Il Tar Piemonte ha respinto una serie di ricorsi contro i provvedimenti di alcuni Comuni con i quali veniva comunicato ai titolari di esercizi pubblici la presenza, a una distanza inferiore ai 300 mt, di luoghi sensibili. I giudici hanno quindi rigettato la censula di ‘prospettata illegittimità costituzionale delle disposizioni regionali applicate nella vicenda oggetto di causa’ . ‘Va però premesso – si legge nella sentenza – che il “distanziometro” qui contestato è previsto nella legge regionale piemontese unicamente per gli apparecchi di cui all’art. 110 commi 6 e 7 del TULPS; in questo ambito le parti ricorrenti lamentano le ricadute che la legge regionale ha avuto in relazione alla sola possibilità di collocare apparecchi AWP (e non ogni altra forma di gioco lecito) all’interno di esercizi fisiologicamente volti a svolgere altre attività di commercio al dettaglio (tabaccherie, bar e pubblici esercizi in genere, tra i quali rientra il Bar XXX); l’interesse azionato è quindi unicamente circoscritto agli apparecchi di cui all’art. 110 comma 6 del TULPS (quali sono le AWP), oggetto di concessione e di cui si lamenta l’indiretta lesione relativamente alla loro diffusione nei pubblici esercizi.

“Le parti ricorrenti lamentano innanzitutto l’asserita retroattività delle disposizioni regionali, che non avrebbero fatto esplicitamente salve le attività già in essere, incidendo negativamente sulle prerogative imprenditoriali e sull’affidamento ingenerato negli operatori del settore. La tesi sostenuta dalle ricorrenti parte da un presupposto non condivisibile: non risponde infatti a verità che la normativa regionale sia retroattiva. La legge regionale dispone pro futuro e prevede un regime transitorio con scansione temporale differenziata per i gestori di pubblici esercizi (cioè per soggetti che, in linea di principio e come già osservato, dovrebbero trarre il proprio sostentamento da attività del tutto diverse rispetto all’accessoria gestione di una macchina AWP) e per i gestori di sale giochi.  La legge regionale non è poi certo direttamente volta a disciplinare i rapporti concessori tra le parti e/o tra le parti e lo Stato (né potrebbe esserlo), ma è unicamente funzionale ad un dichiarato intento di tutela della salute, oltre che di organizzazione delle attività commerciali sul territorio, aspetti che rientrano nella materia della tutela della salute e nelle ordinarie prerogative di pianificazione urbanistica e quindi di governo del territorio, per le quali sussiste una competenza normativa regionale”.

“Con specifico riferimento a leggi regionali (si trattava in quel caso della legge della Regione Puglia n. 43/2013) aventi solo di riflesso incidenza sulle concessioni in essere in materia di giochi la Corte costituzionale, nella sentenza n. 108/2017, ha già affermato che: “Per costante giurisprudenza di questa Corte, ai fini dell’individuazione della materia nella quale si colloca la norma impugnata, si deve tener conto dell’oggetto, della ratio e della finalità della disciplina da essa stabilita, «tralasciando gli aspetti marginali e gli effetti riflessi, così da identificare correttamente e compiutamente anche l’interesse tutelato» (ex plurimis, sentenze n. 140 del 2015 e n. 167 del 2014; analogamente sentenze n. 175 del 2016 e n. 245 del 2015).

