Il Tar Trento ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato da una società contro il Comune di Storo in cui si chiedeva l’annullamento della delibera del Consiglio comunale n. 8 del 15/05/19 avente ad oggetto l’individuazione dei “luoghi sensibili” presenti sul territorio comunale per la limitazione alla collocazione degli apparecchi da gioco con vincita in denaro di cui all’art. 110, comma 6 Tulps e di tutti gli atti presupposti, preparatori, connessi e consequenziali, ancorché incogniti che incidano sfavorevolmente nella sfera giuridica e patrimoniale della ricorrente.

La società impugna la delibera del Consiglio Comunale di Storo 15/05/19, n. 8, avente ad oggetto “Individuazione dei luoghi sensibili presenti sul territorio comunale per la limitazione alla collocazione degli apparecchi da gioco con vincita in denaro di cui all’art. 110, comma 6, del T.U.L.P.S.” con la quale è stato aggiornato l’elenco dei luoghi sensibili (corredata dalle relative planimetrie) ciascuno dei quali delimita l’area – estesa per il raggio di 300 metri – all’interno della quale vige il divieto di installazione di apparecchi di cui alle lettere a) e b) dell’art. 110 del T.U.L.P.S. (new slot e videolottery VLT con vincita in denaro), o vige l’obbligo della relativa rimozione entro un dato tempo. Detti luoghi sono individuati ai sensi di quanto previsto dall’articolo 5 della legge provinciale di Trento 22 luglio 2015, n. 13 avente ad oggetto “Interventi per la prevenzione e la cura della dipendenza da gioco”.

Il ricorso è indirizzato all’annullamento della delibera impugnata nonché tutti gli atti presupposti, preparatori, connessi e consequenziali ed è affidato ai seguenti motivi.

I. “Eccesso di potere per difetto di istruttoria”. Nell’iter formativo che ha portato all’adozione della delibera oggetto di impugnativa non è dato rinvenire alcun documento e/o studio scientifico a supporto, in quanto gli atti ivi citati (in particolare lo studio CNR Pisa) non forniscono esaustivi dati a sostegno della scelta limitativa del Comune, perché riferiti a dati nazionali non relativi alla realtà del comune di Storo ed inoltre testimoniano l’incidenza marginale delle slot machine e Vtl sulla ludopatia. Inoltre la spesa annuale per le giocate (che andrebbe depurata dell’importo delle vincite restituite) è parimenti afferente all’intero territorio provinciale e non nello specifico al Comune di Storo; analogamente l’indicazione del numero dei soggetti attualmente in cura presso il Sert è esiguo e riferito all’intera realtà provinciale.

II. “Eccesso di potere per irragionevolezza, contraddittorietà della motivazione e proporzionalità”, in quanto l’elenco dei luoghi sensibili e relative planimetrie approvate con il provvedimento impugnato risulta contraddittorio e non bilanciato con gli interessi in gioco (manca il bilanciamento tra il diritto alla salute e la tutela dell’iniziativa economica privata). In sostanza l’iter istruttorio non ha posto in essere una seria rilevazione della esistenza e consistenza delle problematiche legate alla ludopatia sul territorio considerato, oltre alla accurata verifica della composizione della domanda di gioco esistente in loco, tenuto anche conto del fatto che la disciplina limitativa è posta solo per gli apparecchi da gioco citati e non per altre forme di gioco e/o scommessa in astratto altrettanto pericolose. Manca inoltre qualunque riferimento a documenti e riscontri provenienti dalle autorità competenti, quali Polizia Locale o Questura, che segnalino un impatto concreto di detti giochi sulla viabilità, la quiete pubblica e quant’altro. Vi è una palese disparità di trattamento, in violazione anche dell’art. 3 della Costituzione, con altre tipologie di giochi e con altre fonti legali, da cui lo Stato ricava ingenti entrate, che possono generare dipendenza (quali ad esempio la vendita di super alcolici, tabacchi, gratta e vinci, lotto, etc.). Non v’è certezza del buon esito della misura limitativa disposta con il provvedimento impugnato, mancando studi scientifici relativi all’ambito territoriale di riferimento, mentre il Comune inopinatamente ha esteso la lista dei luoghi sensibili.

