Prende spunto dalle ultime vicende del calciobalilla la profonda riflessione di Francesco Gatti (nella foto), CEO di Bull Gaming, sulla situazione del settore del gioco lecito in Italia.

“L’Italia degli scandali, del proibizionismo, del benpensante, bigotta e controversa, ha scoperto, con qualche anno di distanza, che non esiste per il nostro settore il beneficio del dubbio.

Per non concedere nulla – scrive Gatti – si arriva a vietare tutto, si norma tutto, si sottopone a una burocrazia invadente ed inutile anche ciò che il buon senso suggerirebbe di relegare alla schiera delle cose concesse, quelle per cui non serve richiedere un’autorizzazione.

Stiamo pagando un percorso che ha radici lontane e profonde, col quale non abbiamo mai davvero fatto i conti.

Buona parte delle società che ancora oggi operano sul mercato sono figlie di quel periodo. Il periodo d’oro per il settore: quello della legge 425.

Una norma che rappresentava il primo passo di una progressiva, ma urgente, legalizzazione del comparto e che ne avrebbe segnato la sorte.

Quello che ha rappresentato gestire una tipologia di macchina così appagante economicamente, sostanzialmente priva di burocrazia, e con una facilità di accesso inedito, lo abbiamo scoperto nel corso dell’ultimo ventennio.

L’eredità di quel periodo si è trascinata fino ad oggi.

È una questione non di ordine imprenditoriale.

Quella è stata superata ed archiviata grazie alle mille assurdità imposte al settore nel corso degli anni: anni in cui il populismo ci ha travolto consegnandoci alla politica e alle proprie regole, anni in cui siamo affogati nella burocrazia e dove il business è diventato solo di sopravvivenza, dove investire è utopia e che ci ha proiettato nel medioevo tecnologico lasciandoci in mano le peggiori macchine da gioco di tutto il panorama europeo.

Le nostre fiere di settore, che ben fotografano con la loro cadenza lo stato di salute del comparto, si sono malinconicamente e progressivamente trasformate in salotto per pochi.

L’eredità di quel periodo risiede nella confusione terminologica: nella awp – termine decisamente troppo tecnico – che diventa “macchinetta” o “videopoker” sui media.

L’eredità di quel periodo è nella imposizione che ci considera tutti ladri, uno per uno, e ci relega alla sottomissione di un regime concessorio sballato, ove il controllante si confonde col controllore. E la cosa, nota ed accettata dagli organi di vigilanza, è tollerata e normalizzata se non incentivata. 

Un sistema dove per qualcuno – ma solo se è considerato una pedina, e badi bene solo di questo si tratta – esistono le dilazioni del PREU che concedono un vantaggio imprenditoriale importante, mentre per gli altri (non unti dal Signore) scatta la ghigliottina quindicinale del prelievo unico, senza eccezione, senza amnistie.

Il nostro settore non potrà fare un passo avanti, non potrà scollegarsi da questa anoressia imprenditoriale che ci ha lasciato spogli di idee e di vision, se prima non fa i conti con sé stesso.

Una questione morale ancora aperta. Una eredità che ci porta purtroppo a sognare il passato piuttosto che aprirci al futuro con passione, coraggio, correttezza, coesione e sacrificio.

In altri paesi – prosegue il CEO di Bull Gaming – esistono macchine meno impattanti, regole più coeve, esiste un’aderenza spiccata fra imprenditoria dell’intrattenimento ed accettabilità sociale del gioco.

Qui siamo in contrapposizione perenne con un sistema che abbiamo contribuito tutti, nessuno escluso, a spingere verso l’introito – che peraltro ci è stato ridotto costantemente anziché aumentare.

Esiste una via, è quella dell’equilibrio.

Occorre, ne abbiamo sete e bisogno: serve una visione diversa, equilibrata.

Le macchine che gestiamo non sono accettabili. Non è pensabile avere migliaia di VLT sparse sul territorio. Non è pensabile avere bar con 8 macchine, non è pensabile trasformare le awp in macchine al 65% di payout. 

Ecco che è evidentemente la parentela con quella “425” il vero problema. E il problema maggiore è il sognare, da parte di molti di noi, il ritorno al passato.

Dobbiamo chiudere la partita. Spingere la politica alla revisione del nostro comparto puntando sull’evoluzione tecnologica, ma soprattutto morale.

Se vogliamo recuperare l’accettabilità sociale del nostro settore, l’unica via è la contrazione delle performance. Non significa una contrazione economica lineare per le nostre aziende, si badi bene.

Se chiediamo un passo indietro alla politica e siamo pronti noi a fare uno, allora, e solo allora, saremo pronti a guardare al futuro senza concedere il fianco a speculazioni, a confusione, a interpretazione del nostro lavoro che merita pari dignità, pari considerazione e pari opportunità di qualsiasi altro.

Portare le macchine AWP a 20 centesimi (come in Spagna ad esempio) o ritornare ai 50 centesimi, limitare le VLT allo stretto necessario (tanto più che molte sale hanno un numero di macchine assolutamente sovradimensionato), limitare la diffusione delle stesse puntando sulla maggior qualità del prodotto.

Contraiamo l’impatto economico anche riducendo il numero di installazioni.

Serve coraggio per accettare il nuovo. Il nuovo ha sempre bisogno di supporter. È una filosofia che porterà le nostre aziende a scavalcare la nostra generazione e a lasciare ai nostri figli un settore diverso da quell’’aborto burocratico’ di oggi.

Serve una nuova via. 

E serve chiudere la questione morale di un settore che di tutto ha bisogno, fuorché guardare nostalgicamente al proprio passato”, conclude Gatti.

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