Nella specie, il legislatore…. non è intervenuto per contrastare il gioco illegale, né per disciplinare direttamente le modalità di installazione e di utilizzo degli apparecchi da gioco leciti e nemmeno per individuare i giochi leciti: aspetti che – come posto in evidenza dalle citate sentenze n. 72 del 2010 e n. 237 del 2006 – ricadono nell’ambito della materia «ordine pubblico e sicurezza», la quale attiene alla prevenzione dei reati ed al mantenimento dell’ordine pubblico, inteso quale «complesso dei beni giuridici fondamentali e degli interessi pubblici primari sui quali si regge la civile convivenza nella comunità nazionale» (tra le altre, sentenze n. 118 del 2013, n. 35 del 2011 e n. 129 del 2009). Il legislatore regionale è intervenuto, invece per evitare la prossimità delle sale e degli apparecchi da gioco a determinati luoghi, ove si radunano soggetti ritenuti psicologicamente più esposti all’illusione di conseguire vincite e facili guadagni e, quindi, al rischio di cadere vittime della “dipendenza da gioco d’azzardo”: fenomeno da tempo riconosciuto come vero e proprio disturbo del comportamento, assimilabile, per certi versi, alla tossicodipendenza e all’alcoolismo.

La disposizione in esame persegue, pertanto, in via preminente finalità di carattere socio-sanitario, estranee alla materia della tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza, e rientranti piuttosto nella materia di legislazione concorrente «tutela della salute» (art. 117, terzo comma, Cost.), nella quale la Regione può legiferare nel rispetto dei principi fondamentali della legislazione statale”.

Inoltre, se è pur vero che una disciplina di “prevenzione logistica” (così espressamente qualificata nella citata sentenza Corte cost. n. 108/2017) è già stata configurata dal legislatore nazionale con l’art. 7 comma 10 del D.L. n. 158/2012, quanto alla facoltà delle regioni di intervenire in questo stesso senso ed in termini di maggior tutela il giudice delle leggi ha stabilito: “Come rilevato anche dal Consiglio di Stato (sezione terza, sentenza 10 febbraio 2016, n. 579), dalla citata norma statale si ricava soltanto il principio della legittimità di interventi di contrasto della ludopatia basati sul rispetto di distanze minime dai luoghi “sensibili”, non anche quello della necessità della previa definizione della relativa pianificazione a livello nazionale. La pianificazione prefigurata dalla disposizione statale non è, peraltro, mai avvenuta, non essendo stato emanato, malgrado il tempo trascorso, il decreto interministeriale che doveva definirne i criteri. Il che rende l’intero meccanismo inoperante, non potendosi ritenere che la mancanza di detto decreto paralizzi sine die la competenza legislativa regionale (al riguardo, sentenza n. 158 del 2016)”.

Considerato che la citata pianificazione nazionale è tuttora non operativa il principio affermato dalla Corte resta evidentemente applicabile in questa sede.

Fermi quindi i limiti entro i quali dalla menzionata legislazione statale possono essere desunti dei principi, la rimodulazione delle attività prevista dalla legge regionale contempla un regime transitorio che ha, appunto, la finalità di consentire agli interessati di adeguarsi alle novità normative; trattasi in sostanza di rimodulazione di rapporti di durata e non certo di disposizioni retroattive.

In linea generale, come già ampiamente chiarito dalla Corte costituzionale, con richiamo anche alla giurisprudenza sovranazionale, “l’affidamento del cittadino nella sicurezza giuridica costituisce un «elemento fondamentale e indispensabile dello Stato di diritto» (sentenze n. 822 del 1988 e n. 349 del 1985). Ma – come chiarito dalla costante giurisprudenza di questa Corte (in consonanza anche con quella della Corte EDU) – la tutela dell’affidamento non comporta che, nel nostro sistema costituzionale, sia assolutamente interdetto al legislatore di emanare disposizioni le quali modifichino sfavorevolmente la disciplina dei rapporti di durata, e ciò «anche se il loro oggetto sia costituito dai diritti soggettivi perfetti, salvo, qualora si tratti di disposizioni retroattive, il limite costituzionale della materia penale (art. 25, secondo comma, Cost.)», fermo restando tuttavia che dette disposizioni, «al pari di qualsiasi precetto legislativo, non possono trasmodare in un regolamento irrazionale e arbitrariamente incidere sulle situazioni sostanziali poste in essere da leggi precedenti, frustrando così anche l’affidamento del cittadino nella sicurezza pubblica[recte: giuridica]» (sentenza n. 822 del 1988; in senso analogo, ex plurimis, sentenze n. 203 del 2016; n. 64 del 2014; n. 1 del 2011; n. 302 del 2010; n. 236, n. 206 e n. 24 del 2009; n. 409 e n. 264 del 2005; n. 446 del 2002; n. 416 del 1999)” (così Corte cost. 24.1.2017, n. 16).