III. “L’effetto espulsivo determinato dalla delibera”. Il provvedimento impugnato, similmente a quanto accade a molti altri provvedimenti/norme che introducono misure fondate sulla distanza dai luoghi sensibili (denominate “distanziometro”), è viziato da quello che viene definito “effetto espulsivo”: i metri di interdizione sono talmente ampi e i luoghi sensibili imposti sono talmente tanti e variegati che il territorio comunale di riferimento è risultato nella sua sostanziale totalità vietato (effetto pantera) e non anche caratterizzato da aree di interdizione alternate ad aree in cui sia consentito distribuire il gioco legale (effetto leopardo). Le percentuali di interdizione si sono spinte al 96%, se non addirittura 98% o 99% o quasi al 100% in alcuni casi.

Ciò viene evidenziato alla luce della tavola sinottica prodotta dal Comune in allegato alla delibera ove si indicano i raggi di interdizione dai luoghi sensibili, dalla quale si evince che l’intera area abitata è gravata dal divieto di gioco lecito. Detto divieto è irragionevole, sproporzionato, ingiustificato e contrastante con l’intesa raggiunta dalla Conferenza unificata 7/09/17 (che impone una equilibrata alternanza tra aree vietate e non), sancendo in definitiva una compressione della iniziativa economica privata, in contrasto anche con l’interesse erariale a mantenere gli introiti derivanti dal gioco lecito. La previsione della facoltà di mutare la collocazione degli apparecchi da gioco in altre aree idonee non permette di superare la doglianza, in quanto molte zone non coperte dal divieto sono in realtà non insediabili (in quanto trattasi di prati, zone verdi, di aree destinate all’agricoltura o di mere zone artigianali/industriali) oltre a gravare gli imprenditori degli ingenti oneri economici derivanti dalla necessità di spostamento, come risulta dall’elaborato peritale prodotto in giudizio. Inoltre la ghettizzazione del fenomeno non risolve il problema e determinerà un conseguente degrado delle zone interessate dalla concentrazione delle attività di gioco lecito, tenuto conto del fatto che il fenomeno del gioco d’azzardo, nelle sue radici, è semplicemente inestirpabile, con la conseguenza di orientare i giocatori anche verso scelte di gioco illegale o scelte di gioco on line non regolate, con effetto benefico nullo.

IV. “Illegittimità dell’atto impugnato nella misura in cui determina l’effetto espulsivo, per contrasto con le esigenze di unitarietà di trattamento su territorio nazionale, nonché per violazione del principio della riserva di legge statale in materia di trasparenza concorrenzialità e libertà del mercato sanciti dall’articolo 117 e 118 Cost.” L’effetto espulsivo determina la violazione della riserva di legge statale in quanto ha valenza proibitiva del gioco lecito, attività invece espressamente autorizzata e disciplinata in base alla legge dello Stato, con alterazione della concorrenza del mercato del gioco nel Comune di Storo, rispetto ad altri Comuni in cui i limiti non sono previsti, esorbitando il legislatore regionale dalle proprie competenze.

V. “Illegittimità degli atti impugnati per violazione del principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 Cost., sotto il profilo dell’ingiustificata e sproporzionata compressione della libertà di iniziativa economica di cui all’art. 41 e 42 Cost.”.

L’atto impugnato appare viziato, inoltre, sotto il profilo della lesione dell’art. 41 Cost. che garantisce la libertà di iniziativa economica, evidentemente frustrata dall’impossibilità oggettiva di consentire l’insediamento del gioco legale su tutto il territorio comunale. Tanto in quanto, per effetto della complessiva regolamentazione, si impone al privato un sacrificio totale non essendo consentita l’erogazione dell’attività del gioco lecito su tutto il territorio comunale. Non è possibile per l’ente locale adottare provvedimenti che inibiscano totalmente la libertà di iniziativa economica, in violazione dell’art. 41 della Costituzione. Nello stesso senso, la Corte Costituzionale ha costantemente osservato come la necessità che le misure limitative della libertà di iniziativa economica “siano ragionevoli e non realizzino una ingiustificata disparità di trattamento rende chiara la correlazione, ancora una volta, tra gli artt. 3 e 41 Cost.”. Se da un lato è vero che la libertà di iniziativa economica può incontrare limiti per superiori ragioni di utilità sociale, è altrettanto indiscutibile che il corretto bilanciamento con tali ragioni debba essere perseguito mediante interventi congrui e non arbitrari, senza il totale annichilimento del diritto previsto dall’art. 41 Cost. ai danni dell’intera filiera degli operatori del gioco legale.

