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(Jamma) “Non siamo di fronte a qualcosa di inedito. Il gioco, e in particolare il gioco con vincita e il gioco d’azzardo, sono una sorta di invariante culturale nella storia dell’umanità”. Massimo Morisi, professore di Analisi delle Politiche pubbliche per le patologie sociali, coordinatore dell’Unità di ricerca Nuove Patologie sociali, Facoltà Scienze Politiche dell’Università di Firenze, in una lunga intervista parla del gioco d’azzardo, tra business e fenomeno sociale.

“Già nell’antica Grecia se ne parlava e non si è mai smesso fino ai nostri giorni. Un grande studioso e antropologo francese Roger Caillois ha approfondito (Les Jeux et les hommes: le masque et le vertige, trd. It. Bombiani 1981) questa fenomenologia in tutte le sue componenti, evidenziandone molto bene la presenza strutturale tra le attività umane sia di carattere ludico che sociale. Stiamo dunque parlando di qualcosa di antico quanto il mondo ma che in tempi relativamente recenti, l’ultimo decennio per capirci, ha visto l’innesto delle tecnologie ad alto impatto sia per quanto riguarda il gioco on line, che il gioco delle slot machine, che hanno avuto un effetto molto forte nel “catturare” e ampliare il target della clientela. Ricordiamoci, però, che non stiamo parlando dell’unica fonte potenziale di patologie sociali, né dell’unica fonte potenziale di dipendenza, ve ne sono molte altre assai più gravi a cominciare dall’alcolismo, dalla dipendenza da sostanze, dai disturbi sessuali, tutte tipologie molto conosciute ma non altrettanto indagate e direi “allarmate”, come invece accade per il gioco d’azzardo, particolarmente oggetto di attenzione da parte dei media, degli osservatori e di tutte le associazioni del terzo settore che vogliono cercare di limitarne i danni. Mentre abbiamo centinaia di morti l’anno per eroina di cui non si occupa più nessuno. Il gioco è insomma un tema ormai entrato nell’agenda giornaliera dell’allarme sociale, con giornalisti, anche di vaglia, che vi spendono la propria credibilità pur in mancanza di dati attendibili”.

Si può dunque parlare di fenomeno sociale. “Certamente sì. Ma senza dimenticare che vi sono molte altre e non meno gravi fenomenologie che meriterebbero un’attenzione almeno pari a quella che i media dedicano al gioco nel formare l’opinione pubblica” spiega Morisi “Per intenderci stiamo vivendo in un paese in cui ogni comune e ogni amministrazione regionale fissano delle norme per stabilire le distanze di sicurezza dai luoghi ritenuti ”sensibili” che vanno rispettate per svolgere un’attività imprenditoriale connessa all’offerta di gaming, mentre ignoriamo totalmente le regole sulla vendita di alcool anche ai minorenni. L’esempio di Firenze, che è la città dove vivo, è paradigmatico: in decine di market si “spaccia”, perché di questo si tratta, alcool in quantità industriale ogni notte. I fenomeni di coma etilico sono all’ordine del giorno e affollano il pronto soccorso del centro città. Dico questo perché ritengo che occorre occuparsi delle dipendenze e delle patologie che ne derivano con una strategia coerente e sistemica, non a intermittenza settoriale e magari seguendo le mode o i cicli congiunturali dell’impatto mediatico.

I risvolti socio–economici e della sicurezza pubblica

“L’offerta di gioco e in particolare del gioco con vincite in denaro ha delle modalità estremamente differenti in rapporto alla dimensione e all’organizzazione degli esercizi che offrono gioco, e alla realtà dei contesti e dei territori. La tabaccheria del quartiere periferico o di qualche anfratto del centro storico che ha un retrobottega con tre, quattro, cinque slot machine senza illuminazione, senza controllo orario, senza informazioni né assistenza di qualche genere diventa di per sé un luogo altamente pericoloso, magari mal frequentato, dove si muove gente da cui è meglio guardarsi. Sono per altro luoghi che polarizzano anche un certo indotto, che può essere fatto di offerte di prestiti a usura, di attività di prostituzione esercitate per finanziare il gioco stesso, tutte criticità rispetto a cui bisogna alzare la soglia dell’attenzione. Si tratta di aspetti connessi a quella che è ormai una grande diffusione dell’offerta, determinata dalla decisione maturata da parte dello Stato, di fare emergere tutta l’offerta di gioco sommersa in cambio di una sua pervasiva presenza. La conseguenza è stata la comparsa di decine di migliaia di apparecchi che si sono distribuiti su tutto il territorio, in molteplici ambiti: tabaccherie, bar, circoli ricreativi, centri commerciali. Con una specifica responsabilità dello stato centrale che, ricordiamocelo, è l’unico titolare dell’offerta di gioco, in quanto i privati possono offrire questa tipologia di servizi solo in concessione.

