Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia (Lecce – Sezione Prima) ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato da alcune società del gioco pubblico contro il Comune di Ginosa (TA), in cui si chiedeva l’annullamento a) del “Regolamento comunale sale da gioco e giochi leciti”, approvato con delibera del Consiglio Comunale del 16.06.2017 n. 36 del Comune di Ginosa (TA), pubblicata sull’Albo Pretorio dal 5 luglio 2017 al 20 luglio 2017; degli atti, documenti e pareri ivi richiamati per relationem; b) di ogni altro atto ad esso presupposto e conseguente; nonché per l’annullamento, quanto ai motivi aggiunti presentati da (…) il 17.2.2018: del provvedimento prot. 32317 del 21.11.2017, notificato in pari data, a firma del responsabile del SUAP del comune di Ginosa, con cui è stata ordinata al Sig. (…) in qualità di titolare della società (…), l’immediata cessazione dell’attività di esercizio e raccolta scommesse esercitata nei locali siti a Marina di Ginosa in (…), in quanto esercitata in violazione l’art. 7 della legge regionale n. 43/2013 e l’art. 6 del regolamento comunale sulle sale gioco approvato con deliberazione del Consiglio Comunale n. 36 del 16.06.2017.

Nella sentenza si legge quanto segue: “1. I ricorrenti – tutti esercenti la raccolta di gioco mediante apparecchi e congegni da gioco lecito, ai sensi degli artt. 86, 88 e 110 c. 3 r.d.n. 773/31 (di seguito: TULPS) – hanno impugnato il “Regolamento comunale sale da gioco e giochi leciti” approvato con delibera del Consiglio Comunale di Ginosa del 16.06.2017 n. 36 (di seguito, per brevità: Regolamento).

A sostegno del ricorso, essi hanno articolato i seguenti motivi di gravame, appresso sintetizzati: 1) violazione degli artt. 41, 97, 117 e 118 Cost; 3 e 7 TUEL; 7 comma 4 L.R. 43/2013; eccesso di potere sotto vari profili; 2) illegittimità costituzionale dell’art. 7 della Legge Regionale della Regione Puglia 13 dicembre 2013, n. 43, recante “Contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo patologico (GAP)”. Violazione degli art. 117, comma 2 lett. h) e lett. e 117 comma 3 della Costituzione. Violazione dell’art. 7, comma 10 del d.l. n. 158 del 2012, conv. legge n. 189 del 2012. Violazione del principio di riserva di legge statale in materia di giochi e scommesse – Violazione degli artt. 23, 41 e 117, comma 2, lett. h) e lett. e) della Costituzione nonché legge n. 28.12.2015, n. 208 (cd. legge di stabilità 2016) della legge regionale 43/2013 – Violazione dell’art. 3 e della Costituzione per irragionevolezza della prescrizione censurata; 3) violazione degli artt. 23, 41 e 117, comma 2, lett. h) della Costituzione e dell’art. 159, comma 2, d. lgs. n. 112/1998 nonché dell’art. 1, commi 70, 72, 80, 81 e 82 della legge 13 dicembre 2010, n. 220. Eccesso di potere; 4) Violazione degli artt. 21 e 41 Costituzione e degl’artt. 9, 10, 11, 17-bis, 86, 88 e 92 Tulps, dell’art. 1 della legge 689/1981, nonché dell’art. 1, commi 70, 72, 80, 81 e 82 della legge 13 dicembre 2010, n. 220. Eccesso di potere; 5) violazione degli artt. 21 e 41 Costituzione e dell’art. 7, comma 4, d.l. 158/2012 – Eccesso di potere; 6) violazione degl’artt. 1 e 8‐bis della legge 24 novembre 1981, n. 689; dell’art. 99 C.P. e degli artt. 21, 41, 97, 117 e 118 Cost.; artt. 3 e 7 T.U.E.L. Eccesso di potere.

Hanno chiesto pertanto l’annullamento degli atti impugnati, con vittoria delle spese di lite.

Con successivi motivi aggiunti depositati in data 17.2.2018 la sola ricorrente (…) altresì impugnato il provvedimento prot. 32317 del 21.11.2017, notificato in pari data, con cui il Comune di Ginosa le ha ordinato l’immediata cessazione dell’attività di esercizio e raccolta scommesse esercitata nei locali siti a Marina di Ginosa, (…).

