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“Il rapporto dell’Uif ha confermato che noi di Em@ney abbiamo fatto la scelta giusta quando, fin dall’inizio, abbiamo deciso di operare solo con la cosiddetta strong authentication. Perché oggi possiamo dire di non avere lasciato quelle zone d’ombra che l’Uif ha individuato in alcune aziende del settore”.
Così Germano Arnò, ceo di Em@ney, interpellato in merito al rapporto dell’Unità informazioni finanziarie di Bankitalia divulgato nei giorni scorsi e dal quale si evince che nel 2016 sono aumentate le infiltrazioni criminali nel mondo delle transazioni finanziarie.

“Noi non abbiamo fatto altro che anticipare, di nostra iniziativa, quello che la normativa europea sta introducendo solo adesso come procedura obbligatoria per tutte le aziende finanziarie europee: nelle transazioni di Em@ney non c’è mai stato denaro anonimo. Chiunque effettui una operazione con noi, sia on line che presso un punto di ricarica, deve essere identificato. Mentre la normativa consentiva operazioni anonime fino a 2.500 euro. È evidente che questo ha lasciato spazio a chi utilizzava i sistemi di pagamento per fini poco puliti”.

Secondo Arnò, quindi, il quadro delineato dal rapporto di Bankitalia aiuta a delineare il confine tra le aziende che garantiscono trasparenza e legalità e quell’area nebbiosa nella quale chi vuole può agire ai limiti e oltre i limiti della legalità. Con l‘entrata in vigore della IV direttiva sull’antiriciclaggio, non ci sarà più spazio per l’anonimato.

“Sinceramente, mi spiace che alcuni passaggi del rapporto Uif siano stati interpretati da qualche testata come una critica agli Imel, perché anzi le autorità italiane riconoscono agli Istituti di moneta elettronica un ruolo di sentinella, dato che le operazioni sospette sono state segnalate all’Uif in maniera significativa proprio dagli Imel e dagli istituti di pagamento. C’è da chiedersi, piuttosto, per quale motivo la stessa Uif, parlando sempre di IP e Imel, sostenga (pag. 61 del rapporto) che “non sono note le misure adottate da tali intermediari in materia di identificazione della clientela, né l’efficacia dei controlli dagli stessi posti in essere al fine di contrastare il riciclaggio e il finanziamento al terrorismo”.

Una Imel che, come noi, ha sede nell’Ue deve fornire tutte le informazioni sulle proprie procedure. Anche se il problema evidenziato dal rapporto Uif non riguarda noi che, ripeto, adottiamo le procedure di identificazione anche per i 10 euro di ricarica delle nostre carte fin da quando siamo nati, non capiamo per quale motivo altri intermediari debbano potere operare senza che le autorità italiane ne abbiano visibilità”.

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