Non vi è dunque alcuna preclusione costituzionale all’emanazione di norme che incidano pro futuro su rapporti di durata, salvo effetti palesemente arbitrari; diversamente opinando dovrebbe immaginarsi che, ad esempio, il titolare di una autorizzazione decennale all’esercizio di una attività che risulta – alla luce del progresso tecnico – dannosa per la salute, non potrebbe essere assoggettato, per tutta la durata dell’autorizzazione, alle sopravvenute norme di sicurezza volte alla tutela della salute stessa.

 E’ poi difficilmente sostenibile che una legislazione rigorosa in materia di prevenzione della ludopatia, quale quella adottata dalla Regione Piemonte, introdotta nel 2016 e con regime transitorio in scadenza nel 2017 possa aver “sorpreso” l’affidamento degli operatori del settore.

Sin dal 2012 il legislatore nazionale (con il già citato D.L. n. 158/2012, cosiddetto decreto Balduzzi), pur senza poi darvi tempestiva compiuta attuazione (come dimostrato dalla attuale persistente mancanza di disposizioni statali in tema di distanziometro), ha previsto l’aggiornamento dei cosiddetti LEA (livelli essenziali delle prestazioni) iscrivendo l’emergente fenomeno delle ludopatie ai livelli essenziali di tutela sanitaria e prefigurando la possibile ricollocazione dei punti gioco per tenere conto dei luoghi cosiddetti sensibili, quale forma di prevenzione del gioco patologico.

L’esigenza è stata ribadita dalla legge n. 208/2015 (legge di stabilità 2016), che all’art. 1 comma 936 ha rimesso alla Conferenza unificata Stato-Regioni il compito di definire “le caratteristiche dei punti di vendita ove si raccoglie gioco pubblico, nonché i criteri per la loro distribuzione e concentrazione territoriale, al fine di garantire i migliori livelli di sicurezza per la tutela della salute, dell’ordine pubblico e della pubblica fede dei giocatori e di prevenire il rischio di accesso dei minori di età.Le intese raggiunte in sede di Conferenza unificata sono recepite con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, sentite le Commissioni parlamentari competenti”; l’intesa Stato-Regioni è stata faticosamente raggiunta il 7 settembre 2017, ma non è stata ancora recepita con il previsto decreto ministeriale.

Inoltre il comma 943 della medesima legge n. 208/2015, battezzato “taglia slot”, è stato seguìto da diversi provvedimenti aventi il similare scopo di ridurre l’accesso a questa tipologia di gioco ed il numero di apparecchi disponibili.

Più recentemente, la politica nazionale di limitazione della tipologia di gioco lecito qui in discussione è proseguita con il D.L. n. 87/2018 che, tra l’altro, ha previsto che, a partire dal 2020 (cioè in un arco di tempo di circa 18 mesi dalla pubblicazione del D.L. medesimo avvenuta in Gazzetta Ufficiale del 13.7.2018) l’accesso ai giochi di cui all’art. 110 comma 6 lett. a) e b) del TULPS sarà consentito esclusivamente mediante l’utilizzo della tessera sanitaria, con evidente obbligo dei proprietari degli apparecchi e titolari di concessioni in essere di adeguare la modalità di prestazione delle proprie attività in un arco di tempo transitorio paragonabile a quello della legge regionale piemontese, ed a prescindere dalla durata delle concessioni in essere.

