Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda) ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Ministero dell’Economia e delle Finanze, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Agenzia delle Dogane – Direzione Interregionale Emilia Romagna, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Monopoli di Stato – Ufficio Regionale Emilia-Romagna – Bologna in cui si chiedeva l’annullamento del provvedimento con cui è stata disposta la revoca, con decorrenza immediata, delle concessioni relative alla ricevitoria lotto (…) e la decadenza dalla titolarità della concessione della coesistente rivendita di generi di monopoli (…) in Bologna.

Si legge: “La revoca si fonda sull’art. 6 della legge n. 85-1990 (che estende a tutte le concessioni della ricevitoria del lotto l’applicazione della legge n. 1293-1957 e del d.p.r. n. 303-1999), oltre che sull’inadempimento all’art. 2 del contratto di concessione sottoscritto tra le parti in data 1 novembre 2017 che disciplina il relativo rapporto concessorio. La decadenza invece trova fondamento sugli artt. 6, 13, 18, della legge n. 1293 del 1957, nonché sul carattere vincolato della misura conseguente alla revoca della concessione del lotto.

Più in particolare, con nota del 18 marzo 2020 l’amministrazione ha accertato il mancato versamento dei proventi derivanti dal gioco del lotto relativi a due settimane contabili (dal 8.1.2020 al 14.1.2020 e dal 14.1.2020 al 21.1.2020) diffidando l’interessato a provvedere al pagamento entro il termine di 5 giorni dalla diffida. A seguito del contraddittorio medio tempore instauratosi sul rientro delle somme dovute in considerazione della volontà dell’istante di cedere la propria azienda e della sospensione dei termini procedimentali disposta ex lege in virtù della disciplina emergenziale rivolta a fronteggiare la diffusione epidemiologica da Covid-19, l’amministrazione soprassedeva nel portare a conclusione il procedimento avviato.

In seguito il procedimento veniva (ri-)avviato con nota del 14 settembre 2020 con la quale l’amministrazione ha diffidato l’interessato a provvedere al pagamento della somma dovuta pari a Euro 43.158,22 per il mancato versamento relativo a tre settimane contabili (alle prime due si era aggiunta la settimana dal 22.1.2020 al 28.1.2020) “entro 5 giorni” dal ricevimento della diffida. L’interessato ha quindi chiesto una proroga del termine al fine di stipulare il contratto preliminare di cessione dell’azienda in virtù del quale avrebbe potuto acquisire la provvista necessaria al saldo.

2. L’amministrazione non ha concesso la proroga e, verificato il mancato pagamento entro il termine indicato nell’ultima diffida del mese di settembre 2020, ha adottato il provvedimento indicato in epigrafe che il ricorrente ha gravato con l’odierno ricorso affidato a quattro motivi”.

Per il Tar: “Il ricorso non è fondato. È pacifico tra parti che il provvedimento di revoca si fonda sul mancato versamento delle somme provenienti dal gioco del lotto entro il termine 5 giorni dalla diffida del 14 settembre 2020 come previsto dall’art. 2 del contratto di concessione secondo cui “il mancato versamento nel termine di cinque giorni dal ricevimento della lettera raccomandata a/r, con la quale viene intimato l’adempimento, comporta la revoca della concessione, anche a norma dell’art. 1454 c.c.”.

La Sezione ha evidenziato come “l’inosservanza di questo secondo termine [quello di 5 giorni dalla diffida] sia stata qualificata come grave, avuto riguardo all’interesse del creditore, tanto da riconnettervi espressamente la conseguenza della cessazione del rapporto. Il disciplinare ha cioè previsto un particolare meccanismo, in forza del quale la violazione del secondo termine per il versamento delle somme – ossia quello di cinque giorni assegnato con la diffida – assume carattere determinante nell’economia del rapporto, conducendo a qualificare l’inadempimento del concessionario in termini di gravità per l’interesse del creditore pubblico”; il termine di pagamento entro 5 giorni dalla diffida ha quindi “una rilevanza determinante nell’economia del rapporto, tanto da comportare, in caso di infruttuoso decorso, la revoca della concessione. In conclusione, la revoca della concessione, secondo il meccanismo disegnato dall’art. 2 del disciplinare, prescinde dalla valutazione postuma della gravità dell’inadempimento, basandosi soltanto sul fatto oggettivo del mancato versamento oltre i termini stabiliti nella diffida di pagamento, ritenuto ex ante inadempimento così grave da fare venire meno l’affidabilità del concessionario incarico della gestione del denaro pubblico, recidendo così il fondamentale rapporto fiduciario che lo lega al concedente”.

