze da istituti di istruzione primaria e secondaria, da strutture sanitarie e ospedaliere, da luoghi di culto, da centri socio-ricreativi e sportivi, definiti con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro della salute, previa intesa sancita in sede di Conferenza unificata, di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, da emanare entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, provvede a pianificare forme di progressiva ricollocazione dei punti della rete fisica di raccolta del gioco praticato mediante gli apparecchi di cui all’articolo 110, comma 6, lettera a), del testo unico di cui al regio decreto n. 773 del 1931 e s.m.i. che risultano territorialmente prossimi ai predetti luoghi. Le pianificazioni operano relativamente alle concessioni di raccolta di gioco pubblico bandite successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e valgono, per ciascuna nuova concessione, in funzione della dislocazione territoriale degli istituti scolastici primari e secondari, delle strutture sanitarie ed ospedaliere, dei luoghi di culto esistenti alla data del relativo bando. Ai fini di tale pianificazione si tiene conto dei risultati conseguiti all’esito dei controlli di cui al comma 9, nonché di ogni altra qualificata informazione acquisita nel frattempo, ivi incluse proposte motivate dei comuni ovvero di loro rappresentanze regionali o nazionali…”.

Successivamente l’art. 1, comma 936, della legge n. 208 del 2015, ha previsto che: “Entro il 30 aprile 2016, in sede di Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, sono definite le caratteristiche dei punti di vendita ove si raccoglie gioco pubblico, nonché criteri per la loro distribuzione e concentrazione territoriale, al fine di garantire i migliori livelli di sicurezza per la tutela della salute, dell’ordine pubblico e della pubblica fede dei giocatori e di prevenire il rischio di accesso dei minori di età. Le intese raggiunte in sede di Conferenza unificata sono recepite con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, sentite le Commissioni parlamentari competenti”.

In data 7 settembre 2017 è stata poi raggiunta, nell’ambito della Conferenza unificata, l’Intesa cui fa riferimento la citata disposizione normativa, che avrebbe dovuto essere recepita (entro il 31 ottobre 2017) in apposito decreto del Ministro dell’Economia, allo stato attuale non ancora adottato; nella predetta Intesa si prevede, tra l’altro, che: “Le Regioni e gli Enti locali, al fine di una maggiore efficacia nella prevenzione dei minori e nella lotta alla ludopatia…, consentano una equilibrata distribuzione nel territorio allo scopo di evitare il formarsi di ampie aree nelle quali l’offerta di gioco pubblico sia o totalmente assente o eccessivamente concentrata” e si riconosce “agli Enti locali la facoltà di stabilire per le tipologie di gioco delle fasce orarie fino a 6 ore complessive di interruzione quotidiana di gioco”, precisando che “Le disposizioni specifiche in materia, previste in ogni Regione o Provincia autonoma, se prevedono una tutela maggiore, continueranno comunque ad esplicare la loro efficacia. Inoltre, le Regioni e le Provincie autonome, ai fini del contrasto delle patologie afferenti alla dipendenza da gioco d’azzardo, potranno prevedere forme maggiori di tutela per la popolazione”.

Da ultimo è intervenuta la legge 27 dicembre 2017, n. 205, stabilendo, all’art. 1, comma 1048, che: “Al fine di contemperare i principi secondo i quali le concessioni pubbliche sono attribuite secondo procedure di selezione concorrenziali con l’esigenza di perseguire, in materia di concessioni di raccolta delle scommesse su eventi sportivi, anche ippici, e non sportivi, ivi compresi gli eventi simulati, un corretto assetto distributivo, anche a seguito dell’intesa sancita in sede di Conferenza unificata, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli attribuisce con gara da indire entro il 30 settembre 2018 le relative concessioni alle condizioni già previste all’articolo 1, comma 932, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, con un introito almeno pari a 410 milioni di euro. A tal fine, le concessioni in essere, nonché la titolarità dei punti di raccolta regolarizzati ai sensi dell’articolo 1, comma 643, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, nonché dell’articolo 1, comma 926, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, sono prorogate al 31 dicembre 2018, a fronte del versamento della somma annuale di euro 6.000 per diritto afferente ai punti vendita aventi come attività principale la commercializzazione dei prodotti di gioco pubblici, compresi i punti di raccolta regolarizzati, e di euro 3.500 per ogni diritto afferente ai punti vendita aventi come attività accessoria la commercializzazione dei prodotti di gioco pubblici” e al successivo comma 1049 che: “Al fine di consentire l’espletamento delle procedure di selezione di cui ai commi 1047 e 1048, le regioni adeguano le proprie leggi in materia di dislocazione dei punti vendita del gioco pubblico all’intesa sancita in sede di Conferenza unificata in data 7 settembre 2017”.