Si consideri poi che, proprio la giurisprudenza comunitaria, dalla cui elaborazione il principio dell’affidamento ha tratto vigore nel nostro ordinamento, valuta la tutelabilità dello stesso per i rapporti di durata anche alla luce di ciò che ragionevolmente gli operatori di settore possono attendersi in base a pregresse condotte ed indicazioni dell’amministrazione/Stato (si veda già sentenza Racke in procedimento C-98/78). Nel senso indicato si è espressa anche in più occasioni la Corte costituzionale che, ad esempio, nella sentenza n. 89/2018 ha affermato: “L’affidamento da tutelare postula il consolidamento, nel tempo, della situazione normativa che ha generato la posizione giuridica incisa dal nuovo assetto regolatorio, sia perché protratta per un periodo sufficientemente lungo, sia per essere sorta in un contesto giuridico sostanziale atto a far sorgere nel destinatario una ragionevole fiducia nel suo mantenimento (sentenza n. 56 del 2015). Se, dunque, interessi pubblici sopravvenuti possono esigere interventi normativi in grado di comprimere posizioni consolidate, è comunque necessario, per un verso, che l’incidenza peggiorativa non sia sproporzionata rispetto all’obiettivo perseguito nell’interesse della collettività; per altro verso, che l’intervento di modifica sia prevedibile, non potendosi tollerare mutamenti retroattivi dell’assetto di interessi relativo a rapporti di durata consolidati nel tempo, del tutto inaspettati (sentenze n. 203 del 2016 e n. 64 del 2014)”.

Con riferimento alle problematiche inerenti il fenomeno delle ludopatie nonché all’uso di strumenti limitativi di accesso alle forme ritenute più dannose di gioco (in specifico le AWP e le slot in genere) ed alla riduzione del loro numero assoluto, non può dubitarsi che il legislatore nazionale abbia dato da tempo indicazioni inequivoche e restrittive, segnalando l’esigenza di una regolamentazione anche della collocazione di questi apparecchi, al fine di renderli meno accessibili alle persone più vulnerabili o in condizione di maggiore vulnerabilità.

In tale contesto, alla luce della giurisprudenza tanto costituzionale che comunitaria menzionate, e considerato che la normativa in questione non è retroattiva ma dettata pro futuro, dotata di congruo periodo transitorio e solo indirettamente incidente su rapporti di durata, le prospettate censure di illegittimità costituzionale con riferimento alla presunta lesione dell’affidamento o di situazioni consolidate appaiono manifestamente infondate.

La medesima conclusione vale per quanto riguarda il preteso contrasto con la disciplina statale relativa alla ricollocazione dei punti di raccolta del gioco dettata dall’art. 7 comma 10 del D.L. n. 158/2012. Si è già rilevato che nella citata sentenza n. 108/2017 la Corte costituzionale ha riconosciuto la facoltà delle regioni di intervenire in materia, evidenziando che “dalla citata norma statale si ricava soltanto il principio della legittimità di interventi di contrasto della ludopatia basati sul rispetto di distanze minime dai luoghi “sensibili”, non anche quello della necessità della previa definizione della relativa pianificazione a livello nazionale”. A tutt’oggi la pianificazione prefigurata dalla disposizione statale non è intervenuta, perché l’intesa Stato-Regioni del settembre 2017 non è mai stata recepita con il previsto decreto ministeriale e quindi non ha valore cogente (cfr. in tal senso TAR Veneto, sez. III, n. 417 del 18 aprile 2018); quindi, vale ancora quanto affermato dalla Corte costituzionale nella stessa sentenza, secondo cui non si può ritenere “che la mancanza di detto decreto paralizzi sine die la competenza legislativa regionale”.

I ripetuti richiami alla sentenza della Corte costituzionale n. 108/2017 (pronunciata nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 7 della legge della Regione Puglia n. 43/2013 riguardante il “distanziometro” ivi previsto) sono sufficienti per escludere la fondatezza dei dubbi di legittimità costituzionale sollevati in ordine all’art. 5 della L.R. piemontese n. 9/2016, in particolare, con le censure sintetizzate al precedente punto 5.2) sub e) e così enunciate: “contrasto con gli artt. 3, 5, 41, 117 co. 2 lett. e) e 117, co. 3, della Costituzione e, ob relationem, dell’art. 7, comma 10 del d.l. n. 158 del 2012”.