VI. “Illegittimità degli atti impugnati per violazione del principio del legittimo affidamento di rilevanza europea”.

L’effetto espulsivo determinato dal combinato disposto delle disposizioni degli atti impugnati, è idoneo a scatenare una serie di profili di illegittimità anche di rilievo costituzionale e comunitario per la macroscopicità del fenomeno proibizionistico. L’effetto espulsivo risulta manifestamente illegittimo, in quanto posto in essere in violazione del principio del cosiddetto “legittimo affidamento” sulla conservazione dei diritti dell’impresa, che viene espressamente definito come “parte dell’ordinamento giuridico comunitario” da alcune pronunce della Corte di Giustizia.

L’effetto espulsivo è poi palesemente sproporzionato ed in contrasto con l’art. 1 prot. 1 della CEDU, che tutela i diritti di aspettativa economica, risolvendosi in una sorta di “esproprio” illegittimo di diritti economici, non accompagnato da alcun indennizzo, rilevante anche ai sensi dell’art. 42 Cost., come risulta dalla giurisprudenza europea; il sacrificio che sia imposto per effetto di una legge o di un atto successivo ad una legittima aspettativa deve essere bilanciato con gli interessi generali che con il provvedimento si intendono tutelare. Tanto comporta la possibilità di disapplicazione delle norme contrastanti con il diritto europeo o in subordine la necessità della rimessione pregiudiziale interpretativa presso la Corte di Giustizia; d’altro lato la norma è in contrasto con gli art. 3, 41, 42 e 97 della Costituzione, stante la palese irragionevolezza e la violazione della libertà d’impresa e dei principi di buon andamento, conseguente alla violazione dei principi di tutela del legittimo affidamento e del mantenimento dei diritti quesiti, oltre al contrasto con l’art. 117 Cost., ai sensi della norma interposta rappresentata dall’art. 1 prot. 1 CEDU, tanto più se si tratta limitazioni aventi effetto retroattivo.

VII. “Invalidità della delibera per mancata comunicazione alla Comunità Europea”.

Vi è contrasto tra la legge provinciale, richiamata nella delibera del Comune di Storo, e l’ordinamento comunitario nella parte in cui è previsto un onere di comunicazione alla Comunità Europea di tutte le norme che incidano in qualunque modo sulla distribuzione dei servizi. Tale onere di comunicazione è previsto al fine di garantire che sia l’Unione Europea che gli Stati Membri possano verificare se le norme nazionali o territoriali siano o meno coerenti con i principi del libero mercato e della concorrenza. Nessuna comunicazione in merito alla normativa provinciale nonché comunale risulta essere stata trasmessa alla Comunità Europea impedendo di fatto l’interlocuzione e controllo da parte della stessa sulle disposizioni interne, e per l’effetto si determina il venir meno della normativa.

3. Il ricorrente richiede, in via istruttoria ove non ritenute sufficienti le prove già dedotte, di disporre consulenza tecnica d’ufficio tesa ad accertare: (a) l’idoneità della misura rispetto alle finalità perseguite (i.e. contrasto della ludopatia); (b) la concreta applicabilità del distanziometro e del criterio demografico, intendendosi la verifica che esso individui sia zone interdette che zone in cui è consentito installare sale da gioco, ovvero affermi l’Effetto Espulsivo; (c) gli effetti distorsivi dell’Effetto Espulsivo consistenti nel grado di diffusione del gioco illegale/non autorizzato/non regolamentato (i.e. ad esempio totem) a seguito dell’entrata in vigore del nuovo Regolamento e formula altresì istanza di esibizione di ogni atto istruttorio assunto in generale da parte del Comune di Storo posto a fondamento della decisione.

4. L’Amministrazione comunale si è ritualmente costituita, a mezzo dell’Avvocatura distrettuale dello Stato, instando per il rigetto del ricorso in rito (difettando in capo al ricorrente, che non è gestore di sale gioco, legittimazione e/o interesse e mancando l’impugnativa dei provvedimenti comunali precedenti di cui l’atto impugnato costituisce un semplice aggiornamento) e in via subordinata nel merito, in quanto la delibera impugnata costituisce attuazione della legge provinciale di Trento n. 13/2015 ed è comunque motivata in funzione di prevenzione della ludopatia con riferimento a documenti utili ad evidenziare il pregiudizio per la salute pubblica derivante dagli apparecchi da gioco, giustificando l’attività di prevenzione. Quanto all’effetto espulsivo, deve essere rilevato che lo stesso non consegue dalla decisione del Comune di Storo ma dalla previsione normativa provinciale, né può predicarsi, in conformità con la recente e costante giurisprudenza amministrativa e costituzionale sul punto, che la norma locale abbia invaso la competenza statale, poiché si tratta di esercizio di competenza in materia di tutela della salute o di governo del territorio (non in materia di ordine o sicurezza pubblica) compatibile anche con il diritto eurounitario, e complessivamente integrante quelle limitazioni e restrizioni alla libera iniziativa economica a tutela di interessi di rango costituzionale, di cui fa menzione l’articolo 41 della Costituzione.

