Il Tar Lazio ha accolto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Adm in cui si chiedeva l’annullamento del provvedimento di cancellazione dall’elenco di cui all’art. 1, comma 533 della legge 226/2005, relativo agli operatori che svolgono attività funzionali alla raccolta del gioco mediante apparecchi e terminali da intrattenimento, di cui all’articolo 110, comma 6 del T.U.L.P.S.

Si legge: “1. Il ricorrente è un operatore economico che svolge la propria attività nell’ambito del gioco pubblico mediante apparecchi appartenenti alla tipologia di cui all’art. 110, comma 6, del r.d. 18 giugno 1931, n. 773 (T.U.L.P.S.).

L’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, con provvedimento del 19 settembre 2019, ha disposto la cancellazione dell’iscrizione dell’odierno ricorrente dall’elenco degli operatori economici che svolgono attività in questo settore – istituito ai sensi dell’art. 1, comma 533, lett. c), legge 23 dicembre 2005, n. 266, come sostituito dall’art. 1, comma 82, della legge n. 220 del 2010 – a causa delle irregolarità verificatesi in occasione del procedimento di rinnovo annuale dell’iscrizione.

Più in particolare, l’amministrazione ha rilevato che: i) ai sensi dell’art. 4, lett. c), del decreto direttoriale dell’AAMS del 9 settembre 2011, n. 31857, “la quietanza che attesti il versamento della somma di Euro 150,00 […] è richiesta quale requisito obbligatorio per l’iscrizione all’Elenco dei Soggetti”; ii) l’art. 11 del predetto decreto dispone la cancellazione dall’Elenco dei soggetti “privi dei requisiti di cui agli artt. 4 e 5 del decreto”; iii) “ai sensi dell’art. 75 del D.P.R. n. 445/2000, qualora dal controllo dell’autocertificazione sia emersa la non veridicità del contenuto della dichiarazione, il dichiarante decade dai benefici conseguenti al provvedimento emanato sulla base della dichiarazione non veritiera”.

Sulla base di questi presupposti, l’amministrazione ha quindi riscontrato che l’istante, mediante l’apposito modello c.d. RIES, aveva autocertificato, ai sensi del d.p.r. 28 dicembre 2000, n. 445, il versamento del tributo, previsto per il rinnovo annuale nell’elenco, in una data diversa (nella specie, antecedente) rispetto a quella in cui lo stesso risultava in effetti incassato dall’erario.

2. Con il ricorso indicato in epigrafe, il ricorrente ha impugnato la cancellazione dall’elenco avvenuta con il provvedimento del 19 settembre 2019 e il decreto direttoriale dell’AAMS del 9 settembre 2011, n. 31857, affidando il ricorso a sette motivi.

Con il primo motivo, denuncia l’illegittimità del decreto direttoriale n. 31857 del 2011 il quale, in virtù della sua natura regolamentare, è stato adottato in violazione dell’art. 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, che prescrive il parere obbligatorio del Consiglio di Stato nella specie, invece, mancante.

Con il secondo motivo, solleva l’illegittimità costituzionale della seconda parte dell’art. 1, comma 533-bis della legge 266/2005, così come successivamente modificato ed integrato, dapprima con l’art. 1 comma 82 della legge 220/2010 e, successivamente con il decreto legge 98/2011, con l’art. 24, comma 41” sotto i profili dall’eccesso di potere legislativo e dell’indeterminatezza della fonte del potere amministrativo; solleva inoltre l’illegittimità del decreto direttoriale per “contrasto con l’art. 8 della direttiva 22 giugno 1998 n. 98/34/Ce, modificata dalla direttiva n. 98/48/Ce, che impone di sottoporre alla procedura di preventiva notificazione alla Commissione europea, le regole tecniche in materia di giochi”.

Con il terzo motivo, si sostiene l’illegittimità dei provvedimenti impugnati per violazione del principio di proporzionalità e di ragionevolezza in quanto l’onere di pagare l’accisa di Euro 150,00 “poggia su presupposti fattuali che il legislatore erroneamente” inteso in quanto “parte dall’erroneo presupposto di parificare i due requisiti, imposti ex art. 86, 88 e 100 TULPS per svolgere l’attività (licenza e certificazione anti mafia) con il pagamento di una accisa di € 150,00 (nemmeno contributo per l’iscrizione, ma accisa!). E’ evidente che i primi due requisiti hanno la ratio tipica del presupposto che persegue la norma istitutiva dell’elenco (onorabilità per svolgere l’attività), mentre l’’importo di € 150,00 è posto solo per esigenze di finanza pubblica per l’anno 2011”.