Quanto alla pretesa “violazione del principio di leale cooperazione fra Stato e Regioni”, si è già detto che l’intesa Stato-Regioni del settembre 2017 non è mai stata recepita con il previsto decreto ministeriale e quindi non ha valore cogente; in ogni caso non può certo imputarsi alla Regione Piemonte di aver svolto la propria (antecedente) attività legislativa in presunta violazione della “leale collaborazione” nei confronti dello Stato per non aver puntualmente rispettato una intesa non recepita nelle forme previste dallo Stato stesso; si aggiunga che lo stesso testo dell’intesa definitivamente approvato e complessivamente letto prevederebbe un impegno delle parti a garantire, entro il 30 aprile 2018, per la sola Regione Piemonte la “rottamazione” di circa 9647 apparecchi AWP, con una complessiva riduzione di circa il 33% delle dotazioni complessivamente esistenti al 31.12.2016 sul territorio e stabilisce che “le disposizioni specifiche in materia previste in ogni Regione o Provincia autonoma se prevedono una tutela maggiore continueranno comunque ad esplicare la loro efficacia”.

 Le questioni di legittimità costituzionale sintetizzate al precedente punto riguardano in particolare il cosiddetto “effetto espulsivo” conseguente all’applicazione delle norme regionali qui contestate e le relative censure sono state formulate in questi termini: “illegittimità costituzionale degli artt. 5 e 13 della L.R. n. 9/2016 per contrasto con gli artt. 3 e 41 della Costituzione, irragionevolezza, arbitrarietà e violazione del principio di legalità sostanziale sotto ulteriori profili”. A sostegno delle proprie tesi le parti ricorrenti affermano che “la delimitazione imposta (300 metri) comporta, di fatto, l’impossibilità di esercitare il gioco lecito mediante gli apparecchi di cui all’art. 110, co. 6 TULPS, nell’ambito dei confini amministrativi del territorio comunale”; e che “il limite distanziometrico imposto, infatti, non consente alcuna ubicazione alternativa e legittima degli apparecchi, nell’ambito del centro urbano del Comune”; ciò sarebbe dimostrato dalla perizia depositata in giudizio “dalla quale emerge che calcolando una trade area pedonale di 300 metri dai luoghi sensibili, l’analisi del dato degli ESERCIZI COMMERCIALI evidenzia che la maggioranza dei punti censiti dell’intero Comune di Murisengo appartenenti alle categorie bar, tabaccherie e circoli privati (93%) sarebbe interessata dagli effetti espulsivi degli apparecchi comma 6a)”.

Per quanto suggestive, anche le censure ora in esame appaiono al Collegio manifestamente infondate.

 Premesso che la libera iniziativa economica risulta tutelata dall’art. 41 della Costituzione nel limite in cui non si esplichi in contrasto con “l’utilità sociale” o “in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, si rileva innanzitutto che il preteso effetto espulsivo nel Comune di Murisengo non ha quella natura assoluta che sembra affermata nei ricorsi; la perizia depositata dalle ricorrenti, infatti, evidenzia che almeno uno dei 13 bar esistenti nel territorio comunale non è soggetto agli effetti del “distanziometro” perché esterno al prefissato limite dei 300 metri da luoghi sensibili.