5. Nel corso del giudizio le parti hanno depositato memorie difensive e di replica insistendo per l’accoglimento delle relative contrapposte conclusioni.

6. Alla odierna pubblica udienza la causa è stata trattenuta in decisione.

Per il Tar: “Il ricorso è infondato nel merito per le motivazioni di seguito illustrate.

I. In linea pregiudiziale di rito sono respinte le eccezioni di inammissibilità avanzate dalla difesa erariale circa la assenza di legittimazione attiva ed interesse al ricorso e la mancata impugnativa dei previgenti atti del comune di Storo aventi i medesimi effetti limitativi (deliberazione del Consiglio comunale 16.4.2012, n. 11 e deliberazione della Giunta comunale 22.07.2013, n. 29), poiché l’attività svolta dal ricorrente risulta incisa negativamente dal provvedimento contestato ed inoltre la delibera oggetto di impugnazione ha carattere di autonoma lesività, in quanto approva l’elenco dei luoghi sensibili (che risulta più esteso rispetto al precedente) in attuazione di una diversa previsione normativa costituita dall’articolo 5 della legge provinciale di Trento 22 luglio 2015, n. 13, che ha innovato anche in termini sostanziali la previgente disciplina recata dall’art. 13 bis della legge provinciale n. 9/2000, sulla cui scorta erano stati assunti i precedenti atti, che quindi costituiscono solo l’antefatto storico-amministrativo della vicenda versata in giudizio.

II. I primi due mezzi di gravame meritano una trattazione congiunta, in quanto accomunati dalla doglianza del difetto di istruttoria. Il ricorrente ritiene omessa un’analisi puntuale, scientificamente provata, a sostegno della scelta limitativa del Comune in quanto i documenti citati o sono riferiti a dati nazionali non relativi alla realtà del Comune di Storo oppure riguardano l’intero territorio provinciale e non nello specifico quello del medesimo Comune, che non ha posto in essere una seria rilevazione della esistenza e consistenza delle problematiche legate alla ludopatia sul territorio considerato, oltre alla accurata verifica della composizione della domanda di gioco esistente in loco, con ciò violando il dovere di bilanciamento dei contrapposti interessi.

I motivi sono infondati poiché il Comune, con l’approvazione della deliberazione impugnata, ha dato puntuale applicazione alla norma provinciale che non riserva alcun margine di apprezzamento discrezionale in capo all’ente locale.

Infatti l’articolo 5 della legge provinciale di Trento n. 13/2015 recita testualmente:

“Art. 5 Collocazione degli apparecchi da gioco.

1. Per tutelare determinate categorie di persone più vulnerabili e per prevenire la dipendenza da gioco, è vietata la collocazione degli apparecchi da gioco individuati dall’articolo 110, comma 6, del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773 (Approvazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), a una distanza inferiore a trecento metri dai seguenti luoghi:

a) istituti scolastici o formativi di qualsiasi ordine e grado;

b) strutture sanitarie e ospedaliere, incluse quelle dedicate all’accoglienza, assistenza e recupero di soggetti affetti da qualsiasi forma di dipendenza o in particolari condizioni di disagio sociale o che comunque fanno parte di categorie protette;

c) strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario, scolastico o socio-assistenziale;

d) strutture e aree ricreative e sportive frequentate principalmente da giovani, nonché centri giovanili o altri istituti frequentati principalmente da giovani previsti o finanziati ai sensi della legge provinciale 14 febbraio 2007, n. 5 (legge provinciale sui giovani 2007);

e) circoli pensionati e anziani previsti o finanziati ai sensi della legge provinciale 25 luglio 2008, n. 11 (Istituzione del servizio di volontariato civile delle persone anziane, istituzione della consulta provinciale della terza età e altre iniziative a favore degli anziani);

f) luoghi di culto.

