Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale (Sezione Quinta), ha respinto tramite sentenza il ricorso presentato da una società del settore del gioco pubblico contro Roma Capitale, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e Ministero delle Economia e delle Finanze in cui si chiedeva la revocazione della sentenza del Consiglio di Stato – Sez. V – n. 5226/2020, resa tra le parti.

Si legge: “(…) è concessionaria per la realizzazione e conduzione della rete per la gestione telematica del gioco lecito mediante apparecchi di cui all’art. 110, comma 6, R.d. 18 giugno 1931, n. 773 (T.U.L.P.S. – testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) ed è titolare di due sale da gioco nel Comune di Roma.

Con ordinanza sindacale n. 111 del 6 giugno 2018 Roma Capitale ha previsto che:

– l’orario di funzionamento degli apparecchi di intrattenimento e svago con vincita in denaro di cui all’art. 110, comma 6, del TULPS, ovunque collocati nelle sale gioco e/o nelle altre tipologie di esercizi autorizzati ai sensi degli artt. 86 e 88 TULPS, sia fissato dalle ore 9,00 alle ore 12,00 e dalle ore 18,00 alle ore 23,00 di tutti i giorni, festivi compresi;

– gli apparecchi di cui sopra, nelle ore di sospensione del funzionamento, debbano essere spenti tramite apposito interruttore elettrico di ogni singolo apparecchio ed essere mantenuti non accessibili.

Con sentenza n. 2132 del 2019 il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio ha respinto il ricorso proposto da (…) per l’annullamento della suddetta ordinanza, ritenendo che non vi fosse contrasto con quanto previsto dall’Intesa del 7 settembre 2017, raggiunta in sede di Conferenza Unificata Governo Regioni ed Enti Locali, che autorizzava questi ultimi a definire fasce orarie di interruzione quotidiana del gioco non superiori nel complesso a 6 ore giornaliere concordate con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM). Secondo il Tribunale tale Intesa non era vincolante per la mancata emanazione del decreto ministeriale di attuazione; né il provvedimento impugnato era affetto da difetto di istruttoria e di motivazione, nonché da violazione del principio di proporzionalità dell’azione amministrativa in relazione a una serie di presunti antecedenti istruttori diretti a giustificare l’intervento comunale.

Il Consiglio di Stato, con la sentenza della V Sezione n. 5226 del 2020, ha respinto l’appello proposto avverso la suddetta sentenza da (…), ritenendo infondati tutti i motivi di gravame, sia in relazione alla non vincolatività dell’Intesa fino all’emanazione del decreto ministeriale, sia riguardo all’insussistenza del dedotto difetto di istruttoria.

(…) ha proposto ricorso per revocazione della succitata sentenza, deducendo i seguenti motivi:

I) Errore revocatorio sulle difese di ADM: la sentenza da revocare sarebbe inficiata da errore di fatto ex art. 395, n. 4, sotto il profilo della completa obliterazione della difesa articolata da ADM nel sotteso giudizio, siccome espressa nell’atto rubricato “note difensive”, della cui esistenza e del cui contenuto, nella decisione da revocare, non vi è traccia alcuna; la sentenza infatti darebbe atto solo dell’intervenuta costituzione di ADM, ma nulla direbbe in ordine alla circostanza del deposito da parte della stessa di note difensive, con le quali aveva contestato la legittimità dell’ordinanza sindacale impugnata; inoltre la sentenza avrebbe errato nel considerare irrilevante la concertazione fra il Comune e ADM circa le fasce orarie di interruzione quotidiana del gioco;

II) Errore di fatto revocatorio sotto distinto profilo: la sentenza revocanda sarebbe viziata da una svista percettiva in relazione al rilevato aumento del numero di esercizi e della raccolta monetaria, oltre che al contenuto dei documenti nn. 11 e 12, depositati da Roma Capitale in primo grado, provenienti dalla stessa ADM, che li aveva formati; nel primo era riportata la considerevole e costante decrescita dei compensi dei concessionari nel periodo 2014/2017, con ciò evidenziando la corrispondente contrazione della raccolta e, con essa, della generale propensione al gioco da parte degli utenti; nel secondo era cristallizzata un’istruttoria del tutto inadeguata in quanto risalente al 2016, vale a dire ad un’epoca antecedente non solo all’ordinanza impugnata, ma anche alla riduzione del 30% del numero di AWP presenti sul territorio nazionale, disposta a partire dal 2017 in attuazione del d.l. n. 50/2017, convertito con modificazioni dalla legge 21 giugno 2017, n. 96, riduzione della quale ADM avrebbe dato ulteriormente atto nel corso dei due gradi giudizio. La piena e corretta percezione di tali documenti (ed in particolare del loro contenuto) avrebbe impedito al giudice di appello di affermare la sussistenza di un incremento dei punti di offerta del gioco e della raccolta e conseguentemente di giudicare l’ordinanza sindacale impugnata esente dai vizi denunciati, in quanto asseritamente sorretta da una adeguata istruttoria.