Con il quarto motivo, lamenta l’illegittimità del decreto direttoriale del 2014 per violazione del principio del contrarius actus atteso che tale decreto – a differenza di quello del 2011 oggetto di modifica – “non è stato sottoposto al controllo della Corte dei Conti”.

Con il quinto motivo, denuncia in particolare l’illegittimità del provvedimento di cancellazione disposto in sede di rinnovo per violazione del decreto direttoriale laddove fa discendere la cancellazione dall’attestazione del “requisito di pagamento nella dichiarazione con termine perentorio”, nonché laddove dispone la cancellazione “anche nell’ipotesi in cui, il pagamento è effettuato comunque entro l’anno solare nonché prevedono il 15 maggio 2018 ultimo giorno utile”.

Con il sesto motivo, si pone in rilievo come la cancellazione “non rientra all’interno della fattispecie di cui all’art. 4 e 11 del decreto direttoriale AAMS del 09.09.2011, come modificato dal decreto del 22.12.20144, tanto meno determina la decadenza e l’applicazione dell’art. 75 del DPR 445/2000” poiché il ricorrente avrebbe “effettuato il versamento delle € 150,00, esattamente in data 16.05.2018 e, cioè, nel termine annuale di rinnovo (previsto dalla legge) e, tra l’altro, molto prima che l’amministrazione gli contestasse l’insussistenza del requisito del mancato pagamento e la conseguente decadenza, con l’avviso del procedimento del 31.12.2018”, sicchè “la dichiarazione resa in data 14.05.2018” era da ritenersi “innocua e priva di portata lesiva e, quindi, inidonea a fare perdere il beneficio”.

Con il settimo motivo, infine, contesta la violazione delle disposizioni sulla revoca dei provvedimenti amministrativi in relazione all’interruzione dell’attività disposta, a seguito della cancellazione per il 2018, anche con riferimento all’anno 2019.

Nel costituirsi in giudizio, l’amministrazione ha replicato puntualmente ai motivi di ricorso chiedendone, nel merito, il rigetto.

3. Con ordinanza n. 8410/2019, la Sezione ha accolto l’istanza di misure cautelari, rinviando la trattazione della causa all’odierna udienza.

4. All’udienza del 15 luglio 2020, la causa veniva trattenuta in decisione.

5. La questione centrale della controversia riguarda la legittimità, o meno, della cancellazione dall’elenco degli operatori economici – istituito ai sensi dell’art. 1, comma 533, lett. c), legge 23 dicembre 2005, n. 266, come sostituito dall’art. 1, comma 82, della legge n. 220 del 2010 – disposta a seguito dell’autocertificazione del “possesso” della quietanza di pagamento, sebbene sia poi emerso, in sede di controllo, che mentre il versamento è stato effettivamente realizzato nella data indicata nell’autocertificazione, la quietanza di pagamento risulta invece essere stata rilasciata in una data successiva a quella autocertificata.

La fattispecie per cui è causa è stata recentemente riesaminata dalla Sezione che è pervenuta alla conclusione dell’illegittimità della cancellazione per violazione dell’art. 1, comma 533-bis, della legge 23 dicembre 2005, n. 266 e dell’art. 8, comma 4, del decreto direttoriale dell’AAMS del 9 settembre 2011, n. 31857, oltre che per eccesso di potere.

In virtù del principio di sinteticità della motivazione della sentenza che viene in rilievo là dove la controversia possa essere decisa facendo riferimento “ad un precedente conforme” (art. 74 c.p.a.), il Collegio, nel richiamare i propri precedenti conformi (sentenza 2 luglio 2020, n. 7593 e n. 7596), rinvia, con le precisazioni che seguono, alle motivazioni lì esposte, le quali non risultano superate nel caso di specie.

6. Il terzo, il quinto e il sesto motivo di ricorso sono fondati nei termini che seguono.

Il ricorrente ha correttamente autocertificato di aver versato il tributo per l’anno di imposta, relativo al periodo di efficacia del mantenimento dell’iscrizione nell’elenco, nella data (14 maggio 2018) indicata nel modello c.d. REIS che è antecedente a quella stabilita per il “versamento dovuto” (15 maggio 2018). In aggiunta a tale autocertificazione, ha dichiarato di “possedere” la quietanza di pagamento del versamento del tributo in una data diversa (14 maggio 2018, coincidente con la data del versamento) rispetto a quella in cui si è poi accertato l’effettivo incasso del tributo in favore dell’erario (16 maggio 2018).