2. I comuni possono stabilire con proprio atto una distanza superiore a quella prevista dal comma 1 per la collocazione degli apparecchi da gioco individuati dall’articolo 110, comma 6, del regio decreto n. 773 del 1931. In aree circoscritte, esterne ai luoghi individuati dal comma 1, i comuni, inoltre, possono vietare la collocazione degli apparecchi da gioco individuati dall’articolo 110, comma 6, del regio decreto n. 773 del 1931, tenuto conto dell’impatto sulla sicurezza urbana e sulla qualità del contesto urbano, nonché dei problemi connessi con la viabilità e l’inquinamento acustico”.

L’individuazione di quali siano i luoghi sensibili che determinano la concreta operatività del divieto di nuova installazione degli apparecchi da gioco – e l’obbligo di rimozione, entro un dato tempo, di quelli esistenti – è normativamente predeterminata: il Comune di Storo ha fatto corretta applicazione dei richiamati precetti normativi, circostanziando in maniera congrua e pertinente i luoghi sensibili appartenenti al proprio territorio tra quelli individuati in astratto dalla norma provinciale. Parimenti la misura fisica, che costituisce il riferimento spaziale di individuazione dell’area di operatività dell’inibizione (distanza di 300 metri dai luoghi sensibili), discende espressamente in termini prescrittivi dal dettato normativo. Il Comune di Storo non ha esercitato le facoltà ampliative dell’areale (e del divieto) stabilite dalla legge: ben potendo estendere la distanza dai 300 ai 500 metri e/o individuare altre aree esterne alla distanza minima prevista ai sensi del comma 2 dell’articolo 5, ha ritenuto di “confermare le buone prassi” risultanti dalla precedente analoga scelta (operata in vigenza del diverso quadro giuridico recato dall’art. 13 bis della legge provinciale n. 9/2000 come introdotto con legge provinciale n. 18/2011 e modificato con leggi provinciali n. 25/2012 e n. 5/2013 che prevedeva una facoltà dei comuni di limitare o vietare la installazione degli apparecchi da gioco entro i limiti di distanza di 300 metri dai luoghi sensibili), non aggravando sotto tale aspetto il pregiudizio agli operatori economici incisi. In definitiva, pertanto, il richiamo ai documenti atti a comprovare la sussistenza della problematica per la salute dei cittadini amministrati cui il Comune intende far fronte (ludopatia) mediante azioni preventive, è sovrabbondante e costituisce la cornice non tanto del potere esercitato mediante il provvedimento deliberativo impugnato, quanto della scelta che prima ancora ha orientato il legislatore provinciale nella approvazione di una disciplina legislativa vincolante ed uniforme per tutto il territorio della Provincia di Trento, scelta pacificamente rimessa alla discrezionalità del legislatore ai sensi della consolidata giurisprudenza costituzionale (sentenza Corte costituzionale n. 300/2011 con riguardo alla specifica ed analoga disposizione delle legge provinciale di Bolzano; sentenza n. 108/2017 con riguardo alla legge regionale Puglia n. 43/2013; sentenza n. 27/2019 con riguardo alla legge regionale Abruzzo n. 40/2013). La ragionevolezza della scelta normativa di introdurre un “distanziometro” è stata altresì condivisa dalla univoca giurisprudenza amministrativa (sentenze richiamate sub III.7 anche di questo Tribunale (ex plurimis e da ultimo sentenze n. 206 e n. 213, n. 225/2013): “Occorre, sul punto, precisare che la discrezionalità del legislatore non va confusa con la discrezionalità (amministrativa e/o tecnica) dell’amministrazione pubblica, nel senso che la prima costituisce l’esplicazione delle scelte politiche degli organi investiti del potere legislativo e trova i suoi limiti nelle sole norme sovraordinate di rango costituzionale (ed, eventualmente, nel diritto eurounitario), talché la stessa, una volta rispettati tali limiti (compresi i principi di ragionevolezza e di razionalità intrinseca), non appare ulteriormente sindacabile (in sede di giudizio di costituzionalità).”.

III. Non sono meritevoli di favorevole apprezzamento neppure i motivi III, IV, V e VI – trattati unitariamente per ragioni di connessione – che lamentano, sotto vari profili, l’illegittimità del provvedimento impugnato in quanto ingenera un effetto espulsivo, che consiste nella impossibilità per il ricorrente di esercitare la propria attività nel territorio comunale per effetto delle misure limitative introdotte attraverso la nuova individuazione dei luoghi sensibili e delle correlate aree di divieto.