In tale quadro normativo il Collegio ritiene che le censure dedotte da parte ricorrente non meritino accoglimento.

Deve prima di tutto evidenziarsi, in termini generali, come nell’attuale frangente storico la ludopatia costituisca fenomeno patologico notoriamente diffuso in ampi strati della popolazione italiana, il che trova indiretta conferma nell’evoluzione normativa cui si è fatto riferimento, la quale evidenzia una costante (rectius crescente) tensione del legislatore verso l’attività di contrasto del fenomeno stesso; in questo senso depongono, altresì, svariati interventi in materia dell’Unione Europea -tra i quali la Raccomandazione 2014/478/UE del 14 luglio 2014- nonché numerose leggi regionali che hanno affidato agli enti locali il compito di adottare ulteriori misure di prevenzione e contrasto della ludopatia.

Inoltre, con specifico riferimento al caso ora in esame -e dunque al contesto sardo- assumono rilievo i dati pubblicati sul sito istituzionale del Consiglio regionale, riportati nella mozione approvata dal Consiglio comunale di Cagliari il 7 febbraio 2017 (vedi narrativa), dai quali emerge che la Sardegna si colloca tra le prime regioni italiane per diffusione del gioco d’azzardo, come confermano anche i dati trasmessi dalla A.S.L. n. 8 al Comune di Cagliari circa l’elevato numero di pazienti in cura per “disturbo da gioco d’azzardo” (cfr., su tali aspetti, la memoria difensiva del Comune e la relativa documentazione).

Evidenze, queste, ulteriormente confermate dalla seconda ordinanza n. 39/2017, peraltro non impugnata (vedi supra), nella quale il Sindaco di Cagliari ha fatto riferimento ai seguenti dati:

la Relazione trasmessa dal Parlamento al Dipartimento per le Politiche Antidroga, dalla quale è emerso che il totale di pazienti in carico ai Servizi per ludopatia ammontava nel 2016 a n. 616, quasi raddoppiato rispetto all’anno precedente, dato particolarmente significativo ove si consideri che, ovviamente, molti altri soggetti colpiti dal disturbo “sfuggono a ogni controllo” non sono, dunque, catalogabili a fini statistici;

la comunicazione del Dipartimento di Salute Mentale di Cagliari, ove si evidenzia che “i soggetti in trattamento per comportamenti patologici da dipendenza da GAP (…) nel territorio di competenza della ASSL di Cagliari per l’anno 2016 ammontavano a 245 adulti, mentre per il 2015 (..) a 158 adulti”;

tali dati assumono specifico rilievo per il Comune di Cagliari, ove si consideri che quest’ultimo “rappresenta più del 27% del totale della popolazione afferente alla ASSL sopra indicata, oltre ad essere il comune più popoloso dell’intero territorio regionale”.

Per tutte queste ragioni non può condividersi l’assunto di parte ricorrente secondo cui la contestata decisione del Sindaco sarebbe sprovvista di adeguati riscontri istruttori e motivazionali.

Allo stesso modo il Collegio non condivide la tesi di parte ricorrente che denuncia la violazione della libertà d’iniziativa economica, alla luce del canone di proporzionalità dell’azione amministrativa.