L’art. 8, comma 4, del decreto direttoriale dell’AAMS del 9 settembre 2011, n. 31857, prevede che l’operatore iscritto nell’elenco per ottenere il rinnovo dell’iscrizione deve inoltrare un’autocertificazione in cui si attesti la sussistenza del “versamento” del tributo entro il termine previsto. Una volta adempiuta l’obbligazione tributaria, è onere dell’istante autocertificare, mediante la dichiarazione di scienza, l’avvenuto adempimento al fine semplificare i controlli dell’amministrazione sul possesso dei requisiti abilitanti il rinnovo.

7. Il ricorrente ha in effetti chiesto ed ottenuto l’iscrizione nell’elenco in sede di rinnovo sulla base della ricorrenza dei presupposti previsti dall’art. 8, comma 4, del decreto direttoriale dell’AAMS del 9 settembre 2011, n. 31857, adempiendo entro il termine previsto l’obbligazione tributaria. Tra questi requisiti non rientra la prova dell’estinzione anticipata dell’obbligazione tributaria da attestare mediante il possesso della quietanza. Ciò comporta che l’erronea indicazione dell’autocertificazione del “possesso” della quietanza non si risolve in una dichiarazione falsa sul possesso di un requisito prescritto dal decreto che in effetti non sussiste.

8. Va dunque disattesa la tesi difensiva dell’amministrazione secondo cui, anche in sede di rinnovo dell’iscrizione, l’interessato dovrebbe autocertificare il possesso della quietanza di pagamento del tributo. Tale assunto si risolve in un’inammissibile integrazione postuma di un requisito abilitante il mantenimento dell’iscrizione nell’elenco, di natura restrittiva, non previsto nel decreto direttoriale dell’AAMS del 9 settembre 2011, n. 31857 e comunque si porrebbe in violazione di proporzionalità e di adeguatezza dell’azione amministrativa in considerazione dell’esiguità del versamento dovuto una tantum e della stessa ratio di tutela del ravvedimento operoso dell’interessato, avvenuto prima dell’accertamento della violazione, a cui oggi si conforma la disciplina di settore (art. 27, comma 6, del decreto legge 26 ottobre 2019, n. 124).

Né invero assume rilievo la disposizione dell’art. 75 d.p.r. n. 445 del 2000 sulla decadenza dai benefici secondo cui qualora a seguito dei controlli effettuati dall’amministrazione “emerga la non veridicità del contenuto della dichiarazione, il dichiarante decade dai benefici eventualmente conseguenti al provvedimento emanato sulla base della dichiarazione non veritiera”.

Come rilevato, la cancellazione è stata disposta a prescindere dalla non veridicità della dichiarazione rilasciata, la quale è soltanto conseguente alla ritenuta esistenza di una causa ostativa sostanziale (cfr., Corte costituzionale, 24 luglio 2019, n. 199) che si è accertato non ricorre nella specie.

9. In conclusione, l’amministrazione, in seguito ai controlli effettuati, ha disposto in modo illegittimo la cancellazione dell’iscrizione sulla base dell’erronea assenza in radice di un requisito (possesso della quietanza) non previsto per il buon esito del procedimento di rinnovo.

Il ricorso è quindi accolto e, per l’effetto, va annullato il provvedimento di cancellazione dall’elenco per violazione dell’art. 1, comma 533-bis, della legge 23 dicembre 2005, n. 266 e dell’art. 8, comma 4, del decreto direttoriale dell’AAMS del 9 settembre 2011, n. 31857, oltre che per eccesso di potere. L’accoglimento del ricorso, nei limiti e nei termini sopra esposti, comporta l’assorbimento delle altre censure proposte nei confronti dei provvedimenti impugnati, nonché delle questioni di legittimità costituzionale ed europea sollevate.

La natura e la peculiarità della controversia, nonché la complessità delle questioni trattate, giustifica la compensazione integrale delle spese di giudizio tra tutte le parti costituite.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, sede di Roma, Sezione Seconda, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei limiti e nei termini di cui in motivazione.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa”.