Simile effetto viene considerato nel ricorso sotto più profili:

a) in concreto, in quanto le planimetrie allegate al provvedimento deliberativo evidenziano una sostanziale inibizione della quasi totalità del territorio comunale (ragionamento corroborato dalla perizia di parte prodotta in giudizio) (motivo III);

b) con riferimento alla violazione della riserva di legge statale ai sensi degli articoli 117 e 118 della Costituzione che sola può disciplinare l’autorizzazione (e la proibizione) dell’attività di gioco lecito nonché disporre in materia di concorrenza (motivo IV);

c) con riferimento alla violazione degli articoli 41 e 42 della Costituzione in quanto tale effetto frustra la libertà di iniziativa economica privata, mancando il bilanciamento necessario a giustificare le ragioni di utilità sociale che possono costituire limiti ai sensi della precitata disposizione della Costituzione (motivo V);

d) con riferimento alla violazione del legittimo affidamento di matrice europea sulla conservazione dei diritti dell’impresa, risolvendosi anche in un vero esproprio di diritti economici non indennizzati in violazione dell’articolo 42 della Costituzione.

III.1) Non convince l’argomento che fa leva sull’effetto fattualmente espulsivo derivante dal combinato disposto della norma provinciale e della delibera consigliare che vi dà attuazione. Le planimetrie allegate alla deliberazione, così come anche la perizia di parte, per quanto qui rileva, tratteggiando una situazione che, pur rappresentando una limitazione della possibilità di insediamento/mantenimento degli apparecchi da gioco su molta parte del territorio comunale, tuttavia non determina l’annichilimento sostenuto dal ricorrente.

In particolare, anche alla stregua di quanto rappresentato nell’elaborato di parte prodotto in giudizio, vi è una residua porzione della zona edificata residenziale (circa il 6% del territorio, pur se rimangono escluse quasi totalmente le frazioni) e l’intera zona industriale/artigianale (cfr. conclusioni dell’elaborato peritale) che sono idonee all’insediamento dell’attività di gioco lecito mediante gli apparecchi da gioco di cui si discorre e dunque è lo stesso ricorrente che documenta la persistente sussistenza di uno spazio utile residuo, bensì tendenzialmente ristretto, ma pur sempre idoneo e sufficiente per l’organizzazione economica dell’attività. Infatti, tenuto conto dell’obiettivo avuto di mira (i.e. prevenire e proteggere soggetti potenzialmente deboli dai pericoli della ludopatia) la scelta complessivamente realizzata risulta essere proporzionata poiché comporta il minor sacrificio possibile per l’interesse dei privati in relazione all’interesse pubblico perseguito: resta possibile l’apertura di esercizi commerciali con apparecchi da gioco nel territorio comunale, ma in un’area più limitata dello stesso e, tendenzialmente, al di fuori del centro abitato (cfr. su tale specifico profilo, le condivisibili considerazioni svolte dal Consiglio di Sato, sentenza sez. VI, 19 marzo 2019, n. 1806, sentenza sez. V, 4 dicembre 2019, n. 8298). Detta conclusione esclude la necessità di disporre, al fine del decidere, ulteriore consulenza tecnica d’ufficio.

Al riguardo vale considerare come la difficoltà concreta (sia economica di reinvestimento sia in termini di appetibilità e/o fruibilità della localizzazione – con riferimento agli edifici isolati o decentrati che non sono graditi al ricorrente -) non è idonea ad inficiare la previsione astratta, secondo quanto risulta dagli arresti giurisprudenziali che si condividono “Se, poi, tale astratta possibilità sia difficilmente attuabile in concreto, perché, come rappresentato dall’appellante, i locali commerciali disponibili risultano adibiti ad altre attività, ciò non modifica la conclusione raggiunta, perché non si tratta di conseguenza imputabile alla misura restrittiva in contestazione, e dunque, di barriera all’ingresso non di carattere normativo, ma meramente fattuale, dipendente dallo stato di fatto dei luoghi.

Si tratta, insomma, di una situazione non dissimile da quella in cui viene a trovarsi un qualsiasi operatore economico che intenda reperire un locale commerciale idoneo per avviare una nuova attività commerciale e si trovi dinanzi ad un panorama immobiliare in cui tutti i locali commerciali sono già occupati da altre attività commerciali, con la sola differenza che, in questo caso, la cerchia degli immobili disponibili è più ristretta. Allo stesso modo di quanto accade, peraltro, in relazione ai divieti previsti all’interno degli strumenti urbanistici per la collocazione, in talune zone del territorio comunale, di altre – peculiari – attività (si pensi, ad es., alla collocazione di esercizi commerciali che producano residui dell’attività lavorativa pericolosi per l’ambiente e che per questo devono essere necessariamente collocati lontani dai centri cittadini).

