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Il Tar Lombardia ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato da una società contro il Comune di San Martino Siccomario in cui si chiedeva l’annullamento del provvedimento di chiusura dell’attività avente in particolare ad oggetto “ordinanza di inibizione dell’attività di sala giochi mediante apparecchi ex art. 110, comma 6, del TULPS, esercitata presso i locali di Via -OMISSIS-”; del presupposto Regolamento comunale per l’apertura e la gestione del gioco, approvato con Deliberazione del Consiglio comunale n. 46 del 30.9.2010, nella parte – articoli 4 e 5 lettere a) e d) – in cui prevede l’autorizzazione comunale con rispetto del distanziometro e del requisito demografico.

La ricorrente, titolare della sala giochi (apparecchi ex art. 110, comma 6 del TULPS) esercitata nel Comune di San Martino Siccomario presso i locali di Via -OMISSIS-, ha impugnato i provvedimenti meglio indicati in epigrafe, tra cui, in particolare, l’ordinanza di inibizione dell’attività e il Regolamento comunale per l’apertura e la gestione del gioco, deducendone l’illegittimità sulla base dei seguenti motivi:

1) errata applicazione della L.R. n. 8/2013 e della DGR 24.1.2014 n. X/1274: i riferimenti ai precetti regionali sarebbero inconferenti per il fatto che la sala sarebbe preesistente rispetto alla entrata in vigore delle disposizioni in questione;

2) illegittimità degli atti impugnati perché non sarebbe necessario, ai sensi del Regolamento comunale, chiedere un’autorizzazione specifica nei casi di trasferimento d’azienda: la ricorrente non ha né aperto una sala, né trasferito di sede la sala, né variato lo stato dei luoghi della sala, avendo acquistato il ramo di azienda inerente la sala il 30 dicembre 2013; non si verserebbe, quindi, in alcuna delle ipotesi che presuppongono la richiesta di una nuova autorizzazione comunale; la ricorrente, inoltre, avrebbe presentato al Comune, in data 16.5.2014, una SCIA specifica in cui si farebbe espresso riferimento alla sala e ai giochi in essa contenuti;

3) illegittimità dell’ordine di chiusura in merito all’asserita violazione del c.d. distanziometro, per difetto d’istruttoria nonché per l’effetto espulsivo determinato dal Regolamento presupposto: nell’ordine di chiusura non sarebbe indicato alcun dettaglio – neanche l’ubicazione stradale (né via, né numero civico) – necessario alla identificazione del “-OMISSIS-”, luogo sensibile asseritamente ubicato ad una distanza inferiore a 250 metri dalla sala; il Regolamento comunale, inoltre, sarebbe viziato da “effetto espulsivo”: il Regolamento porrebbe sul territorio un divieto assoluto e totale e in quanto tale ingiustificato, sproporzionato, in contrasto sia con la dichiarata intenzione dell’amministrazione comunale di regolamentare l’apertura delle sale, sia con la normativa nazionale che da anni ha compiuto una scelta di regolamentare e non di proibire; il Regolamento, in particolare: i) sarebbe in contrasto con i principi di ragionevolezza, adeguatezza e proporzionalità dell’azione amministrativa sanciti dall’art. 97 Cost., stante l’evidente sproporzione delle misure imposte, e sarebbe affetto da difetto di istruttoria; ii) contrasterebbe con il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 Cost., sotto il profilo dell’ingiustificata e sproporzionata compressione della libertà di iniziativa economica, di cui all’art. 41 Cost.; iii) non sarebbe in linea con la riserva di legge statale in materia di trasparenza, concorrenzialità e libertà del mercato, sancita dall’articolo 117 Cost.

4) illegittimità dell’ordine di chiusura in merito all’asserita violazione del criterio demografico per difetto d’istruttoria e per l’ulteriore incidenza afflittiva del Regolamento, già viziato da effetto espulsivo: applicando anche le ulteriori previsioni del Regolamento la percentuale di territorio comunale libero risulterebbe pari allo 0%;

5) illegittimità degli atti impugnati per violazione del principio del legittimo affidamento di rilevanza europea: il provvedimento impugnato sarebbe giunto inaspettatamente dopo 5 anni dall’apertura della sala e dopo 3 anni dalla relativa acquisizione da parte della ricorrente, senza che mai prima fosse stata sollevata alcuna eccezione e/o contestazione da parte del Comune.

La ricorrente ha avanzato anche istanze istruttorie chiedendo, in particolare, che venga disposta consulenza tecnica d’ufficio.