In realtà, occorre preliminarmente domandarsi se sia corretto, in relazione agli effetti di una legge regionale, prospettare un effetto espulsivo riferito a singoli comuni; e il Collegio non può esimersi dall’evidenziare l’irrazionalità di un’impostazione del problema secondo cui una legge regionale sarebbe o meno sospettabile di incostituzionalità in ragione del diverso comune nel quale se ne valuta l’applicazione. Pare al Collegio che, al più, l’effetto espulsivo, per essere rilevante al fine della prospettazione di una questione di legittimità costituzionale, dovrebbe essere evidenziato in riferimento al complessivo territorio regionale e non potrebbe neppure partire dal presupposto di dover “garantire” la presenza di AWP in ogni singolo comune, tanto più in una regione che conta 1197 comuni, molti dei quali cosiddetti “polvere” o caratterizzati da ampie conurbazioni tra il centro principale e le cittadine limitrofe. Né la carenza di allegazione sul punto è colmabile attraverso una CTU, che è per definizione un mezzo di valutazione della prova già offerta e non un mezzo esplorativo per costruire elementi di prova non prospettati in giudizio.

L’effetto espulsivo viene inoltre argomentato sottolineando (sempre con riferimento al territorio del Comune di Murisengo) l’effetto di “ghettizzazione” che deriverebbe dalla rilocalizzazione degli esercizi dotati di apparecchi AWP in zone esterne al centro abitato, prive di vocazione commerciale; effetto contrastante anche con le indicazioni contenute nell’intesa Stato-Regioni del settembre 2017.

In proposito si deve rilevare che l’entrata in vigore della L.R. n. 9/2016 e la sua applicazione impongono alle amministrazioni locali di adeguare i piani regolatori e la strumentazione urbanistica alle istanze poste dalla normativa sopravvenuta, recependo le finalità dettate dalle disposizioni regionali in modo da consentire comunque una organizzazione dell’attività degli apparecchi AWP. In sostanza l’entrata in vigore di una nuova disposizione di legge che incide sull’allocazione di un determinato esercizio/servizio impone alle amministrazioni locali di tenere conto, nella propria pianificazione, dei divieti di legge e comunque dei nuovi valori sui quali la pianificazione dovrà in qualche modo modellarsi, sì da garantire l’obiettivo della legge stessa, che nel caso in esame è, in estrema sintesi, allontanare dalle zone centrali e più accessibili gli apparecchi AWP, contestualmente però individuando aree accessibili per l’esercizio delle attività di gioco lecito mediante tali apparecchi.

D’altro canto la stessa intesa Stato-Regioni, più volte evocata, sembra sposare l’impostazione qui privilegiata là ove stabilisce “le Regioni e gli Enti locali – al fine di una maggiore efficacia nella prevenzione…- adotteranno nei rispettivi piani urbanistici e nei regolamenti comunali criteri che, tenendo anche conto della ubicazione degli investimenti esistenti relativi agli attuali punti vendita con attività di gioco prevalente, …consentano una equilibrata distribuzione nel territorio …”.

L’intesa demanda cioè alla sede propria e ragionevole – la pianificazione urbanistica – la concreta individuazione di aree “disponibili” per l’ubicazione dell’attività.

Potrebbe obiettarsi che la legge regionale ha dettagliato una serie di luoghi sensibili numerosa, che come tali trovano applicazione a prescindere da eventuali interventi pianificatori imponendo limiti all’attività.

L’affermazione è condivisibile ma il Collegio ritiene che le parti ricorrenti non abbiano correttamente dimostrato censurabili “effetti espulsivi” ove si consideri l’intero territorio ragionale e si demandi alla sede propria – la pianificazione urbanistica – l’individuazione di aree compatibili, così concretizzando il possibile insediamento delle attività nel rispetto dei divieti di legge.

Resta evidente come l’effetto certo (e opinabile ma non per questo sospettabile di illegittimità costituzionale) della soluzione adottata dal legislatore regionale piemontese è quello di ridurre significativamente la possibilità di offrire il gioco delle AWP in contesti che non sono specificamente deputati al gioco (quali bar, tabaccherie ecc.) e che per ciò solo sono potenzialmente oggetto di accesso da parte di un numero di clienti molto elevato (potenzialmente e statisticamente ascrivibile alle categorie vulnerabili), i quali o non frequenterebbero locali specificatamente dedicati al gioco o, per il peculiare contesto in cui il servizio è offerto (normale esercizio commerciale destinato fisiologicamente ad una capillare diffusione), percepiscono il servizio AWP come innocuo.