A sostegno dei motivi aggiunti, la suddetta ricorrente ha articolato i seguenti motivi di gravame, appresso sintetizzati: 1) illegittimità propria dell’atto impugnato: violazione dell’art. 21-nonies l. n. 241/90; lesione del principio di affidamento; 2) Inapplicabilità del regolamento comunale e della legge regionale all’attività di raccolta scommesse oggetto di autorizzazione ex art. 88 TULPS a seguito dell’art. 1, comma 643, Legge 190/2014 – Falsa applicazione dell’art. 7 della legge regionale 43/2013; 3) illegittimità derivata.

Ha chiesto pertanto l’annullamento anche dell’atto impugnato con motivi aggiunti, con vittoria delle spese di lite.

Costituitosi in giudizio, il Comune di Ginolsa ha preliminarmente eccepito l’inammissibilità dei motivi aggiunti. Nel merito, ne ha chiesto il rigetto, al pari del ricorso introduttivo. Il tutto con vittoria delle spese di lite.

Nella camera di consiglio del 7.3.2018 è stata rigettata la domanda di tutela cautelare.

All’udienza pubblica del 22.9.2022 – tenutasi con modalità di collegamento da remoto, ai sensi dell’art. 87 co. 4-bis c.p.a. – il ricorso è stato trattenuto in decisione.

1.2. Prende atto il Collegio della sopravvenuta carenza di interesse al ricorso da parte della ricorrente (…), come da dichiarazione resa dal suo procuratore all’odierna udienza.

Per tali ragioni, il ricorso per motivi aggiunti – il quale è stato proposto soltanto da tale ricorrente – va dichiarato improcedibile, per sopravvenuta carenza di interesse da parte della suddetta ricorrente.

Il ricorso originario va invece scrutinato nel merito, essendo stato proposto – oltre che dalla società (…), la quale ha dichiarato la sopravvenuta carenza di interesse anche in relazione al ricorso originario – anche dalle ulteriori ricorrenti Anastasia Vannella, Gm Service S.r.l.s, Ru.Pag. Società Cooperativa, Distante s.u.r.l.

2. Tanto premesso, con i vari motivi di gravame – da esaminarsi congiuntamente, per comunanza delle relative censure – le suddette ricorrenti lamentano l’illegittimità di una serie di previsioni dell’impugnato Regolamento regionale, in quanto prive di base normativa, e comunque eccedenti rispetto allo scopo perseguito.

In via subordinata, le suddette ricorrenti deducono l’illegittimità costituzionale dell’art. 7 L.R. n. 43/13, in quanto in contrasto con gli artt. 3, 23, 41 e 117 Cost.

Le censure sono tutte infondate.

2.1. L’art. 7 della legge reg. Puglia n. 43 del 2013 (nella versione applicabile ratione temporis) stabilisce, al comma 1, che: “L’esercizio delle sale da gioco e l’installazione di apparecchi da gioco di cui all’articolo 110, comma 6, del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, emanato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, nonché ogni altra tipologia di offerta di gioco con vincita in denaro sono soggetti al regime autorizzatorio previsto dalle norme vigenti”, aggiungendo, al comma 2, che: “Fuori dai casi previsti dall’articolo 110, comma 7, del r.d. 773/1931, l’autorizzazione all’esercizio non viene concessa nel caso di ubicazioni in un raggio non inferiore a cinquecento metri, misurati per la distanza pedonale più breve, da istituti scolastici di qualsiasi grado, luoghi di culto, oratori, impianti sportivi e centri giovanili, centri sociali o altri istituti frequentati principalmente da giovani o strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio-assistenziale e, inoltre, strutture ricettive per categorie protette. L’autorizzazione è concessa per cinque anni e può essere chiesto il rinnovo dopo la scadenza”.

2.2. Tale essendo il tenore delle cennate previsioni normative, rileva il Collegio che la Corte costituzionale, investita della questione di legittimità costituzionale dell’art. 7 L.R. n. 43/13 (recante “Misure di contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo patologico”), con sentenza n. 108/17 ha dichiarato la stessa non fondata.

