Il Tar Lombardia ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Ministero dell’Interno e Questura di Brescia in cui si chiedeva l’annullamento del Provvedimento emesso dal Questore della Provincia di Brescia con il quale l’Amministrazione ha ordinato la cessazione immediata dell’attività di raccolta scommesse, per conto della società (…), nei locali siti in Brescia (BS) (…).

Per il Tar: “Appare preliminarmente opportuno chiarire che, ancorché il ricorso sia idoneo a trarre in inganno, concentrandosi esso sulle ragioni per cui la ricorrente sarebbe stata illegittimamente privata dell’autorizzazione ex art. 88 TULPS, oggetto di censura non è il provvedimento di diniego del suo rilascio, ma quello, conseguente, che, preso atto che è stata solo presentata l’istanza per il rilascio di tale autorizzazione, ha qualificato l’attività comunque svolta dalla ricorrente come priva delle necessarie autorizzazioni di polizia e, per tali ragioni, ne ha ordinato l’immediata cessazione.

Posto che non è stato prodotto in giudizio alcun elemento utile a rendere verificabile la tesi di parte ricorrente, secondo cui il diniego dell’autorizzazione di polizia sarebbe intervenuto e sarebbe anche stato impugnato, oggetto della controversia in esame non può, dunque, che essere la legittimità del provvedimento con cui il Questore ha ordinato alla ricorrente la cessazione dell’attività svolta presso il punto di raccolta scommesse per conto della società (…) da essa gestito, a causa dell’impossibilità della stessa di esibire i titoli autorizzatori prescritti dalla legge.

È pur vero che, tra le motivazioni addotte a sostegno di tale determinazione dell’autorità preposta, risulta esservi anche il riferimento a ragioni ostative dell’eventuale rilascio dell’atto autorizzativo presupposto dell’esercizio dell’attività, ma la parte dispositiva riguarda esclusivamente la cessazione dell’attività priva dei presupposti per il suo esercizio e, pertanto, l’oggetto del controvertere deve ritenersi limitato a tale contenuto.

Ciò premesso e accertata la ricevibilità del ricorso, avente a oggetto il provvedimento notificato alla ricorrente il 20 ottobre 2017, tempestivamente inviato il 19 dicembre 2017 per la notifica, nel merito esso risulta infondato.

In primo luogo la giurisprudenza è costante e uniforme nel ritenere che la carenza di motivazione del provvedimento ne determini l’annullabilità, ma non anche la nullità.

In ogni caso tale carenza non sarebbe ravvisabile, dal momento che il provvedimento risulta essere chiaro nell’indicare, a proprio fondamento la mancanza del titolo autorizzatorio previsto dalla legge. È pur vero che esso contiene anche il riferimento ai profili preclusivi di una possibile autorizzazione es art. 88 TULPS rilevati in sede ispettiva una pluralità di presupposti, quali l’invio della domanda ex art. 1 comma 644 della legge 190/2014 priva di sottoscrizione, la mancanza della dichiarazione di impegno alla regolarizzazione fiscale per emersione, come stabilita e necessariamente approvata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (prevista dal comma 643) ovvero dell’assunzione degli impegni alternativi previsti dal comma 644 e il mancato rilascio di una concessione valida in Italia all’operatore per conto della quale la ditta ricorrente opera la raccolta delle scommesse. Tutto ciò, è stato contestato alla ricorrente quando, il 17 ottobre 2017, l’attività di raccolta scommesse è stata trovata pienamente funzionante, ma può ritenersi richiamato a mero supporto della motivazione, reale e sufficiente del provvedimento, rappresentata dalla mancanza dell’autorizzazione ex art. 88 e, dunque, dall’esercizio abusivo del gioco.

Tutto il ricorso è, invece, volto a censurare i sopra riportati cenni contenuti nel provvedimento all’assenza delle condizioni per l’accoglimento dell’istanza ex art. 88, trascurando che oggetto del provvedimento è l’ordine di cessazione dell’attività, che trova la sua ragione vera, incontestata e sufficiente a supportarlo nell’esercizio dell’attività in assenza della necessaria autorizzazione ex art. 88 TULPS.

A tale proposito parte ricorrente ha sostenuto (pag. 10 del ricorso) che “l’attività di Centro Trasmissione Dati è assolutamente legittima sotto ogni profilo di legge e che l’azione amministrativa oggi opposta contrasti con la normativa comunitaria e, in particolare, con la libertà di stabilimento e di libera circolazione dei servizi.”.

La giurisprudenza (cfr. Cons. Stato 1992/2015) ha, però, chiarito come la legislazione abbia configurato un sistema “a doppio binario”, che obbliga chi intenda svolgere l’attività per conto di un operatore estero a munirsi sia della concessione da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze – Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, che dell’autorizzazione di pubblica sicurezza di cui all’art. 88TULPS, precisando che quest’ultima non può essere ottenuta da chi non sia in possesso della concessione ministeriale. Come si legge nella sentenza Tar Liguria 11 aprile 2019, n. 345: “Tale sistema a doppio binario, …., ha positivamente superato il vaglio della giurisprudenza comunitaria e nazionale.”

Nell’ordinamento italiano, dunque, il gioco mediante apparecchi elettronici non può essere esercitato da soggetti che non siano in possesso della concessione ministeriale apposita e che non abbiano ottenuto, sulla scorta di essa, la, parimenti necessaria, autorizzazione ex art. 88 TULPS. Constatato, nella fattispecie, che la ditta non disponeva di tale autorizzazione, a prescindere dalle ragioni di ciò (che non possono essere qui valutate per quanto più sopra chiarito), l’Amministrazione non poteva che disporre l’impugnato ordine di cessazione, di cui parte ricorrente non ha dimostrato alcuna illegittimità.

Accertato, dunque, che la ditta ricorrente non era in possesso dell’autorizzazione ex art. 88 e dovendosi escludere che, data la natura di tale autorizzazione, la mera presentazione dell’istanza possa essere ritenuta idonea a consentire l’inizio dell’attività, il ricorso non può trovare accoglimento, esulando dall’oggetto della controversia ogni questione relativa all’illegittimità del rigetto dell’istanza che, secondo parte ricorrente, sarebbe intervenuto e sarebbe anche stato impugnato.

Così respinto il ricorso, le spese del giudizio non possono che seguire l’ordinaria regola della soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, che liquida, a favore dell’Amministrazione, nella somma di euro 3.000,00 (tremila/00), oltre ad accessori, se dovuti”.

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