Si è costituito il Comune intimato, chiedendo la reiezione del ricorso ed eccependone comunque la tardività, nella parte in cui viene impugnato il Regolamento comunale, e in parte la inammissibilità.

Alla camera di consiglio del giorno 4 dicembre 2017 la Sezione ha fissato l’udienza pubblica per la trattazione del merito della causa, ai sensi dell’art. 55, comma 10, c.p.a.

Alla pubblica udienza del giorno 21 marzo 2018 la causa è passata in decisione.

2. Si può prescindere dall’esame delle eccezioni processuali in quanto il ricorso è infondato nel merito; quanto alle istanze istruttorie, il Collegio non ravvisa la sussistenza dei presupposti per l’accoglimento delle stesse, in quanto la causa può essere agevolmente definita sulla base della documentazione già versata in giudizio dalle parti.

Di seguito le motivazioni della sentenza, rese nella forma redazionale semplificata di cui all’art. 74 c.p.a.

2.1. Il provvedimento impugnato si fonda su un triplice ordine di ragioni; in particolare, nel corpo motivazionale dell’atto si evidenzia che l’attività di sala giochi in questione risulta esercitata: i) in assenza di autorizzazione comunale; ii) in violazione del criterio demografico di cui all’art. 5, comma 1, del Regolamento comunale (una sala giochi ogni 5.000 abitanti), atteso che il Comune di San Martino Siccomario ha una popolazione di circa 6000 abitanti e conta già una sala giochi precedentemente autorizzata; iii) in violazione dei criteri di ubicazione (c.d. distanziometro: distanza minima di 250 metri dai c.d. “luoghi sensibili”), dal momento che la sala giochi è situata a meno di 250 metri dai luoghi sensibili individuati dal Regolamento comunale e, in particolare, a meno di 250 metri dal -OMISSIS-.

2.2. Secondo la prospettazione di parte ricorrente l’attività di sala giochi de qua non necessiterebbe di un’apposita autorizzazione, non essendosi verificata, nel caso di specie, né l’ipotesi di una nuova apertura, né quella di un trasferimento di sede; -OMISSIS- ritiene, inoltre, sufficiente – ai fini del corretto insediamento della propria attività – la SCIA a suo dire presentata in data 16 maggio 2014.

Nel dettaglio, la ricorrente deduce che:

– la sala risulta aperta nel 2012, contestualmente all’apertura del -OMISSIS-, autorizzato dal Comune in cui la sala stessa si trova, per opera del precedente titolare -OMISSIS-con licenza ex art. 88 TULPS datata 26.4.2012;

– in data 30.12.2013, con il “Contratto di cessione di ramo di azienda” la ricorrente ha acquistato da -OMISSIS- la sala, dotata di licenza ex art. 88 TULPS, dapprima sostituita in data 10.4.2014 e successivamente aggiornata in data 4.7.2016;

– in data 16.5.2014 la ricorrente ha presentato al Comune una SCIA avente ad oggetto l’attività di “piccola somministrazione di alimenti e bevande” esercitata nella sala, con l’indicazione che all’interno della medesima viene svolta attività di “gestione di apparecchi che consentono vincite in denaro”.

2.3. Al riguardo, osserva il Collegio che:

– l’autorizzazione comunale, di cui il ricorrente è privo, non è assorbita dalla licenza ex art. 88 del TULPS conseguita da parte dell’interessata, operando i due titoli su piani e a tutela di interessi pubblici distinti (cfr. C.d.S., Sez. V, n. 3778/2015; T.A.R. Campania, Sez. III, ord. n. 1067/2017);

– l’autorizzazione del Questore invocata dalla ricorrente è stata rilasciata “ai soli fini di pubblica sicurezza, ed è subordinata all’osservanza delle norme di legge e di regolamento in materia”; detto provvedimento non legittimava, pertanto, lo svolgimento dell’attività sotto il profilo commerciale, essendo stato reso, infatti, ai soli fini del controllo sulle qualità soggettive del titolare;

– per giurisprudenza pacifica, ai fini dell’installazione degli apparecchi VLT all’interno di una sala pubblica per giochi, sono sempre necessarie sia la licenza di polizia rilasciata dal Questore, a norma dell’art. 88 TULPS, avuto riguardo alla verifica dei requisiti morali del richiedente e della situazione di ordine pubblico, sia l’autorizzazione del Comune dove l’attività dovrà essere svolta, al quale compete, ai sensi dell’art. 86 TULPS, l’apprezzamento di profili di interesse pubblico, fra cui l’esigenza di tutelare e preservare la qualità ambientale, nonché la peculiarità e tipicità del tessuto urbano al cui interno la sala giochi si colloca, e la tutela del consumatore rispetto alla c.d. ludopatia (C.d.S. Sez. V, n. 4593/2015, che ha riformato T.A.R. Lombardia – Milano, Sez. I, n. 149/2015; C.d.S., n. 3778/2015, cit.; T.A.R. Lombardia – Milano, Sez. I, n. 2452/2017; T.A.R. Toscana, Sez. II, n. 1424/2012);