In particolare, il giudice delle leggi ha chiarito che: “il legislatore pugliese non è intervenuto per contrastare il gioco illegale, né per disciplinare direttamente le modalità di installazione e di utilizzo degli apparecchi da gioco leciti e nemmeno per individuare i giochi leciti: aspetti che – come posto in evidenza dalle citate sentenze n. 72 del 2010 e n. 237 del 2006 – ricadono nell’ambito della materia «ordine pubblico e sicurezza», la quale attiene alla prevenzione dei reati ed al mantenimento dell’ordine pubblico, inteso quale «complesso dei beni giuridici fondamentali e degli interessi pubblici primari sui quali si regge la civile convivenza nella comunità nazionale» (tra le altre, sentenze n. 118 del 2013, n. 35 del 2011 e n. 129 del 2009).

Il legislatore regionale è intervenuto, invece – come già anticipato – per evitare la prossimità delle sale e degli apparecchi da gioco a determinati luoghi, ove si radunano soggetti ritenuti psicologicamente più esposti all’illusione di conseguire vincite e facili guadagni e, quindi, al rischio di cadere vittime della “dipendenza da gioco d’azzardo”: fenomeno da tempo riconosciuto come vero e proprio disturbo del comportamento, assimilabile, per certi versi, alla tossicodipendenza e all’alcoolismo.

La disposizione in esame persegue, pertanto, in via preminente finalità di carattere socio-sanitario, estranee alla materia della tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza, e rientranti piuttosto nella materia di legislazione concorrente «tutela della salute» (art. 117, terzo comma, Cost.), nella quale la Regione può legiferare nel rispetto dei principi fondamentali della legislazione statale” (Corte cost, sent. n. 108/17).

2.3. Alla luce di tali coordinate costituzionali, può pertanto affermarsi che l’art. 7 L.R. n. 43/13 non mira a contrastare i fenomeni criminosi e le turbative dell’ordine pubblico collegati al mondo del gioco e delle scommesse, ma si preoccupa, piuttosto, delle conseguenze sociali dell’offerta dei giochi su fasce di consumatori psicologicamente più deboli, segnatamente in termini di prevenzione di forme di gioco cosiddetto compulsivo.

3. Ne consegue, per tali ragioni, in primo luogo, la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale proposta dai ricorrenti, in quanto sostanzialmente ripetitiva di censure già disattese dal giudice delle leggi con la cennata pronuncia n. 108/17.

4. In secondo luogo, va esclusa l’illegittimità delle censurate previsioni regolamentari. In particolare:

– deve ritenersi legittima la previsione di cui all’art. 6 dell’impugnato Regolamento, che stabilisce il rispetto del limite dei 500 metri con riferimento anche alle “attrezzature balneari e spiagge”, (lett. g), nonché ai “giardini, parchi e spazi pubblici attrezzati e altri spazi verdi pubblici” (lett h). Ciò in quanto tale previsione costituisce attuazione del citato art. 7 L.R. n. 43/13, nella parte in cui riconosce che: “I Comuni possono individuare altri luoghi sensibili in cui può non essere concessa l’autorizzazione, tenuto conto dell’impatto della stessa sul contesto urbano e sulla sicurezza urbana, nonché dei problemi connessi con la viabilità, l’inquinamento acustico e il disturbo della quiete pubblica”. E nella specie, è di intuitiva evidenza (non occorrendo particolari indagini in fatto, come invece censurato dalle ricorrenti) che le attrezzature balneari e le spiagge, così come i giardini, parchi e spazi pubblici attrezzati, devono ritenersi luoghi “sensibili”, in cui è più facile imbattersi in persone attratte dal miraggio della “vincita facile”. Per tali ragioni, la censurata previsione regolamentare deve ritenersi del tutto in linea con l’esigenza di fondo alla base della L.R. n. 43/13, e dell’impugnato Regolamento che ne costituisce attuazione, vale a dire l’esigenza – di carattere socio-sanitario – di evitare l’insorgere e/o l’aggravarsi di nuove forme di ludopatia;