Diverse inchieste giornalistiche hanno puntato il dito su questo enorme incremento dell’offerta, che sulla spinta della legalizzazione ha finito col far impennare anche la domanda. Rimane la contraddizione di uno stato centrale che da un lato trae vantaggio dai proventi del gioco e dall’altra è costretto a intervenire e a destinare risorse per contrastare un’escalation legata alla dipendenza da macchinette e videolottery che, almeno a giudicare dai numeri ufficiali, sta diventando preoccupante”.

I ‘numeri’ del gioco

“I numeri che girano su questo fenomeno sono molto discutibili, nel senso che oggi sappiamo con esattezza quanti sono gli apparecchi, sappiamo la quantità di denaro giocata, mi riferisco alle slot machine in particolare. Abbiamo un fatturato che, come si può facilmente verificare da fonti ufficiali dell’Agenzia delle Entrate, si aggira sui 92,93 miliardi, con un ritorno di vincite attestabile intorno ai 70 miliardi, con un prelievo fiscale importante misurabile in circa 10 miliardi o poco più. Numeri imponenti senz’altro, costituiti da dati “duri” che conosciamo bene e che a macchia di leopardo da Nord a Sud, si mescolano con la presenza di un’offerta illegale, abusiva, che fa parte di quel contorno “opaco” che continua a sopravvivere”. Ma come sottolinea il professor Morisi c’è un problema “Nasce nel momento in cui si tentano di formulare deduzioni impressionistiche basate su stime, non più su numeri certi, ossia fondati a loro volta su rilevazioni empiriche. Faccio un esempio per essere chiaro: sappiamo che nel Lazio o a Roma la quantità di denaro giocata è pari a x, parto da questa quantità e verifico il numero aggiornato della popolazione residente. Facendo un semplice rapporto traggo la conclusione che ogni abitante del Lazio o di Roma spende una cifra y per giocare. Di fatto non è così, perché come ha rilevato l’Unità di ricerca sulle nuove patologie sociali dell’Università di Firenze, soprattutto le slot machine e la frequentazione delle sale Bingo, che meriterebbero un discorso a parte perché interessano un pubblico totalmente diverso, sono popolate da una platea ricorrente di giocatori. I frequentatori sono, in buona sostanza, clienti abituali, almeno per quanto riguarda quel pubblico che, per frequenza di giuoco, si espone maggiormente ai rischi di una dipendenza patologica se già non vi sia caduto dentro. E’ una banalità: ma sarebbe un atto di onestà giornalistica, oltre che intellettuale, se opinion maker autorevoli o testate prestigiose si degnassero di assumere una simile prudenza analitica. Il che non vuol dire sottostimare la rilevanza e la gravità del fenomeno ma collocarlo nei dovuti confini analitici: proprio per trattarlo efficacemente sul piano dell’informazione e della sensibilizzazione e non in modo allusivamente impressionistico. Capisco bene che i giornali hanno sempre meno lettori ma non è “gridando” allarmi sociali senza alcuna ricerca di approfondimento che se ne conquistano di nuovi: …piuttosto si crea assuefazione e dunque disattenzione, perché l’eccesso di allarme induce atteggiamenti fatalistici o, per overloading di allarmi, orientati all’indifferenza più o meno rassegnata.

Con questa consapevolezza stiamo perseguendo varie piste di ricerca sul campo. Ad esempio, con la suddetta Unità di ricerca dell’Ateneo fiorentino, stiamo lavorando con un importante plesso scolastico di Pistoia, fatto di adolescenti particolarmente esposti a questa tipologia di rischio. Ebbene, i ragazzi dediti al gioco sono un insieme ben delimitato e individuato. Gli stessi gestori dei bar che offrono gioco d’azzardo conoscono molto bene i loro clienti. Ed è arbitrario definire il rapporto secco tra le somme complessive che vengono spese per giocare e il numero degli abitanti o delle famiglie residenti in un territorio per arrivare alla conclusione semplicistica che in un dato comune o in una data regione tutti impiegano per il gioco una cifra x. In realtà quello che manca sono le ricerche sul campo che ci facciano comprendere il profilo più in dettaglio dei giocatori nelle diverse fasi di esposizione al rischio. Ritengo che sia un buon segnale il fatto che alcune associazioni, cui fanno capo molti gestori, cominciano a chiedere alla nostra Unità di ricerca di studiare profilo e identità dei frequentatori delle sale. E’ quanto ad esempio ci ha chiesto Ascob per le sale bingo in essa associate. Così, i nostri ricercatori hanno cominciato a mescolarsi con gli utenti abituali delle sale bingo e slot, cercando con metodo e pazienza di formularne una mappatura etnografica al fine di focalizzare il pubblico di cui stiamo parlando. La finalità di questa azione, che richiede tempo e applicazione, non è certo quella di sminuire l’allarme sociale che sicuramente è motivato ma piuttosto di formulare una strategia correttiva, di contenimento, di mitigazione del danno, e soprattutto preventiva. Una strategia che già dentro e attorno le sale da gioco possa promuovere misure orientate a tutelare i clienti mediante azioni di informazione e assistenza operosa e dunque tecnicamente formata.