Va aggiunto come il contratto di concessione della ricevitoria del lotto rientra nella più ampia categoria giuridica degli accordi ad oggetto pubblico in quanto ha ad oggetto le pattuizioni relative agli aspetti patrimoniali connessi all’esercizio di una potestà pubblica, la cui disciplina generale è contenuta nell’art. 11 della legge 7 agosto 1990, n. 241. Le parti, nell’esercizio della propria autonomia negoziale, hanno concordato di inserire nel contratto di concessione la disciplina dell’eventuale revoca della concessione al ricorrere dei presupposti stabiliti nell’art. 2 del contratto. La clausola contrattuale così convenuta dà luogo ad una specifica causa di revoca della concessione che non viola alcuna norma imperativa e rispetto ad essa non può predicarsi l’applicabilità della disciplina sulle clausole vessatorie prevista dal codice civile.

5. La ricostruzione giuridica della revoca della concessione a seguito del mancato pagamento delle somme dovute entro il termine di 5 gironi dalla diffida ha trovato peraltro conferma, nei termini qui precisati, nella sentenza del Consiglio di Stato, Sez. IV, 20 maggio 2020, n. 3195, che si è pronunciata in un caso simile. Il giudice d’appello ha significativamente affermato come “è del tutto plausibile ritenere che il richiamo, nel testo del disciplinare, all’art. 1454 c.c., debba essere interpretato nel senso che si sia voluto semplicemente affermare l’idoneità della violazione del termine di cinque giorni a sorreggere, di per sé sola, la revoca della concessione”.

6. In replica alle censure del ricorrente si osserva peraltro che il termine di intimazione a pagare entro 5 giorni dalla diffida, contenuto nella nota di settembre 2020 che ha sostituito la diffida di marzo 2020, non risulta sospeso a seguito delle disposizioni eccezionali introdotte dal legislatore per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid-19. I termini “relativi allo svolgimento dei procedimenti amministrativi” sono stati sospesi, a tutto concedere, fino al 15 maggio 2020 (art. 103 del decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, conv. con mod. dalla legge 24 aprile 2020, n. 27 e art. 37 del decreto legge 8 aprile 2020, n. 23, conv. con mod. dalla legge 5 giugno 2020, n. 40) e quindi ben prima della data di adozione della diffida di settembre 2020.

Né del resto è applicabile l’invocata disposizione del comma 1-bis dell’art. 108 del d.l. n. 18-2020, introdotta dalla legge di conversione n. 27-2020, secondo cui “i termini sostanziali di decadenza e prescrizione di cui alle raccomandate con ricevuta di ritorno inviate nel periodo in esame sono sospesi sino alla cessazione dello stato di emergenza”. Tale disposizione infatti è stata abrogata (come ricorda la difesa dell’amministrazione) dall’art. 46, comma 1, lett. b), del d.l. 19 maggio 2020, n. 34, conv. con mod., dalla legge 17 luglio 2020, n. 77 e quindi non era più in vigore alla data di adozione della diffida di settembre 2020.

7. Anche la quarta censura non è fondata.

Nel precedente richiamato, la Sezione ha affermato come “la decadenza della titolarità della rivendita ordinaria dei generi di monopolio disposta ai sensi degli artt. 6, 13, 18, della legge n. 1293 del 1957, si pone quale atto conseguenziale rispetto all’atto presupposto rappresentato dalla decadenza della concessione della ricevitoria del lotto (ricorrendo i presupposti di legge previsti per quest’ultima). La decadenza dalla concessione del lotto, che comporta il venire meno del rapporto di fiducia con l’amministrazione, costituisce causa di per sé idonea a recidere anche il rapporto di fiducia in ordine al diverso rapporto relativo alla rivendita e quindi a cagionare la decadenza della titolarità della stessa. Come si è evidenziato, la perdita del rapporto di servizio con l’amministrazione (nella specie per la decadenza della ricevitoria) comporta la “perdita delle condizioni soggettive della concessione, legittimando, in ragione del venir meno dell’elemento fiduciario, alla revoca del titolo di gestione (Consiglio di Stato, Sez. IV, 15 settembre 2015, n. 4313). In altri termini, la decadenza dal primo rapporto comporta, salvo specifiche ragioni contrarie, la decadenza anche dal secondo rapporto, sicchè il venire meno della prima concessione determina in modo conseguenziale il venire meno della seconda”.

Tale conclusione ha trovato conferma nella ricordata decisione del Consiglio di Stato n. 3195-2020 che ha ritenuto il potere di decadenza dalla titolarità della concessione della rivendita di generi di monopolio avente “carattere totalmente vincolato” rispetto alla disposta revoca della concessione della ricevitoria del lotto.

Alla luce del quadro normativo di riferimento e sulla base dei presupposti di causa, l’amministrazione ha quindi correttamente esercitato il proprio potere di revoca e di decadenza.

8. In conclusione, il ricorso è infondato e va pertanto respinto.

In considerazione della natura della controversia, nonché dell’indeterminatezza del valore della causa, le spese di giudizio vengono compensate”.