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Il Tar Liguria ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro il Comune di Sestri Levante (GE) in cui si chiedeva l’annullamento del provvedimento di chiusura definitiva di un punto di raccolta scommesse emanato dal Comune.

“E’ contestata la legittimità del provvedimento con cui il Comune di Sestri Levante ha disposto la chiusura del punto di raccolta scommesse gestito dal ricorrente, a causa della violazione della distanza minima di 300 metri da luoghi sensibili (una scuola e una struttura socio-sanitaria) prescritta dall’art. 2 della l.r. Liguria 30 aprile 2012, n. 17.

Come anticipato in premessa, si tratta del terzo provvedimento adottato in materia dall’Amministrazione resistente: il primo era stato annullato per difetto di motivazione; il secondo è stato gravato con ricorso dichiarato inammissibile da questo Tribunale, ma l’esecutività della sentenza di primo grado è stata sospesa in sede di appello cautelare.

La motivazione del provvedimento impugnato è parzialmente diversa da quella del precedente atto che, pur riferendosi ai luoghi sensibili predetti, aveva fatto applicazione delle norme dello strumento urbanistico generale.

Occorre ancora premettere che le distanze rilevate dal Comune di Sestri Levante non sono contestate dal ricorrente.

Egli denuncia, invece, la violazione del giudicato cautelare formatosi sull’ordinanza del Consiglio di Stato e l’intervenuto esaurimento del potere amministrativo esercitato nella fattispecie.

Sotto il primo profilo, l’esponente rileva che l’ordinanza di accoglimento del giudice d’appello è, per sua natura, idonea alla formazione del giudicato cautelare e, quindi, a vincolare la successiva attività della pubblica amministrazione: ne deriverebbe, a scanso di violazione o di elusione del giudicato, l’impossibilità di reiterare l’esercizio del potere repressivo sulla base di elementi che, pur noti all’Amministrazione, non erano stati valorizzati nelle due precedenti occasioni.

Tale prospettazione non può essere condivisa.

E’ vero, infatti, che l’operato dell’Amministrazione era stato inficiato da evidenti errori, laddove le determinazioni relative all’attività commerciale del ricorrente derivavano, non dall’applicazione delle disposizioni regionali che definiscono i presupposti per l’esercizio delle sale da gioco, ma dall’esercizio del potere repressivo di pretesi vizi di conformità urbanistica.

Il protrarsi di una situazione palesemente antigiuridica comporta, però, l’intangibilità del potere/dovere di porvi rimedio, mentre non si può configurare alcuna violazione o elusione del giudicato cautelare in ragione della sola invarianza dei presupposti fattuali, poiché il nuovo provvedimento non contrasta con precisi obblighi ovvero con vincoli conformativi discendenti dall’ordinanza del giudice d’appello.

Nella riedizione del potere, pertanto, l’Amministrazione era libera di rideterminarsi sugli aspetti non compromessi dal giudicato cautelare, fra i quali deve ritenersi senz’altro compresa la verifica di conformità alle prescrizioni dettate dal legislatore regionale per questo tipo di attività.

Parimenti non condivisibile è la tesi che, rifacendosi alla teoria del cosiddetto “one shot temperato” o della “doppia chance”, contesta la possibilità di reiterare per la seconda volta l’adozione del provvedimento lesivo.

Si fa riferimento alla teoria secondo cui l’amministrazione, dopo aver subito l’annullamento di un proprio atto, può rinnovarlo una sola volta e, quindi, deve riesaminare l’affare nella sua interezza, sollevando tutte le questioni che ritenga rilevanti, senza possibilità di adottare successivamente ulteriori decisioni sfavorevoli al privato, neppure in relazione a profili non ancora esaminati (cfr. Cons. Stato, sez. III, 14 febbraio 2017, n. 660; idem, sez. IV, 25 marzo 2014, n. 1457).

Ne deriva che, dopo l’annullamento del primo atto, l’Amministrazione avrebbe potuto rideterminarsi con un nuovo provvedimento, riesaminando l’affare nella sua interezza; a seguito della formazione del giudicato cautelare su tale secondo atto, si sarebbe invece formata una preclusione assoluta all’adozione di ulteriori decisioni comportanti la chiusura dell’esercizio del ricorrente.

La teoria cui fa riferimento l’interessato, pur astrattamente condivisibile, non può però trovare applicazione nel caso di cui si controverte.

Essa è stata elaborata, infatti, con riguardo alla categoria degli interessi legittimi pretensivi, per rimediare all’asimmetria tra il potere dell’amministrazione pubblica e gli strumenti di tutela in capo al privato che consentirebbe alla prima di vanificare, attraverso successive e potenzialmente illimitate rideterminazioni fondate sulla parcellizzazione del substrato argomentativo, qualsiasi aspettativa di tutela effettiva discendente dalla tutela demolitoria.

Si tratta, in altre parole, di una conveniente soluzione compromissoria che opera sul piano empirico, imponendo di esercitare il potere in modo esaustivo attraverso la compiuta esternazione delle ragioni del diniego opposto all’apprensione del bene della vita.

Ritiene il Collegio, però, che tale soluzione non possa operare nel diverso campo degli interessi oppositivi, ove l’innalzamento degli standard di tutela garantiti dal principio dello “one shot temperato” recede a fronte del principio di inesauribilità del potere amministrativo.

Ciò vale soprattutto quando si contesti, come nel presente caso, l’esercizio di un potere avente carattere vincolato, sostanzialmente inteso alla rimozione di una situazione antigiuridica, atteso che la doverosa e permanente cura dell’interesse pubblico presidiato esclude la configurabilità di un affidamento discendente dall’inadeguatezza della pregressa azione amministrativa.

A maggior ragione, la valenza sociale delle norme di contrasto alla ludopatia attualizza l’esigenza di efficacia dell’azione amministrativa, cui si connette intimamente l’inesauribilità del potere pubblico volto alla repressione delle attività esercitate in difformità dai requisiti richiesti dal legislatore.

Vanno disattese, per tali ragioni, le doglianze sollevate con il primo motivo di ricorso.

Con il secondo motivo, viene denunciata la violazione dell’art. 19, comma 3, della legge generale sul procedimento amministrativo n. 241/1990, secondo cui l’amministrazione, prima di vietare la prosecuzione di un’attività commerciale, deve invitare il privato a conformare l’attività medesima ai requisiti previsti dalla legge.

Ne consegue che il Comune di Sestri Levante, anziché disporre l’immediata chiusura dell’esercizio del ricorrente, avrebbe dovuto assegnargli un termine per trasferire l’attività in locali distanti almeno 300 metri dai luoghi sensibili indicati dalla legge regionale n. 17 del 2012.

La censura è inconferente.

Il citato art. 19, comma 3, disciplina, infatti, i provvedimenti di divieto di prosecuzione delle attività intraprese sulla base di segnalazione certificata di inizio attività (s.c.i.a.).

Nel caso in esame, non è stata presentata alcuna s.c.i.a. per l’esercizio dell’attività di raccolta scommesse, sicché non sussistono i presupposti per l’applicazione della disposizione invocata dal ricorrente.

Il ricorso, in conclusione, è infondato e, pertanto, deve essere respinto.

Ciò comporta l’infondatezza della domanda di risarcimento dei danni da provvedimento illegittimo.

In ragione della peculiarità delle questioni affrontate e dell’esito della fase cautelare, le spese di lite vanno compensate fra le parti in causa.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Liguria (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate”.

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