In ultimo, è evidente che la limitazione prospettata dall’appellante è per sua natura temporanea, per essere lo scenario cittadino continuamente mutevole e l’alternanza degli esercizi commerciali, anche di diversa tipologia, nell’ambito delle città, continua, molto più, può dirsi, di quanto accadeva in passato”. (sentenza C.d.S. n. 8298/2019 già citata). Nella perizia di parte è lo stesso ricorrente che si esprime in termini di “non congeniale”, “tende ad annullare”, “tende ad espellere”, comprovando la considerazione espressa di difficoltà e non di impossibilità di svolgere l’attività economica.

III.2) Le doglianze di cui ai precedenti punti b) c) e d) interpellano la valutazione sulla legittimità costituzionale della norma provinciale, che è la reale fonte del pregiudizio di cui si duole il ricorrente: infatti, poiché la deliberazione impugnata è puntualmente attuativa del disposto dell’art. 5 della L.P. n. 13/2015, se di effetto espulsivo si deve parlare, esso deve ricondursi direttamente alla legge provinciale.

III.3) In primo luogo, non sono condivisibili le obiezioni circa l’invasione delle competenze dello Stato previste dagli articoli 117 e 118 della Costituzione quanto al tema dell’ordine e della sicurezza pubblica. Come chiarito dalla Consulta nella sentenza n. 300/2011, che ha scrutinato l’analoga disposizione della L. P. n. 13/2010 della Provincia di Bolzano, il legislatore provinciale è abilitato a dettare siffatta disciplina limitativa, in quanto opera nell’ambito riservatogli dallo Statuto di autonomia (d.P.R. n. 670/1972) relativo alla tutela della salute o della tutela del territorio e non incide in tema di sicurezza o ordine pubblico. La conclusione è stata confermata anche con riferimento alle Regioni ordinarie come risulta dalle sentenze della Corte costituzionale che sono citate sub I.

Analoghe considerazioni vanno riportate in relazione ai principi di concorrenza e di libertà dei mercati. Il legislatore provinciale, infatti, non è intervenuto né a titolo principale né in forma diretta od occulta sul mercato della produzione e commercializzazione delle macchine da gioco slot machine e VLT ma ha mirato soltanto a tutelare interessi sanitari e socio-economici, con un’incidenza solo riflessa su tale mercato, senza alcuna finalità distorsiva delle regole della competizione imprenditoriale.

III.4) In secondo luogo, una volta escluso l’effetto espulsivo in concreto, non sussiste neppure il contrasto con l’articolo 41 della Costituzione circa la libertà dell’iniziativa economica, in quanto la disciplina legislativa che introduce vincoli spaziali all’attività economica integra quei limiti a tutela dell’utilità sociale cui la medesima è soggetta, intesa come locuzione comprensiva di tutti i diritti che ricevono pari tutela a livello costituzionale, tra i quali in primo luogo il diritto alla salute di cui all’art. 32 della Costituzione, nel rispetto di un necessario e opportuno bilanciamento degli interessi. Ne deriva l’indubbia congruità/adeguatezza della disciplina legislativa provinciale in questione rispetto alle finalità perseguite e la mancata violazione dell’art. 41 Cost. e del principio di ragionevolezza.

Non v’è, poi, contrasto con l’art. 3 Cost., perché non è irragionevole la scelta di disincentivare la collocazione degli apparecchi da gioco e spingere alla loro collocazione lontano dai centri abitati per contrastare il fenomeno della ludopatia, né discriminatoria la misura, avendo anzi il legislatore considerato tutti gli esercizi commerciali nei quali possono essere installati apparecchi da gioco mentre è evidente la differenza tra gli apparecchi in considerazione ed altre forme di gioco lecito.

Deve, conclusivamente, escludersi che la censurata disciplina legislativa determini un’interdizione assoluta del diritto all’esercizio dell’attività economica del gioco lecito in ambito comunale e una soppressione di tale settore di mercato, con sequela di manifesta infondatezza, sotto tale profilo, della questione di legittimità costituzionale per violazione della libertà di iniziativa economica sancita dall’art. 41, primo comma, della Costituzione.