parimenti legittima deve ritenersi la previsione di cui all’art. 6 co. 3 dell’imugnato Regolamento, che impedisce sia l’ubicazione nel raggio di 300 mt da sportelli bancari, postali o bancomat, sia l’installazione, all’interno della sala da gioco, di sportelli di tal fatta. Ciò in quanto tale previsione mira unicamente ad impedire che la facile disponibilità di denaro contante costituisca incentivo al gioco, aggravando in tal modo il fenomeno della ludopatia, intesa – si ribadisce – come emergenza di carattere socio-sanitario;

parimenti legittima deve ritenersi la previsione di cui all’art. 6 co. 8 dell’impugnato Regolamento, che prevede che: “Il locale adibito alle attività disciplinate dal presente titolo deve essere ubicato esclusivamente al piano terra degli edifici purché non all’interno o adiacenti a unità immobiliari residenziali”. Ciò in quanto tale previsione mira ad impedire che l’attività di gioco venga resa più agevole da forme di anonimato, che si verificherebbero ove tale attività venisse consentita in luoghi sottratti al normale traffico pedonale. Per tali ragioni, essa persegue comunque finalità di tipo socio-sanitario, e per tali ragioni sfugge alle denunciate censure, alla luce di quanto chiarito dalla corte costituzionale con la citata pronuncia n. 108/17;

parimenti legittima è la previsione ci ui all’art. 18 co. 7 dell’impugnato Regolamento, nella parte in cui prevede che: “Al titolare di somministrazione che detiene giochi all’interno del proprio locale non sono rilasciate concessioni di occupazione suolo pubblico”. All’evidenza, tale previsione mira ad impedire che l’attività di gioco venga consentita anche all’aperto, prevenendone in tal modo la relativa diffusione. Trattasi pertanto di finalità lecita, del tutto in linea con le descritte coordinate costituzionali, con la conseguenza che le relative doglianze devono parimenti essere disattese;

del pari legittime sono le previsioni di cui agli artt. 8 commi 5 e 7, e 20 co. 1, dell’impugnato Regolamento, le quali prevedono oneri di comunicazione in caso di installazione, trasferimento e variazione di numero degli apparecchi di cui all’art. 110 co. 6 TULPS. Trattasi, ancora una volta, di previsioni che mirano a evitare incontrollati fenomeni di diffusione dell’attività di gioco, e dunque, in definitiva, di previsioni che impattano sul tema della ludopatia, di carattere socio-sanitario, nel senso sopra chiarito;

parimenti legittime sono le previsioni di cui agli artt. 8 co. 8, 9 co. 4, 13 co. 1 dell’impugnato Regolamento, le quali prevedono sanzioni e/o limitazioni di efficacia alle autorizzazioni già rilasciate. Trattasi, all’evidenza, di previsioni di secondo grado, di carattere sanzionatorio, le quali hanno lo scopo di rendere immediatamente cogenti le suddette previsioni regolamentari, in modo da impedire che, in difetto di sanzione, le stesse restino prive di efficacia precettiva, riducendosi a mere affermazioni di principio, come tali inidonee rispetto al fine perseguito (prevenire e/o contrastare la ludopatia);

parimenti legittima è infine la previsione di cui all’art. 8 co. 14 dell’impugnato Regolamento, che vieta qualsiasi attività pubblicitaria relativa all’apertura o all’esercizio di sale da gioco. All’evidenza, trattasi di previsione che, attraverso il divieto di pubblicizzazione dell’attività delle sale da gioco, mira ad impedirne la proliferazione, e/o la diffusione delle relative attività. Per tali ragioni, essa si inserisce pienamente nell’ambito delle misure di carattere socio-sanitario, come tali pienamente legittime, alla luce delle descritte coordinate costituzioinali.

5. Alla luce di tali considerazioni, il ricorso introduttivo è infondato.

Ne consegue il suo rigetto.

6. Il ricorso per motivi aggiunti – si ribadisce – va invece dichiarato improcedibile.

7. Sussistono giusti motivi, legati alla natura delle questioni esaminate, per la compensazione delle spese di lite.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce – Sezione Prima definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, nonché sui motivi aggiunti, così provvede:

– rigetta il ricorso originario;

– dichiara l’improcedibilità del ricorso per motivi aggiunti.

Compensa le spese di lite”.

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