“Da oggi prenderà il via la pubblicazione di una serie di articoli curati della dott.ssa Sarah Viola (nella foto), medico psichiatra esperto in dipendenze, che a partire dallo scorso anno ha avviato una collaborazione con il Centro Studi As.Tro. I contributi della dott.ssa Viola -che verranno pubblicati a cadenza bisettimanale sul sito di Assotrattenimento- avranno ad oggetto l’analisi delle dipendenze, in particolare quella da gioco d’azzardo patologico, e degli strumenti adatti a contrastarlo, anche alla luce delle normative locali adottate in materia di gioco”. E’ quanto comunica l’associazione.

Questo il piano dell’opera:

24 gennaio 2022: LA DIPENDENZA

07 febbraio 2022: DIPENDENZA E CRAVING

21 febbraio 2022: EPIDEMIOLOGIA DEL GIOCO PATOLOGICO

07 marzo 2022: LA TERAPIA DELLE DIPENDENZE

21 marzo 2022: LA PREVENZIONE DELLE DIPENDENZE

04 aprile 2022: LUCI ED OMBRE DELLE ATTUALI NORMATIVE DI LEGGE

26 aprile 2022: IL RUOLO DEL PROIBITO NEL RINFORZO DELLA DIPENDENZA

09 maggio 2022: LA RICADUTA DEL GIOCO PATOLOGICO SUI SISTEMI FAMILIARI

23 maggio 2022: COSA ESISTE IN ITALIA CONTRO LA LUDOPATIA

06 giugno 2022: L’INTERVENTO SULL’INDIVIDUO E PER L’INDIVIDUO

20 giugno 2022: MODELLI DI INTERVENTO NEGLI ALTRI PAESI

04 luglio 2022: VERSO UNA PROPOSTA DI INTERVENTO VERAMENTE EFFICACE

L’articolo odierno, dal titolo ‘La dipendenza’, può essere letto di seguito. Chi preferisce può scaricarlo in formato pdf cliccando qui.

LA DIPENDENZA

Cosa vuol dire dipendenza? Significa non riuscire a fare a meno di qualcosa. Non riuscire neppure a compiere gli atti della vita quotidiana senza quella cosa o anche quella persona e, in questo caso, si parla di dipendenza affettiva. Si può dire che la postura psicologica della dipendenza esiste da quando esiste l’uomo. Si possono citare esempi illustri nella storia di persone afflitte da questo problema. Basti pensare ad Elisabetta d’Austria, la famosa “Sissy”, anoressica, cioè dipendente dal digiuno. Lo stesso Freud, che abusava di cocaina. Ernest Hemingway, alcolista e potremmo continuare all’infinito. Come si struttura la dipendenza in un soggetto? La dipendenza è una fuga dalla relazione. Il rapporto con l’Altro, vissuto come pericoloso e pieno di insidie, viene sostituito da una relazione con l’oggetto, un oggetto qualsiasi ma, generalmente, alcool, fumo, droghe, cibo, gioco, shopping e anche l’amore, ma un amore malato, che si fonda su un bisogno dell’Altro che non viene più vissuto come persona, ma come cosa, viene cioè reificato, e ridotto a mero possesso. L’oggetto – o la persona – da cui si dipende è, allo stesso tempo, schiavo e padrone, in quanto il soggetto dipendente pensa di avere in mano il controllo della situazione ma non si rende conto, almeno per molto tempo, di essere, in realtà, completamente sottomesso all’oggetto della sua addiction, per dirla all’inglese.

La dipendenza è una condizione che mina profondamente tutti i momenti e le dimensioni della vita: altera i rapporti interpersonali, in primis, ma anche le capacità professionali, la qualità di qualsiasi prestazione e, spesso, la salute fisica. Ma tutti possono sviluppare una dipendenza? No, non tutte le persone hanno lo stesso livello di rischio. Chi soffre di questa, terribile, malattia, ha un preciso profilo di personalità che si caratterizza per una bassissima tolleranza alle frustrazioni, per una ipersensibilità al giudizio degli altri, per una estrema insicurezza e bassa autostima, per nuclei abbandonici radicati e, in qualche caso (specie per ciò che attiene ai Disturbi del Comportamento Alimentare) per un estremo perfezionismo e la necessità di aderire ad un’immagine del proprio io Idealizzata. C’è una certa famigliarità nelle dipendenze, anche se non si può parlare di ereditarietà. Rifugiarsi nel rapporto oggettuale rassicura il soggetto, gli fa pensare di non correre alcun rischio di soffrire, di non poter essere mai abbandonato: la bottiglia, il cibo, il gioco, non ti tradiscono. In realtà il dipendente ha perso la partita in partenza: egli pensa di controllare tutto attraverso la sua dipendenza e, in realtà, non controlla più nulla, è totalmente guidato e determinato dal suo oggetto di riferimento. Ma come si cura la dipendenza? Curare queste patologie è una scommessa che spesso i terapeuti che vi si cimentano sono destinati a perdere. Infatti la peculiarità di questa condizione patologia è che il paziente al quale ci troviamo di fronte soffre, e molto, ma, in realtà non chiede di guarire, non vuole davvero l’aiuto del terapeuta in quel senso. “Tanto”, pensa: ”quando voglio posso smettere”.

Poi si rende conto che così non è ma, nonostante ciò, ancora non vuole davvero guarire. Guarire lo terrorizza, il paziente dipendente non immagina la sua vita senza il suo oggetto d’”amore”. La dipendenza, ahimè, infatti è un sintomo che, apparentemente, ha enormi vantaggi secondari per il paziente. Lo rassicura, lo identifica, lo disinibisce, lo eccita, lo calma, lo illude, lo diverte, lo stordisce, lo protegge, lo fa uscire dalla realtà che non gli piace, lo esonera, a seconda dell’oggetto scelto e delle caratteristiche di personalità del paziente. Come fa una cura a portarti fuori da tutto questo, e, soprattutto, come fa il paziente ad accettare di vivere nuovamente sentendosi impaurito, senza identità, inibito, apatico, agitato, deluso, triste, lucido nel contatto con una realtà che non gli piace, scoperto, pieno di doveri e responsabilità. Il sintomo, cioè, nel caso della dipendenza non è qualcosa di cui il paziente si vuole liberare, come avviene per tutte le altre malattie fisiche e psichiche, è qualcosa al quale il soggetto è, al contrario, molto legato, qualcosa che non vorrebbe mai lasciare andare, qualcosa di prezioso e impagabile, l’unico modo attraverso il quale, a volte, un soggetto affetto da dipendenza può accettare di vivere.