Grazie a questa iniziativa che dà voce ai lavoratori del gioco legale abbiamo modo di scoprire una realtà spesso dimenticata, quella di molte donne che si sono professionalizzate nell’offerta di servizi per il gioco. La storia di Paola, della provincia di Treviso, ne è un esempio.

“Mi chiamo Paola,

ho iniziato a lavorare in questo settore oltre 10 anni fa, con passione, dedizione, voglia di crescere professionalmente e sacrificio. Tanto sacrificio. Perché in questo ambiente non esistono domeniche in famiglia, non esistono le feste nazionali, non si dorme in orari “normali”, gli stipendi si sono abbassati e le mance sono rare e generalmente non superano pochi centesimi.

L’interazione con il cliente è tutta da imparare ed affinare, perché è totalmente diversa da qualsiasi altro settore, non è facile sostenere una conversazione con un giocatore, non si devono fare i conti in tasca a nessuno, non si deve giudicare, si deve ascoltare con discrezione e dimenticare.

Ma questa sfida quotidiana, a servizio dell’intrattenimento e del divertimento, mi è sempre piaciuta e mi ha dato tante soddisfazioni, i clienti tornano nel locale dove lavoro anche perché ci sono io, e mi rende orgogliosa la crescita della sala, se ne ho il merito!

Non è un lavoro per tutti, e avere la consapevolezza di saperlo fare bene mi inorgoglisce!
Voi che additate il mio lavoro come fosse un cancro, perché siete così arrabbiati? Mi piacerebbe realmente confrontarmi con chi ha motivazioni costruttive.

Io non mi permetto di schernire settori di cui non usufruisco, non compro biologico, non vado dal parrucchiere, non vado a fare massaggi, non mi interessa la tecnologia, le auto o le moto, non compro arte, non ho l’iscrizione in palestra e non sono coperta di gioielli, ma non sputo addosso a nessuno per le sue scelte di vita, perché voi lo fate con me e il mio lavoro?

Perché il mio settore è meno importante del vostro? Perché il mio lavoro non deve essere considerato una priorità al pari di altre?

Perché, al di là del mio ruolo nel mondo, dobbiamo ridurre tutto alla dignità di una persona e al diritto di lavorare.

Perché siete così contenti del fatto che io non possa pagare l’affitto né fare una spesa decente? Perché gioite se non mi arriva la disoccupazione o i soldi della cassa integrazione?
Alla fine io mi rialzerò più forte di prima, ma voi resterete cattivi e pieni di acredine senza aver imparato nulla.

Siate disposti al cambiamento e all’accettazione di quello che vi circonda, ci siamo anche noi e dovete farvene una ragione”.

 

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