– l’art. 4 del d.lgs. n. 222/2016, espressamente dettato in materia di “semplificazione di regimi amministrativi in materia di pubblica sicurezza”, prevede che “per le attività sottoposte ad autorizzazione di pubblica sicurezza ai sensi del R.D. n. 773/1931, ove l’allegata tabella A preveda un regime di Scia, quest’ultima produce anche gli effetti dell’autorizzazione ai fini dello stesso regio decreto”, laddove invece, i punti 83 e 84, contenuti nel paragrafo 6.1 di tale Allegato (“esercizio sale giochi”), e volti a disciplinare il regime applicabile agli “apparecchi che erogano vincite in denaro ex art. 110 c. 6 lett. a T.u.l.p.s. (ad es. slot e new slot) collegate in rete con il concessionario”, e gli “apparecchi videoterminali, ex art. 110 c. 6 lett. b T.u.l.p.s., che si attivano esclusivamente in presenza di un collegamento ad un sistema di elaborazione della rete telematica”, prevedono espressamente che l’esercizio di tali attività sia subordinato ad un “autorizzazione”, e non pertanto ad una semplice Scia (T.A.R. Lombardia – Milano, n. 766/2018);

– peraltro, la SCIA prodotta dalla ricorrente non riguarda nemmeno la sala giochi, ma soltanto l’attività di somministrazione di alimenti e bevande, come è agevole constatare alla luce del contenuto riportato nella SCIA in questione (v. all. n. 5 di parte ricorrente).

Ciò posto, è incontestabile che la ricorrente ha svolto per tre anni l’attività di gestione della sala giochi in assenza della necessaria autorizzazione comunale.

I primi due motivi, pertanto, vanno respinti.

2.4. Con riguardo al quinto motivo, con cui la ricorrente lamenta la violazione del legittimo affidamento, è sufficiente rilevare che a fronte di un’attività svolta, come visto sopra, in assenza della necessaria autorizzazione, non può configurarsi alcun affidamento “legittimo” in capo all’interessata.

La censura, pertanto, va respinta.

2.5. Con gli ulteriori motivi (terzo e quarto) l’istante censura le previsioni del Regolamento Comunale per l’apertura e la gestione del gioco, nella parte in cui, per un verso, stabiliscono il c.d. distanziometro e, per altro verso, prevedono un criterio “demografico” come limite allo svolgimento dell’attività di sala giochi.

Orbene, ritiene il Collegio di poter prescindere dallo scrutinio dei motivi in questione, avendo il provvedimento impugnato una motivazione plurima, ed essendosi accertata, in esito allo scrutinio dei precedenti motivi, la legittimità di uno dei tre profili su cui il medesimo si fonda.

Come detto (v. supra, sub 2.1.), l’ordinanza impugnata ha disposto la chiusura della sala giochi della ricorrente per un triplice ordine di motivi: i) assenza di autorizzazione comunale; ii) violazione del criterio demografico di cui all’art. 5, comma 1, del Regolamento comunale; iii) violazione dei criteri di ubicazione (c.d. distanziometro).

Conseguentemente, anche qualora, in esito allo scrutinio dei motivi de quibus, uno dei due venisse accolto, ritenendo pertanto che il citato Regolamento sia effettivamente illegittimo, il provvedimento impugnato manterrebbe comunque la propria validità, considerato che la ricorrente, per oltre tre anni dall’acquisizione della sala giochi dalla precedente titolare, ha gestito la stessa in assenza della prescritta autorizzazione.

2.6. In definitiva, il ricorso è infondato e va pertanto respinto.

Sussistono, tuttavia, giusti motivi per compensare le spese di giudizio tra le parti costituite, in considerazione della peculiarità della fattispecie e tenuto conto, in particolare, del ritardo con cui il Comune ha effettuato il sopralluogo nei locali della ricorrente che ha dato luogo all’adozione del provvedimento impugnato; nulla deve disporsi in ordine alle spese, invece, per le parti non costituite.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate tra le parti costituite.

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