La ricorrente ha quindi riproposto in via rescissoria i primi due motivi di censura dedotti in primo grado:

I) Violazione e falsa applicazione dell’art. 7 d.l. n. 158/2012, dell’art. 1, co. 936, l. n. 208/2015, violazione e falsa applicazione dell’Intesa sancita in sede di Conferenza Unificata il 7.9.2017, contraddittorietà e perplessità dell’azione amministrativa, difetto di motivazione;

II) eccesso di potere per difetto di istruttoria, falsità dei presupposti, travisamento dei fatti, difetto di motivazione, contraddittorietà, sviamento, violazione del principio di proporzionalità; disparità di trattamento.

Roma Capitale si è costituita per resistere al ricorso, chiedendo il rigetto.

Nell’imminenza dell’udienza di trattazione le parti hanno illustrato con apposite memorie le prorie difese e conclusioni.

All’udienza pubblica del 2 dicembre 2021 il ricorso per revocazione è stato trattenuto in decisione.

Il ricorso è inammissibile.

Per consolidata giurisprudenza (cfr., fra le tante, Cons. Stato, V, 30 ottobre 2015, n. 4975; IV, 21 aprile 2017, n. 1869; Ad. plen., 27 luglio 2016, n. 21), l’errore di fatto, idoneo a costituire il vizio revocatorio previsto dall’art. 395, n. 4), Cod. proc. civ., deve: 1) consistere in una errata percezione del fatto, in una svista di carattere materiale, oggettivamente e immediatamente rilevabile e tale da aver indotto il giudice a supporre l’esistenza di un fatto la cui verità era esclusa in modo incontrovertibile, oppure a considerare inesistente un fatto accertato in modo parimenti indiscutibile; 2) essere decisivo, nel senso che, se non vi fosse stato, la decisione sarebbe stata diversa; 3) non cadere su di un punto controverso sul quale la Corte si sia pronunciata; 4) presentare i caratteri della evidenza e della obiettività, sì da non richiedere, per essere apprezzato, lo sviluppo di argomentazioni induttive e di indagini ermeneutiche; 5) non consistere in un vizio di assunzione del fatto, né in un errore nella scelta del criterio di valutazione del fatto medesimo.

L’errore di fatto revocatorio consiste, insomma, nel c.d. abbaglio dei sensi e cioè nel travisamento delle risultanze processuali dovuto a mera svista del giudice, che conduca a ritenere come inesistenti circostanze pacificamente esistenti o viceversa: la falsa percezione da parte del giudice della realtà processuale, che giustifica l’applicazione dell’art. 395 Cod. proc. civ., deve consistere in una svista obiettivamente ed immediatamente rilevabile, che abbia portato ad affermare l’esistenza di un fatto decisivo, incontestabilmente escluso dagli atti e documenti di causa, ovvero l’inesistenza di un fatto decisivo che dagli atti e documenti medesimi risulti invece positivamente accertato.

E’ inammissibile quindi il rimedio revocatorio in relazione ad errori non rilevabili con assoluta immediatezza, ma che richiedano, per essere apprezzati, lo sviluppo di argomentazioni induttive e di indagini ermeneutiche, ovvero errori che non consistano in un vizio di assunzione del fatto (tale da comportare che il giudice non statuisca su quello effettivamente controverso), ma si riducano ad errori di criterio nella valutazione del fatto, di modo che la decisione non derivi dall’ignoranza di atti e documenti di causa, ma dall’erronea interpretazione di essi.

Non sussiste vizio revocatorio quando si lamenta un’asserita erronea valutazione delle risultanze processuali o una anomalia del procedimento logico di interpretazione del materiale probatorio (in quanto ciò si risolve in un errore di giudizio), nonché quando una questione controversa sia stata risolta sulla base di specifici canoni ermeneutici o sulla base di un esame critico della documentazione acquisita (cfr., da ultimo, Cons. Stato, sez. V, 20 dicembre 2018, n. 7189).

Nella fattispecie in esame non si rinvengono i ricordati elementi che connaturano gli estremi dell’errore revocatorio di fatto, atteso che gli asseriti errori della sentenza ipotizzati nel ricorso non consistono in un vizio di assunzione del fatto, tale da comportare che il giudice non statuisca su quello effettivamente controverso.

Gli spiegati motivi di revocazione non afferiscono affatto ad un presunto ‘abbaglio dei sensi ’ o ‘svista di carattere materiale’, ma riguardano piuttosto apprezzamenti, non condivisi, del materiale probatorio ovvero la qualificazione giuridica o la rilevanza di fatti e involgono questioni di carattere giuridico ed ermeneutico, che peraltro hanno costituito punti controversi del giudizio: in altri termini i motivi si risolvono in un’inammissibile censura all’attività valutativa del giudice di appello, la quale esula di per sé dall’ambito della ratio e dalla finalità della revocazione, pena la indebita trasformazione dello strumento revocatorio in un terzo grado di giudizio (cfr. Cons. Stato, sez. V, 11 dicembre 2015 n. 5657).

