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(Jamma) Secondo il Consiglio di Stato è prfettamente giustificata l’ordinanza del Comune di Verona con la quale vengono introdotti limiti orari al funzionamento delle slot e vlt.

Sulla questione il Ministero dell’economia e delle finanze (Agenzia delle dogane e dei monopoli) ha chiesto un parere al Consiglio di Stato che si è espresso confermando la legittimità dell’operato del Comune veneto.

Nella relazione del Ministero delle Finanze, oltre a rappresentarsi la particolare problematicità delle questioni sottoposte alla Sezione con il ricorso, si propende per l’accoglimento del ricorso, ai fini della salvaguardia di interessi superiori quali, in primo luogo, l’ordine pubblico, la sicurezza e la salute, posto che l’adozione di misure limitative del gioco lecito – quale quella oggetto di gravame – avrebbe come effetto quello di orientare la domanda dei giocatori verso offerte di gioco illegali, oltre a cagionare un pregiudizio pure al gettito erariale.

Nel merito il Collegio ritiene che il ricorso presentato dal titolare di una sala Vlt contro il Comune sia infondato. “Ed invero, una volta premesso che i motivi di ricorso possono essere trattati congiuntamente in ragione della loro reciproca connessione e che non è in contestazione la sussistenza del potere esercitato dal Sindaco di Verona, va osservato che il provvedimento impugnato è pienamente conforme al paradigma di atto tratteggiato dalla succitata sentenza di questo Consiglio n. 3778/2015. Nello specifico e con riferimento alle singole doglianze, deve ulteriormente rilevarsi quanto segue:

– il Comune di Verona ha svolto una approfondita istruttoria sul fenomeno del GAP nel Comune di Verona e ciò è dimostrato dalla numerosità e dall’accuratezza dei dati riportati nelle prime due pagine del provvedimento;

– il provvedimento risulta altresì correttamente motivato con riferimento all’esigenza della tutela della salute pubblica;

– ai fini della legittimità del provvedimento non occorreva poi dimostrare che gli apparecchi da gioco siano più o meno pericolosi rispetto agli altri servizi di gioco, atteso che la ricorrente nutre un interesse di mero fatto (e avente natura economica) rispetto alla limitazione di altri servizi da gioco, mentre non è seriamente discutibile, appartenendo la relativa conoscenza all’alveo del notorio, che gli apparecchi da gioco, sul cui utilizzo incide l’atto gravato, concorrano sensibilmente e in misure incisiva ad accrescere il diffondersi e l’acuirsi delle ludopatie;

– non si ravvisa poi alcuna illogicità nella limitazione dell’orario di uso di detti apparecchi e nel suo frazionamento in due periodi giornalieri, trattandosi di accorgimento regolatorio che disincentiva soprattutto le fasce più giovani, e quindi più deboli, di utenti e, sotto questo profilo, detta limitazione supera il test di proporzionalità; d’altra parte questo Consiglio ha affermato  che la riduzione degli orari di apertura delle sale pubbliche da gioco è una delle molteplici misure delle quali le autorità pubbliche possono avvalersi per contrastare le ludopatie “in termini di obiettivo da raggiungere che è quello del disincentivo piuttosto che quello della eliminazione del fenomeno che viene affrontato, la cui complessità non è revocabile in dubbio, e per il quale non esistono soluzioni di sicuro effetto”;

– non ridonda in illegittimità dell’atto la circostanza che il Comune di Verona si sia limitato a provvedere nei limiti della sua competenza territoriale, ancorché asseritamente più circoscritta di quella della Asl, dal momento che il Comune di Verona ha agito nell’osservanza del richiamato principio di territorialità;

– la lesione del diritto di iniziativa economica, che non è assoluto per stessa volontà del Costituente (giacché siffatto diritto deve essere bilanciato con la sicurezza, la dignità umana e l’utile sociale, interessi che configurano altrettante esigenze imperative di carattere generale che gli Stati membri devono valutare; v. Corte di Giustizia dell’Unione europea, 24 gennaio 2013, nelle cause riunite C-186/11 e C-209/11), nel caso di specie non è stato irragionevolmente limitato né la ricorrente ha offerto, come sarebbe stato suo onere, convincenti elementi di prova, anche di carattere estimativo, in ordine al preteso nesso di diretta causalità tra la contestata riduzione dell’orario e la diminuzione, fino al limite della non convenienza economica, dell’attività di gioco gestita;

– diversamente dall’esegesi patrocinata dalla ricorrente, l’art. 6, comma 5, della l. n. 180/2011 obbliga le autorità amministrativa a regolamentare il ricorso alla consultazione delle organizzazioni maggiormente rappresentative delle imprese prima dell’approvazione di una proposta destinata ad avere conseguenze sulle imprese medesime, ma non impone un obbligo diretto e generalizzato di consultazione, anche in mancanza dell’attuazione della predetta disposizione (obbligo che, al più, sarebbe coercibile dagli interessati con gli strumenti giurisdizionali che l’ordinamento appronta a tal fine, ma non si hanno notizie che, nel caso di specie, tali strumenti siano stati attivati);

– il comma 7 dell’art. 50, previsione in concreto applicata (e non l’art. 31, comma 2, del d.l. 6 dicembre 2011, n. 201, concernente gli esercizi commerciali), non distingue tra esercizi pubblici preesistenti o no;

– l’affermazione contenuta nelle citate sentenze di questo Consiglio n. 3271/2014 e n. 32722/2014, secondo cui “allorquando un comune ritiene di dover contrastare la lesione di specifici interessi pubblici degni di tutela, ha il potere di emanare ordinanze mirate, con effetti spaziali e temporali limitati”, oltre ad assumere, nel contesto argomentativo dal quale è stata estrapolata, il valore di un obiter dicutm, va comunque correttamente interpretata alla stregua del prevalente principio di proporzionalità, nel senso che l’intensità spazio-temporale delle misure adottate dal Comune ai sensi dell’art. 50, comma 7, va comunque parametrata alla entità dimensionale e alla gravità del fenomeno considerato e, nel caso specifico, il Comune di Verona ha comprovato, come sopra osservato, l’esistenza e il diffondersi del fenomeno delle ludopatie in tutto il territorio comunale, fermo restando, ovviamente, che il Comune ben potrà (e dovrà) nuovamente intervenire in futuro, con atti di seguo uguale e contrario a quello impugnato, nell’ipotesi in cui il suddetto fenomeno dovesse diminuire di intensità”.

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