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(Jamma) – Il modello italiano per la distribuzione di giochi d’azzardo, in linea di principio, è considerato un esempio evoluto di regolamentazione. Con l’introduzione dell’istituto della Concessione abbiamo fatto scuola in Europa sulla regolamentazione del gioco land based e per quello online.

Non è stato facile, troppo grande la sfida e qualche inconveniente ha fatto sviluppare delle anomalie nel settore del betting (rete parallela) e nel gioco online ad esempio, ma sia il legislatore, sia gli operatori, sono più che impegnati nel tentativo di regolamentare e normalizzare ciò che ancora non è perfettamente conforme alla legge.

Anomalie che potremmo considerare marginali confrontando il livello di sicurezza nella raccolta dei giochi raggiunto in Italia rispetto tanti altri paesi europei.

Resta, purtroppo, ancora quel tabù che mai siamo riusciti a superare, una cosa su cui, per paura o per pudore, si preferisce tacere ovvero il resoconto dettagliato della raccolta dei giochi.

Visto che Spagna, Francia, Portogallo e persino la Gran Bretagna, dove il gioco è una attività che svolgono i privati, pubblicano anche con frequenza trimestrale i dati dettagliati della raccolta viene spontaneo chiedersi perché l’Italia, l’esempio e il modello, non si sforza di essere più trasparente?

E quindi anche se il gioco in Italia sia veramente pubblico.

In questi ultimi mesi ogni associazione no-gioco, più o meno certificata, ha diffuso dati sulla patologia dei giochi, comunicato numeri importanti di persone dipendenti dal GAP e, con l’avallo di esperti spesso auto-referenziati, ha fornito i dati del danno che, secondo le loro stime, la società subisce a causa del gioco.

Possibile che in Italia non riusciamo a computare i vantaggi, sotto forma di imposte dirette e indirette, e occupazione che il settore dei giochi offre alla società?

In Europa si parla molto di Good Causes, dell’importanza dei finanziamenti per queste attività che derivano dai giochi e che sono a beneficio soprattutto di quella parte di società che vive con redditi spesso troppo bassi o per la cultura.

In Italia, non solo non vengono promosse Good Causes, si tende persino a considerarle superflue e, peggio ancora, come iniziative di cui vergognarsi o che le aziende di gioco usano per farsi perdonare dell’impatto sociale dei loro prodotti.

Si sente dire che le imposte sul gioco non bastano a curare i malati di gioco. Si omette sempre di dire con certezza ufficiale quanti sono i malati di gioco e quanto porta alla società l’industria dei giochi.

E allora una straordinaria occasione per elaborare e fornire questi dati è rappresenta dalla richiesta di alcune associazioni, tra queste la AND (Azzardo e Nuove Dipendenze) guidata dalla dottoressa Daniela Capitanucci, di conoscere la distribuzione dei giochi nel dettaglio e distinta per zone del territorio.

Purtroppo il Direttore per i giochi Roberto Fanelli è costretto a rispondere così:

«In riscontro alla richiesta assunta al protocollo il 1 agosto u.s., cui la S.V. Chiede alcuni dati relativi ai giochi per gli anni 2015 e 2016 si fa presente preliminarmente che l’agenzia non può inviare né “dichiarazioni” sui dati richiesti né, tantomeno, il “rendiconto” degli stessi, che è nella disponibilità della Corte dei Conti.
Inoltre, non si dispone dei dati relativi alla “quota trattenuta dai concessionari” per i singoli giochi, trattandosi di elementi che scaturiscono da scelte aziendali e da contratti di diritto privato non nella disponibilità dell’Agenzia. Gli aggi di pertinenza dei concessionari relativamente al gioco del Lotto, dei giochi numerici a totalizzatore e delle Lotterie istantanee, derivano dall’applicazione delle aliquote previste dalla legge alla raccolta dei giochi, pubblicata sul sito istituzionale dell’Agenzia.
Per quanto riguarda gli altri dati, si evidenzia che, data la numerosità di istanze, identiche tra loro, di accesso civico generalizzato, …omissis…, la scrivente Direzione procederà, così come indicato nelle linee guida pubblicate dall’ANAC, con criteri di ragionevolezza e sostenibilità del carico di lavoro, fermo restando il rispetto all’ordine cronologico».

Il testo della lettera inviata a Capitanucci è pubblicato su Facebook insieme ad un commento di Emmanuele M. Cangianelli, riconosciuto esperto e consulente nel settore dei giochi, che spiega:

«Dalla risposta di Fanelli si comprende che alcune richieste erano poste male, non conoscendo, immagino, i dati presenti nei sistemi di controllo pubblici e le norme che li regolano. Per il resto – aggiungo, onestamente, un mio “purtroppo” considerate le risorse pubbliche che vi sono investite – i sistemi di reporting differiscono tra gioco e gioco e non sono ancora immediatamente estraibili a livello comunale. In altri casi, p.e. nel Lotto e nelle Lotterie, la gestione automatizzata comporta di fatto che l’elaborazione dei dati derivi dal concessionario (che ha queste attività nelle funzioni trasferite in concessione), in altri le banche dati sono curate da SOGEI. Insomma, credo che bisognerà portare pazienza… perfino nelle perizie giudiziali servono diverse settimane… il sacro fuoco dei #nogiochipubblici arderà sotto la cenere!»

In conlusione, da italiano, mi chiedo: perché non riusciamo mai ad attuare i nostri migliori progetti, perché ci manca sempre un soldo per fare un euro!

m.b.

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