Italo Marcotti, Vice Presidente Sistema Gioco Italia in Confindustria – Presidente FederBingo, interviene in merito alla mobilitazione nazionale dei lavoratori del gioco legale che oggi ha interessato molte piazze del territorio nazionale. 

“Oggi ho partecipato al presidio indetto dai sindacati a Bologna. Per chi scrive è stata un’esperienza nuova, mai avrei potuto anche solo immaginare 10 anni fa di trovarmi immerso fra bandiere dei sindacati, fischietti e trombe a cercare di rivendicare in pubblica piazza il mio diritto di lavoratore. Prima della manifestazione ho offerto un contributo telefonico alla trasmissione di Rai Radio Tre “Tutta la città ne parla”. Il conduttore moderava un dibattito a senso unico fra Marco Dotti di “Vita”, l’onorevole M5S Silvestri ed altri”.

“Mentre attendevo di entrare in diretta ascoltavo il dibattito dal quale emergeva chiaramente l’inutilità e la pericolosità, a loro dire, del nostro settore” prosegue Marcotti.”Ovviamente non condivido una sola parola di ciò che ho sentito ma quei contenuti, quella visione del nostro mondo così diversa e severa, mi ha imposto una riflessione. Il dibattito negli ultimi anni si è concentrato sulla tematica della domanda e delle ricadute sanitarie e sociali, non vi è mai stato un vero focus sull’offerta. Semplifico: abbiamo sempre dibattuto e subìto le tematiche relative alla dipendenza ed a quanti soldi vengono spesi per il gioco, ma l’opinione pubblica, i giornali ed i TG, non hanno mai voluto vedere il settore con i nostri occhi, come se nessuno di noi avesse importanza sotto tutti i profili, non per ultimo, di essere tutti cittadini dello stesso Stato, con uguali diritti ed uguali doveri. 18 anni di gioco pubblico hanno permesso l’emersione di miliardi di euro di evasione, hanno prodotto occupazione, gettito erariale ed hanno incuneato lo Stato in un mondo sommerso, imponendo regole certe a tutela del consumatore e quindi del cittadino.

Esiste la malavita fra le pieghe della nostra filiera? Si, è oggettivo, esattamente come esiste nell’edilizia, nel commercio, nell’industria, nel turismo ed in tutti quei settori dove c’è business, persino nel terzo settore. La cronaca rende oggettiva questa mia affermazione. Il gioco può essere estirpato dalla nostra cultura? No, oltre 18 milioni di persone hanno giocato almeno una volta negli ultimi mesi, 17 milioni sono giocatori sociali, ma 1,5 milioni sono giocatori problematici. Il numero dei giocatori problematici è importante, rappresenta l’8,3% sul totale. Questi nostri concittadini sono persone che hanno bisogno di aiuto, hanno bisogno dello Stato. Essi rappresentano il rovescio della medaglia, lo stesso lato della medaglia sul quale convivono alcolisti e tabagisti, e tutti coloro che soffrono di dipendenza da sesso, shopping, droga, internet, ecc… Da cittadino mi aspetterei una risposta forte, fatta di assistenza e cultura perché se è vero che esistono i malati è altrettanto vero che nessuno di noi ha obbligato un cliente a giocare, come nessun barista ha mai obbligato un cliente a bere o Facebook ha creato un profilo a nostra insaputa attivandosi 10 ore al giorno.

Siamo quindi di fronte ad un problema culturale e da cittadino di uno Stato avanzato e moderno vorrei che i nostri figli potessero trovare nelle scuole, nelle parrocchie, nelle famiglie ed in modo generale nei valori della nostra comunità quella cultura che facesse loro comprendere il valore della vita e quale strada prendere al bivio fra comportamenti giusti e sbagliati. Invece, da cittadino, lavoratore ed imprenditore del settore del gioco legale, perché la legalità si colloca dalla parte della legge e non dove la colloca l’onorevole Silvestri, rilevo che il mio Stato, nelle sue diverse declinazione, combatte le dipendenze con i divieti perseguendo il proibizionismo. Il risultato di tale politica ce lo racconta la storia, e fu una sconfitta. Ritengo che il distanziometro e le limitazioni orarie in verità siano la prova dell’incapacità del nostro Stato di creare e diffondere cultura. E’ un’amara considerazione, lo scrivo da italiano, ma purtroppo i fatti ne sono l’evidenza. Esattamente come è evidente l’incapacità del sistema sanitari di intercettare e curare chi soffre di dipendenza e ciò è rilevabile dalle stesse dichiarazioni degli operatori nel giustificare la pochezza dei soggetti a carico delle AUSL.

Ora più che mai il settore ha bisogno di essere unito, coeso e determinato nel rappresentare i propri valori occupazionali, il proprio ruolo di presidio a contrasto della malavita organizzata ed il proprio ruolo nel tessuto economico del paese. Valiamo 150.000 addetti occupati, determiniamo la raccolta della terza voce d’entrata per il bilancio dello stato, 10 miliari di Euro, e decine di migliaia di partite iva che operano a vario titolo nel settore. Lasciamo da parte i temi commerciali che da sempre minano la nostra unità indebolendoci e cerchiamo di portare uniti sul tavolo della politica tre grandi temi : il diritto al lavoro, alle regole comuni ed il ritorno alla redditività nel segno del presidio statale in concessione/autorizzazione. Chiediamo uniti che ciò possa essere perseguito e riassunto in un nuovo modello di raccolta che elevi le caratteristiche di sicurezza della rete e coadiuvi il sistema sanitario nazionale nel contrasto alla dipendenza. La filiera del gioco è composta da aziende con caratteristiche molto diverse, parte da grandi multinazionali passando per i concessionari retail fino a tabaccai e baristi, la visione non può essere uguale per tutti ma vivo la convinzione che ognuno di noi, guardandosi dentro, non possa accettare di essere trattato con disprezzo solo perché svolge il proprio onesto lavoro. Diciamo basta tutti insieme, lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo alle nostre famiglie.Lo dobbiamo fare per il nostro futuro” conclude Italo Marcotti.

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