In particolare, con riferimento al primo motivo di revocazione, deve osservarsi che nella sentenza revocanda, dopo aver dato atto delle parti costituite in giudizio, si attesta espressamente quanto segue: “Visti gli atti di costituzione in giudizio di Roma Capitale, dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, del Ministero dell’Economia e delle Finanze e del Codacons; Visti tutti gli atti della causa”.

Anche a prescindere da ogni considerazione sulla legittimazione della ricorrente a fondare il motivo di revocazione sul preteso mancato esame delle difese svolte da un altro soggetto del processo, nel caso di specie dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, la tesi della ricorrente secondo cui il giudice d’appello non avrebbe valutato le difese di ADM è apodittica e priva di qualsiasi fondamento.

Invero, come affermato dalla costante giurisprudenza amministrativa, non è necessario che la motivazione della sentenza menzioni espressamente tutte le tesi espresse dalle parti, essendo sufficiente che dia conto del procedimento logico giuridico adottato per pervenire alla decisione assunta, essendo evidente il rigetto implicito delle tesi contrarie alla stessa.

Nella fattispecie in questione la ricorrente ha contestato la mancata considerazione delle argomentazioni difensive di ADM da parte della sentenza, richiamandole e dunque condividendole, e riproponendo i propri argomenti difensivi in un inammissibile terzo grado di giudizio di merito.

E’ evidente che l’avere statuito in senso contrario rispetto a quanto ritenuto nelle difese di ADM e da (…) non può integrare un errore di fatto revocatorio, configurabile, invece, nell’attività preliminare del giudice relativa alla lettura ed alla percezione degli atti acquisiti al processo (quanto alla loro esistenza ed al loro significato letterale), senza coinvolgere la successiva attività di ragionamento, di apprezzamento, di interpretazione e di valutazione del contenuto delle domande e delle eccezioni, ai fini della formazione del suo convincimento, che può prefigurare esclusivamente un errore di giudizio: non può che ribadirsi che l’errore revocatorio consiste esclusivamente in un errore percettivo, concretante una mera svista materiale, che abbia indotto giudice a supporre l’esistenza (o l’inesistenza) di un fatto decisivo che risulti, invece, in modo incontestabile escluso (o accertato) in base agli atti e ai documenti di causa, e sempre che tale fatto non abbia costituito oggetto di un punto controverso, su cui il giudice si sia pronunciato (non ricorrendo, quindi, allorché si contesti l’erroneo, inesatto o incompleto apprezzamento delle risultanze processuali o di anomalia del procedimento logico di interpretazione del materiale probatorio, ovvero quando la questione controversa sia stata risolta sulla base di specifici canoni ermeneutici o di un esame critico della documentazione acquisita) (cfr. Cons. Stato, sez. V, 28 gennaio 2021, n. 829; sez. III, 7 giugno 2021, n. 4304). Nel caso di specie, la questione circa la natura vincolante o meno dell’Intesa sancita in sede di Conferenza Unificata il 7.9.2017 costituisce una valutazione o un’interpretazione giuridica che può dar luogo ad un errore di diritto, ma non di fatto.

Ad identiche conclusioni deve giungersi anche con riferimento al secondo motivo di revocazione col quale la ricorrente, richiamando le proprie argomentazioni, non riesce ad evidenziare errore di fatto (secondo l’insegnamento della giurisprudenza sopra ricordato), proponendo piuttosto argomentazioni, interpretazioni e valutazioni del materiale probatorio in atti alternative rispetto a quelle poste a base della sentenza da revocare.

Sennonché la sentenza impugnata non ha affatto male interpretato i documenti depositati da Roma Capitale in primo grado, atteso che da quelli risultava evidente il dato allarmante dell’aumento del numero dei pazienti affetti da GAP trattati nel territorio comunale (e regionale) nel corso degli anni (“La documentazione acquisita da Roma Capitale dimostrava in maniera inequivocabile un aumento del numero di pazienti affetti da GAP trattati nel territorio comunale (e regionale) nel corso degli anni (dal 2012 al 2017), e se è vero che, in termini assoluti, non si trattava di numeri elevati, il dato allarmante consisteva proprio nell’aumento progressivo ed ininterrotto. Per convincersene è sufficiente richiamare i dati contenuti nella nota del 1° giugno 2018 (prot. n. QH/31769) elaborata dal Dipartimento di Epodemiologia del Servizio sanitario regionale della Regione Lazio ove al numero di 82 pazienti trattati nel 2012 (165 nella Regione Lazio) corrisponde il numero di 323 del 2017 (613 nell’intera Regione)”); inoltre, tale apprezzamento non integra affatto l’errore di fatto e può eventualmente costituire un errore di diritto che non è emendabile col ricorso per revocazione.

Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile.

Le spese di giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta), definitivamente pronunciando sul ricorso per revocazione, come in epigrafe proposto, lo dichiara inammissibile.

Condanna (…) alla rifusione delle spese di giudizio nei confronti di Roma Capitale, che si liquidano in euro 5000, oltre ad oneri di legge. Nulla per le spese quanto alle altre parti”.