Si osserva, al riguardo, che:

la libertà di iniziativa economica trova limite, per espressa previsione di cui all’art. 41 della Carta costituzionale, nel divieto di arrecare pregiudizio all’utilità sociale ovvero alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umane, tanto il legislatore ha il precipuo compito di individuare i necessari contemperamenti tra le contrapposte necessità; di qui numerose disposizioni normative che sottopongono le attività economiche a restrizioni volte a tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini, nonché altri valori di rilievo generale (si pensi, tra gli altri, all’art. 1, comma 2, al d.l. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito nella legge 24 marzo 2012, n. 27, all’art. 3, comma 1, lett. c, al d.l. 13 agosto 2011, n. 138, convertito nella legge 14 settembre 2011, n. 148);

discorso analogo vale per la disciplina di origine comunitaria, la quale -seppure complessivamente propensa a consentire quanto più possibile lo svolgersi dell’iniziativa economica in condizioni di parità su tutto il territorio dell’Unione- non di meno consente agli stati membri di introdurre restrizioni alle libertà di stabilimento e di libera prestazione di servizi proprio al fine di perseguire obiettivi di rilevanza generale, tra cui la protezione dei consumatori, la prevenzione delle frodi e la lotta agli effetti distorsivi del gioco d’azzardo (cfr. Corte di Giustizia UE, 24 gennaio 2013, cause riunite C-186/11 e C-209/11, punto 23);

nell’ambito di tale cornice normativa, spetta, poi, alle autorità amministrative individuare discrezionalmente le misure -anche interferenti sullo svolgimento delle attività economiche- necessarie alla tutela degli interessi generali sopra descritti.

In tale contesto di fondo il Collegio ritiene che non vi siano elementi per considerare “sproporzionata” la nuova limitazione dell’orario di svolgimento consentito del gioco d’azzardo (8 ore su 24): a fronte di un fenomeno -quale la ludopatia- come si è visto ampiamente diffuso e pericoloso, parte ricorrente si è sostanzialmente limita a definire il nuovo orario foriero di eccessivi svantaggi per la propria attività economica, ma non ha dimostrato -neppure indirettamente- che una riduzione meno drastica sarebbe stata efficace; in sostanza la tesi della ricorrente si risolve nel tentativo di sostituire le proprie valutazioni a quelle -di merito- operate dall’Amministrazione, il che ovviamente non può trovare condivisione in questa sede.

Restano da esaminare le doglianze che fanno leva sulla pretesa invasione, da parte del Comune, di competenze che sarebbero riservate all’Autorità statale, nonché sul mancato rispetto del principio di leale collaborazione tra i diversi livelli di governo, per avere il Sindaco di Cagliari adottato la nuova regolamentazione oraria senza attendere l’Intesa tra Stato ed enti locali da assumersi nella Conferenza Stato-Città, il che, peraltro contribuirebbe ad alimentare una già spiccata disomogeneità tra le diverse discipline adottate, in questa materia, dai comuni italiani.

Neppure queste censure meritano di essere condivise, in primo luogo perché l’ordinanza impugnata costituisce espressione del generale potere del Sindaco di regolare gli orari degli esercizi commerciali ai sensi dell’art. 50 del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267, secondo cui “Il sindaco, altresì, coordina e riorganizza, sulla base degli indirizzi espressi dal consiglio comunale e nell’ambito dei criteri eventualmente indicati dalla Regione, gli orari degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici…”: poiché le sale gioco (al pari degli ulteriori locali che ospitano videoterminali per il gioco d’azzardo) rientrano tra gli “esercizi commerciali”, tale disposizione normativa consente al Sindaco di regolarne gli orari di apertura e questo a prescindere dalle complesse questioni sollevate dalla ricorrente in ordine al corretto riparto -in ordine ad altri aspetti, tuttavia irrilevanti nella presente controversia- delle competenze (normative e amministrative) in materia di gioco d’azzardo.