Da ultimo le quantomeno proclamate finalità del legislatore nazionale di circondare di maggiori cautele questo tipo di attività lecita (addirittura prevedendo l’uso della tessera sanitaria per il gioco e puntuali requisiti normativi di sicurezza ed avvisi di rischio per i luoghi a tal fine deputati) sono verosimilmente, ove serie, strutturalmente incompatibili con una gestione che avvenga in forma capillare e contestuale ad attività che fisiologicamente richiedono un elevato e quindi accessibile smercio di prodotti di uso quotidiano.

Come già affermato dal giudice delle leggi per altro delicato settore in cui le politiche di prevenzione suscitano ampio dibattito e possono essere opinabili ma non per questo sindacabili in sede giudiziaria (i vaccini): rientra “nella discrezionalità – e nella responsabilità politica – degli organi di governo apprezzare la sopraggiunta urgenza (ndr in questo caso mera “esigenza”) di intervenire, alla luce dei nuovi dati e fenomeni epidemiologici frattanto emersi, anche in nome del principio di precauzione che deve presidiare un ambito così delicato per la salute di ogni cittadino come è quello della prevenzione” (Corte cost. n. 5/2018 par. 6.4).

 Priva di consistenza è, ad avviso del Collegio, la censura relativa alla mancanza di un’adeguata istruttoria, che introduce nel giudizio un vero e proprio inammissibile sindacato di merito su scelte politiche. E’ certamente fatto notorio che le scelte in tema di giochi d’azzardo leciti abbiano enorme impatto sociale (oltre che economico, posto che lo Stato ricava un significativo gettito di imposta mentre i servizi sanitari sopportano i costi delle cure delle ludopatie), e suscitino ampi dibattiti, con espressione di opinioni tra loro assolutamente divergenti, tutte supportate dai rispettivi sostenitori con dovizia di argomentazioni. Il legislatore regionale piemontese, nell’assenza di un pertinente intervento statale, ha assunto una posizione di precauzione particolarmente rigorosa, opinabile e/o rivedibile in sede politica, ma non per questo sindacabile per difetto di “istruttoria”; ciò è tanto più vero se si considera che le stesse ricorrenti non sono state in grado di produrre in giudizio un solo studio di carattere scientifico che supporti oggettivamente le loro tesi.

A questo proposito si evidenzia che all’udienza di discussione è stato indicato l’indirizzo internet al quale è reperibile uno studio elaborato in materia dall’Istituto Superiore di Sanità; dalla integrale lettura del testo si evince che “il comportamento problematico di gioco si associa all’uso di slot e VLT…la percentuale di giocatori problematici che giocano alle slot machine (51,9%), alle VLT (33%) e alle scommesse virtuali (11%) è nettamente superiore rispetto alle percentuali osservate nei giocatori sociali (slot-machine 11,9%, VLT 2,5%, scommesse virtuali 0,6%)”; e che i giocatori problematici e quelli sociali frequentano in uguale (elevatissima) percentuale (83%) i tabaccai mentre i bar sono frequentati dal 70,6% di giocatori problematici e dal 58,4% di giocatori sociali. Quanto alla circostanza che il giocatore problematico prediliga luoghi lontani da casa o lavoro, ciò non significa affatto che non si tratti pur sempre e spesso (come immaginabile alla luce delle percentuali riportate) di pubblici esercizi diffusi svolgenti altra attività primaria.

