La corte d’appello di Palermo ha condannato a pene comprese tra 4 e 11 anni cinque dei sette imputati del processo su infiltrazioni mafiose nel settore delle scommesse sportive istruito dalla Dda. Due le assoluzioni. Le condanne vanno da 10 a 4 anni. Gli imputati rispondevano, a vario titolo, di associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori aggravato dal favoreggiamento mafioso. Lo riporta La Gazzetta del Sud.

Il processo, celebrato in abbreviato, nasce da una indagine della Finanza che ha svelato gli interessi dei clan nel settore dei giochi e delle scommesse sportive ed ha fatto emergere le complicità di alcuni imprenditori che avrebbero riciclato il denaro sporco per conto dei boss. L’indagine portò al sequestro di attività economiche e beni per oltre 40 milioni di euro. Gli inquirenti hanno ricostruito il modo in cui le cosche si infiltravano nell’economia «legale» controllando imprese, gestite occultamente da loro uomini di fiducia.

A consentire l’espansione sul territorio della rete di agenzie scommesse e di corner gestiti dalle imprese vicine alla mafia sarebbero stati principalmente due clan. Uno di questi avrebbe garantito l’apertura di centri scommesse. L’altro reimpiegava i soldi guadagnati dagli investimenti nelle agenzie per mantenere gli affiliati mafiosi detenuti e per far avere un «vitalizio» ai familiari di un boss assassinato anni fa. Coinvolti nell’affare anche altri «mandamenti», che avrebbero dato l’ok per l’apertura di centri scommesse nei loro territori.

Negli anni, grazie alla loro abilità imprenditoriale e ai vantaggi derivanti dalla «vicinanza» alla mafia, gli indagati avrebbero acquisito la disponibilità di un numero sempre maggiore di licenze e concessioni per l’esercizio della raccolta delle scommesse, fino alla creazione di un impero economico costituito da imprese, formalmente intestate a prestanome compiacenti, che nel tempo sono arrivate a gestire volumi di gioco per circa 100 milioni di euro.