Tale lettura sistematica trova conferma nella sentenza della Corte Costituzionale 18 luglio 2014, n. 220, relativa a una questione sollevata dal TAR Piemonte circa la legittimità costituzionale dell’art. 50, comma 7, del d.lgs. n. 267/2000, per ipotizzato contrasto con gli artt. 32 e 118 Cost., proprio nella parte in cui non prevede espressamente che i poteri sindacali ivi descritti possano essere esercitati (anche) al fine di contrastare il fenomeno del gioco di azzardo patologico, riducendo gli orari di apertura delle sale; orbene la Consulta, nel dichiarare inammissibile tale questione, ha osservato che “il giudice a quo omette di considerare che l’evoluzione della giurisprudenza amministrativa, sia di legittimità, sia di merito, ha elaborato un’interpretazione dell’art. 50, comma 7, del d.lgs. n. 267 del 2000, compatibile con i principi costituzionali evocati, nel senso di ritenere che la stessa disposizione censurata fornisca un fondamento legislativo al potere sindacale in questione. In particolare, è stato riconosciuto che -in forza della generale previsione dell’art. 50, comma 7, del d.lgs. n. 267 del 2000- il sindaco può disciplinare gli orari delle sale giochi e degli esercizi nei quali siano installate apparecchiature per il gioco e che ciò può fare per esigenze di tutela della salute, della quiete pubblica, ovvero della circolazione stradale. È pur vero che non sono mancate, anche recentemente, pronunce di segno contrario, le quali hanno affermato l’illegittimità dei provvedimenti in questione, rilevando l’incompetenza dell’autorità emanante; tuttavia il TAR omette di confrontarsi con altre possibili soluzioni interpretative, limitandosi a richiamare solo alcune pronunce di merito, a sostegno della illegittimità delle ordinanze in esame. La diversa interpretazione della norma impugnata (nello stesso senso auspicato dal giudice rimettente) è confermata dalle pronunce nelle quali il Consiglio di Stato ha affrontato lo stesso thema decidendum oggetto del presente scrutinio, relativo alla legittimità di ordinanze sindacali limitative degli orari di apertura delle sale giochi, ai sensi dell’art. 50, comma 7, del d.lgs. n. 267 del 2000, per i motivi sopra indicati (Consiglio di Stato, sentenza n. 3271 del 2014; ordinanze n. 2133, n. 996 del 2014 e n. 2712 del 2013; TAR Lombardia, Brescia, sentenza n. 1484 del 2012; TAR Campania, sentenza n. 2976 del 2011; TAR Lazio, sentenza n. 5619 del 2010)”.

La Corte ha, dunque, “suggerito” all’interprete di ricondurre all’art. 50 del d.lgs. n. 267/2000 il potere sindacale di regolare gli orari delle sale gioco, in quanto “esercizi commerciali”, e nella stessa direzione, pienamente condivisa dal Collegio, si muove anche parte della giurisprudenza: oltre alle pronunce richiamate dalla Consulta, possono citarsi, da ultimo, Consiglio di Stato, Sezione V, 5 giugno 2018, n. 3382 e 28 marzo 2018, n. 1933, nonché T.A.R. Veneto, Sez. III, 18 aprile 2018, n. 417.

Né, infine, la ricostruzione sin qui descritta trova smentita nel fatto che il nuovo regime è stato introdotto dal Sindaco prima che fosse approvata, in Conferenza Unificata, l’Intesa di cui all’art. 1, comma 936, della legge n. 208/2015 (il che è avvenuto solo in data 7 settembre 2017), avente a oggetto la definizione delle “caratteristiche dei punti di vendita ove si raccoglie gioco pubblico, nonché criteri per la loro distribuzione e concentrazione territoriale, al fine di garantire i migliori livelli di sicurezza per la tutela della salute, dell’ordine pubblico e della pubblica fede dei giocatori e di prevenire il rischio di accesso dei minori di età. Le intese raggiunte in sede di Conferenza unificata sono recepite con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, sentite le Commissioni parlamentari competenti” (così, testualmente, la disposizione normativa primaria dianzi richiamata).

Non può, infatti, ragionevolmente configurarsi una “paralisi” dell’attività amministrativa di contrasto alla ludopatia nelle more dell’approvazione dell’Intesa, la quale, peraltro, risulta allo stato attuale inefficace, in quanto non ancora recepita in apposito decreto del Ministro dell’Economia come espressamente richiede la richiamata norma di legge; circostanza, quest’ultima, che esclude anche una possibile rilevanza della previsione -leggibile all’interno dell’Intesa approvata il 7 settembre 2017- secondo cui agli enti locali è riconosciuta la possibilità di individuare fasce orarie di chiusura non superiori alle sei ore complessive giornaliere: detta previsione è, infatti, inefficace, come lo è l’intera Intesa proprio perché non ancora recepita nel decreto ministeriale.

Per quanto sin qui esposto il ricorso è infondato e deve essere respinto, seppure con integrale compensazione delle spese di lite, considerata l’obiettiva delicatezza delle questioni giuridiche implicate.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sardegna (Sezione Prima), definitivamente pronunciando, respinge il ricorso in epigrafe proposto”.

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