Alla luce di tali dati – gli unici oggettivi acquisiti al giudizio circa il fenomeno delle ludopatie – si deve innanzitutto osservare che le misure oggetto di controversia non sono certo finalizzate alla cura di giocatori già problematici, bensì alla ben diversa prevenzione dell’aumento del loro numero ed appare del tutto ragionevole che siffatta prevenzione interessi gli apparecchi e i luoghi dove maggiormente risulta essersi manifestato il gioco lecito problematico. E per quanto ogni soluzione sia perfettibile e discutibile e la problematica sia vasta e certamente interessi anche aspetti diversi dalla dislocazione di slot e VLT, la scelta della Regione Piemonte di individuare l’uso delle slot-machines associato ad esercizi commerciali ad ampia diffusione sul territorio, quali bar e tabaccherie, come rilevante fattore di rischio per le ludopatie non sia né arbitraria né contrastante con le evidenze allo stato disponibili.

 Manifestamente infondata, infine, è la censura relativa alla prospettata violazione dell’art. 3 della Costituzione. Da un lato, infatti, si dovrebbe affermare che, avendo la Corte costituzionale pacificamente legittimato un intervento regionale in materia (intervento che, per definizione, non può che interessare il territorio regionale), nella persistente assenza di una omogenea disciplina statale, il presunto effetto discriminatorio sarebbe conseguenza diretta della giurisprudenza costituzionale. Dall’altro lato non è sostenibile una presunta discriminazione rispetto ad altre forme di gioco posto che, come dichiarato dalle stesse parti, si tratta appunto di “altre tipologie di giochi”, per cui non si tratterebbe di lamentare il diverso trattamento di (inesistenti) situazioni identiche ma piuttosto di sindacare le scelte (certamente discrezionali e di pertinenza legislativa) di regolamentare in modo più rigido una singola modalità di gioco che, peraltro, risulta coerentemente considerata più “pericolosa” e meritevole di precauzioni alla luce sia della disciplina nazionale, sia di quella regionale.

 Resta da esaminare l’ultima censura che riguarda la prospettata “illegittimità costituzionale degli artt. 5, 11 e 13 della L.R. n. 9/2016 per contrasto con gli artt. 117, co. 2 lett. e) Cost.”. Le parti ricorrenti sostengono che le disposizioni regionali citate incidono sul “sistema tributario e contabile dello Stato” e sulla “perequazione delle risorse finanziarie”, che l’art. 117 comma 2 lett. e) Cost. riserva alla competenza legislativa esclusiva statale. In sostanza, poiché i limiti dettati dalla legge regionale comportano una riduzione del gettito erariale che deriva dal settore era necessario quantomeno un coordinamento con la normativa statale.

Anche questo profilo di asserita illegittimità costituzionale è manifestamente infondato.

Desta innanzitutto perplessità il fatto che i soggetti privati ricorrenti si facciano portatori dell’interesse statale a non intaccare il gettito derivante dal gioco d’azzardo lecito, quando lo Stato non ha esercitato i mezzi a sua disposizione per tutelare quel medesimo interesse davanti alla stessa Corte costituzionale.

In ogni caso, nel merito, si deve evidenziare che le tesi delle ricorrenti si scontrano con quanto affermato dalla Corte costituzionale nella ripetutamente citata sentenza n. 108/2017. In quella decisione, come già detto, la Corte ha riconosciuto che legittimamente le regioni possono adottare misure di “prevenzione logistica” della ludopatia, esercitando il proprio potere legislativo nella materia di legislazione concorrente “tutela della salute” di cui all’art. 117 comma 3 Cost. e imponendo il rispetto di distanze minime dai luoghi sensibili, anche in assenza della previa definizione della relativa pianificazione a livello nazionale. È ovvio che i limiti imposti all’installazione degli apparecchi da gioco e, quindi, all’esercizio del gioco stesso non possono non riflettersi sui proventi di quell’attività e sull’entità del conseguente gettito erariale. Ne deriva l’implicito riconoscimento che la tutela della salute non presuppone nessun particolare coordinamento con la disciplina statale invocata dalle parti ricorrenti (coordinamento che dovrebbe, peraltro, tenere anche conto dei costi per la cura della ludopatia a carico dei servizi sanitari, cioè delle regioni)”.

 

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