Il TAR Lazio ha respinto il ricorso di una associazione di operatori, così come in passato quelli presentati da diversi concessionari, in merito alla riduzione del numero di nulla osta di esercizio (NOE) obbligatori per gli apparecchi AWP, previsto all’interno della legge di Stabilità per il 2016 così come all’obbligo di distruzione degli stessi.

I ricorrenti sottolineavano “il forte impatto negativo sotto il profilo economico sui gestori della legge di stabilità del 2016 conseguente alla necessità di sostenere contemporaneamente i costi degli investimenti per l’adeguamento degli apparecchie quelli per l’aumento del PREU ( adeguamento del sofware di gioco ndr)” e il fatto che “con la legge n. 96/2017 di conversione del D.L. n. 50/2017 è stato inserito l’art. 6 bis che ha imposto sia l’aumento della percentuale della riduzione degli apparecchi – originariamente fissata al 30% e calcolata sulla base dei NOE presenti al 31.7.2015 anziché al 31.12.2016 -, sia l’anticipazione del relativo termine ultimo – originariamente fissato al 31.12.2019. Pertanto, i gestori, a distanza di un anno emezzo dall’emanazione di una normativa che già li obbligava a sostenere costiingentissimi nella certezza di poter disporre di un periodo di quattro anni di attivitàdi tutte le proprie macchine per recuperare gli investimenti effettuati, si sarebberotrovati di fronte a un’imprevedibile contrazione del termine finale per la riduzione del numero di apparecchi, anticipato di due anni”.

Per il Tar Lazio questa situazione non va in alcun modo censurata.

Nel ricordare che tale misura è conseguente alla riduzione del numero delle slot così come da legge di stabilità del 2016 (il 33% delle installazioni), “a partire dal 1° gennaio 2017, sono stati rilasciati nulla osta di esercizio solo per apparecchi che consentissero il gioco pubblico da remoto, con una riduzione del 30% rispetto al numero di apparecchi attivi presente alla data del 31 luglio 2015, è stata prevista la dismissione degli apparecchi tradizionali entro il 31 dicembre 2019 (art. 1, comma 943, l. 208/2015) ed è stata cadenzata la riduzione degli apparecchi in esercizio: entro il 31 dicembre 2017 il numero di apparecchi non poteva essere superiore a 345.000, con obbligo di riduzione di almeno il 15% rispetto ai nulla osta attivi al 31 dicembre 2016, mentre entro il 30 aprile 2018 il numero complessivo non poteva essere superiore a 265.000, con necessaria relativa riduzione (art. 6 bis D.L. 50/2017)”.

Per i giudici “il decreto (contestato dagli operatori ndr e riferibile all’obbligo di dismettere gli apparecchi) attribuisce la scelta tra una serie di possibilità che sono tutte conformi alla ratio della dismissione imposta dal legislatore che è quella di “evitare possibili utilizzi illeciti degli apparecchi”.

Orbene nella predetta ottica appare ragionevole logica la scelta operata dall’Amministrazione resistente di consentire la distruzione come rifiuto, ovvero la vendita, ovvero ancora la rigenerazione dell’apparecchio dismesso in quanto nessuna delle tre suddette opzioni fa permanere la disponibilità dello stesso in capo al gestore, circostanza che evita in radice la possibilità di farne un uso illecito. Né vale a inficiare la congruità e la legittimità della predetta scelta la circostanza che la nuova disciplina introdotta dal legislatore e attuata attraverso gli atti gravati determini un forte impatto negativo sotto il profilo economico sui gestori in quanto con la legge n. 96/2017, di conversione del D.L. n. 50/2017, è stato inserito l’art. 6 bis che ha imposto sia l’aumento della percentuale della riduzione degli apparecchi – originariamente fissata al 30% e calcolata sulla base dei NOE presenti al 31.7.2015 anziché al 31.12.2016 -, sia l’anticipazione del relativo termine ultimo – originariamente fissato al 31.12.2019. Posto che si tratta di una precisa scelta legislativa, il Collegio al riguardo non può che evidenziare, come fatto dalla difesa erariale nelle sue memorie, che la Corte Costituzionale non ha mai ravvisato gli estremi della violazione del legittimo affidamento riposto dagli operatori della filiera del gioco mediante apparecchi, in ordine alla stabilità della regolamentazione del settore e nonostante gli investimenti sostenuti.

In particolare la Corte ha affermato che “per rapporti di concessione di servizio pubblico, come quelli investiti dalle norme censurate, nei quali, alle menzionate condizioni, la possibilità di un intervento pubblico modificativo delle condizioni originarie è da considerare in qualche modo connaturata al rapporto fin dal suo instaurarsi. E ancor più, si può aggiungere, ciò deve essere vero, allorché si verta in un ambito così delicato come quello dei giochi pubblici, nel quale i valori e gli interessi coinvolti appaiono meritevoli di speciale e continua attenzione da parte del legislatore. Proprio in ragione dell’esigenza di garantire un livello di tutela dei consumatori particolarmente elevato e di padroneggiare i rischi connessi a questo settore, la giurisprudenza europea ha ritenuto legittime restrizioni all’attività (anche contrattuale) di organizzazione e gestione dei giochi pubblici affidati in concessione, purché ispirate da motivi imperativi di interesse generale” (cfr. Corte costituzionale, 31 marzo 2015, n. 56)”.