(Jamma) – Rubava, è vero, ma lo faceva perché era “malata” di gioco d’azzardo. E quindi la donna è stata assolta. La sentenza è stata pronunciata dal Tribunale di Milano, che ha prosciolto dall’accusa di furto una “giocatrice patologica” che si procurava così i soldi che le servivano per giocare: una mania che per lei era diventata una vera e propria dipendenza, e che quindi le ha consentito di essere giudicata incapace di intendere e di volere.

La decisione è stata prese dalla Settima sezione penale del Palazzo di giustizia del capoluogo lombardo, che ha ritenuto la donna di fatto “malata” di gioco d’azzardo compulsivo, come racconta la “Repubblica”. “Una sentenza di importanza fondamentale”, dice la presidente dell’associazione Azzardo e nuove dipendenze Daniela Capitanucci, perché “per la prima volta in un’aula di giustizia si riconosce che chi è affetto da dipendenza patologica da gioco è un soggetto fragile che va protetto, anche nell’interesse della società che lo circonda”.

Il caso riguarda una donna che oggi ha 44 anni, madre di due figli. Lei stessa ha affermato di aver cominciato a lavorare come collaboratrice domestica per pagarsi le spese di gioco, da cui è dipendente dal 2011. Era stata sorpresa a rubare gioielli nel 2012 in una casa privata, ma la sua occupazione principale era in un centro commerciale dell’hinterland milanese, dove faceva la gelataia, e dove passava ore alle slot machine spendendo tutti i soldi che aveva in tasca, come ammesso da lei stessa in udienza.

Già prima dell’apertura del processo il marito, operaio, aveva contattato lo sportello di primo soccorso della stessa associazione Azzardo, attiva dal 2003 per assistere chi è dipendente dal gioco. Un medico ha diagnosticato il disturbo patologico della donna, che ha poi avviato un ciclo di terapie, con il marito nominato “amministratore di sostegno”. I giudici l’hanno prima assolta e poi affidata alle cure del Sert, il servizio sanitario che si occupa dei tossicodipendenti.

Alla lettura della sentenza, la donna ha detto in lacrime: “E’ vero, ho rubato, ma non ero io. Non potevo fermarmi e non sapevo quello che facevo”.

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