III.5) Inoltre, poiché la legge provinciale non incide in alcun modo sulla facoltà di esercitare impresa in tema di gioco lecito, ma sulle modalità relative, non si realizza l’effetto espropriativo lamentato dal ricorrente, come espresso nella sentenza più volte richiamata del Consiglio di Stato n. 8298/2019, che si condivide, “Inesatto è, poi, il riferimento agli artt. 42 Cost., poiché le disposizioni regionali non operano, in via diretta ed immediata, l’acquisizione alla mano pubblica di beni e diritti facenti capo ai privati operatori economici (ovvero non dispongono un effetto espropriativo) e all’art. 97 Cost., poiché le misure in esame non regolano l’azione amministrativa ma esclusivamente attività private”.

III.6) Da ultimo, preme evidenziare che per giurisprudenza consolidata della Corte di giustizia UE, le restrizioni alle attività di gioco d’azzardo possono essere giustificate da ragioni imperative di interesse generale, quali la tutela dei consumatori e la prevenzione della frode e dell’incitamento dei cittadini ad una spesa eccessiva legata al gioco, sicché, in assenza di un’armonizzazione eurounitaria in materia, spetta ad ogni singolo Stato membro valutare in tali settori, alla luce della propria scala di valori, le esigenze che la tutela degli interessi di cui trattasi implica (v. Corte di giustizia UE 22 ottobre 2014, nelle cause C-344/13 e C-367/13; id., 24 gennaio 2013, nella causa C-33/2013; id., 16 febbraio 2012, nelle cause C-70/10 e C-77/10; nonché Corte giustizia UE, 30 giugno 2011, nella causa C-212/08, secondo cui «gli obiettivi perseguiti dalle normative nazionali adottate nell’ambito dei giochi e delle scommesse si ricollegano, di regola, alla tutela dei destinatari dei servizi interessati e dei consumatori, nonché alla tutela dell’ordine sociale; siffatti obiettivi rientrano nel novero dei motivi imperativi di interesse generale che possono giustificare limitazioni alla libera prestazione dei servizi; anche le considerazioni di ordine morale, religioso o culturale, nonché le conseguenze moralmente e finanziariamente dannose per l’individuo e la società che sono collegate ai giochi d’azzardo e alle scommesse possono giustificare che le autorità nazionali dispongano di un potere discrezionale sufficiente a determinare, secondo la propria scala di valori, le prescrizioni a tutela del consumatore e dell’ordine sociale».). La Corte di giustizia ha escluso, per le medesime ragioni, la necessità di una previa comunicazione alla Commissione europea, ai sensi della direttiva 98/34/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 22 giugno 1998 sulla base del rilievo che i principi di libera circolazione e di divieto di limitazione o restrizione presidiati dalle regole di trasparenza e pubblicità della direttiva 98/34 non sono né assoluti né generalizzati (sentenza 24 gennaio 2013, cit.). Nel settore dell’esercizio dell’attività imprenditoriale del gioco lecito, pure a livello di diritto eurounitario, le esigenze di tutela della salute vengono ritenute del tutto prevalenti rispetto a quelle economiche che muovono le imprese.

Gli argomenti innanzi svolti in ordine alla ragionevolezza e proporzionalità della disciplina distanziale dai siti sensibili valgono, sostanzialmente, ad escludere anche la violazione dei parametri eurounitari, alla luce della sopra richiamata giurisprudenza della Corte di giustizia.

III.7) Tutte le considerazioni sopra illustrate sono state oggetto di conferma ed approfondimento nella giurisprudenza amministrativa, anche molto recente, che esprime un condivisibile orientamento consolidato (ex plurimis da ultimo sentenze C.d.S. sez. VI, n. 1806/2019, C.d.S Sez. V, n. 8298/2019, C.d.S. sez. III 8563/2019, parere Cds. Sez. I, n. 2463 del 16.09.2019).

IV. Quanto sopra esposto (sub. III.6) vale anche a sancire l’infondatezza del VII mezzo di gravame, che pure assume nella sua formulazione i connotati di genericità che lo rendono altresì inammissibile.

V. Il ricorso è in conclusione infondato e va respinto.

Le spese del giudizio seguono, come di regola, la soccombenza0 nella misura indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale regionale di giustizia amministrativa della Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol, sede di Trento, definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe indicato, lo respinge.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio a favore dell’amministrazione resistente nella misura di euro 3.000,00 (tremila) oltre al 15% per spese generali e agli accessori di legge. Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa”.