Nessuno ha interesse, tanto meno i gestori – da quel che abbiamo constatato empiricamente -, ad avere come frequentatori giocatori patologici o clienti che sviluppino forme di dipendenza da gioco. Per evitare questo rischio bisogna alzare il livello di consapevolezza e di responsabilità in chi sceglie questa modalità di strumenti per distrarsi e per occupare una quota del proprio tempo libero facendo leva, allo scopo, sulla responsabilità sociale di chi fa impresa e profitti su tale scelta”.

L’identikit del giocatore

Chi è il giocatore ‘tipo’ per il professor Morisi? “La popolazione interessata è indubbiamente ampia” spiega Morisi nell’intervista. “Abbiamo informazioni dettagliate sulle patologie, i profili e i comportamenti che riguardano altre dipendenze. Sulla realtà del gioco dominano invece stereotipi e slogan. Si dice per esempio che chi frequenta le sale slot è fondamentalmente uno “sfigato”, un emarginato: chi parla così non ha mai visitato un ambiente di gioco. E’ un mondo in cui la disperazione sociale e la fragilità psicologica sono ben leggibili ma è anche ben censibile una porzione significativa di clientela che appartiene a ceti piccolo e medio borghesi, in qualche caso anche alto-borghesi, che passa del tempo alle “macchinette”. Vi sono professionisti che parcheggiano la Porsche davanti alle sale Bingo e decidono di impegnare somme significative in una slot. Dovremmo smetterla di ricondurre tutto alla crisi, all’impoverimento, all’imbarbarimento delle periferie, alla disoccupazione dilagante. L’equazione basata su questi elementi è frutto di un ragionamento meccanicistico, superficiale e fuorviante. Non intendo negare la gravità dei fenomeni elencati ma semplicemente far notare che dobbiamo misurarci con un fenomeno che, come abbiamo visto, presenta molteplici sfaccettature e declinazioni, e che non può essere liquidato con analisi affrettate, superficiali e semplicistiche, né esaurirsi in tragedie esemplari tanto per ottenere qualche titolo in più sui giornali e sugli altri media vecchi e nuovi”.

Le posizioni proibizioniste

“Esiste una corrente di pensiero che dice: quello che sta succedendo non è tollerabile, perciò impediamo ogni attività connessa al gioco, ostacoliamo, penalizziamo, puniamo chi opera nel settore. Posizione sbagliata e non lo dico per ragioni ideologiche ma sulla base di quello che vedo con i miei collaboratori, che operano in diverse discipline, dalla sociologia, alla psicologia, alla medicina, al diritto” sottolinea Morisi a proposito delle posizioni proibizioniste. “Tutte le volte, e la storia ce lo insegna, che abbiamo adottato strategie proibizioniste, queste si sono rilevate sempre controproducenti, quindi attenzione perché rischieremmo con provvedimenti di stampo proibizionista, di ritornare ad alimentare un immensa economia sommersa. Per altro una normativa che mirasse a proibire qualsiasi offerta di gioco d’azzardo cozzerebbe fatalmente contro norme costituzionali sulla libertà d’intrapresa, che può essere limitata, regolata, vincolata in nome del diritto alla salute ma non conculcata …a prescindere. Se così non fosse non si piegherebbe una giurisprudenza amministrativa e costituzionale che da anni cerca proprio di contemperare diritto alla salute e diritto d’impresa, per altro in assenza di un quadro normativo generale forte e chiaro, e in presenza di normazioni regionali e locali che inseguono, invece, la mediatizzazione dell’allarme sociale. Mentre la stessa declinazione operativa della qualificazione del “disturbo” ludopatico tra le patologie destinatarie di livelli essenziali di assistenza che il Ministero della Sanità ha legittimato, langue in attesa di protocolli di prevenzione e di terapia adeguati”.

La riduzione dell’offerta

“In assoluto c’è molta offerta sul mercato, una riduzione sarebbe perciò auspicabile, a patto che alla riduzione vada ad accompagnarsi – con incentivi e disincentivi adeguati – una riqualificazione della stessa offerta. La limitazione senza nessun intervento stimolerebbe i gestori “minori” e più legati per la propria sopravvivenza commerciale alla sfera delle slot e giochi affini, a colludere con operatori clandestini o ad assumere o condividere modalità informali di offerta” spiega il professore dell’Università di Firenze. La proposta quindi potrebbe essere il coinvolgimento “in un serio progetto formativo i grandi gestori, cercando di fare leva sugli imprenditori maggiori e di maggiore visibilità così come sulle associazioni più strutturate di imprese: con cui è più facile negoziare, trattare, definire condizioni quantitative e qualitative di erogazione del “servizio”. Fare la stessa cosa con decine di migliaia di piccoli esercenti non appare agevole, anche se non è certo impossibile immaginare anche con gli operatori più “piccoli” e frammentati un lavoro di concertazione territoriale in cui impegnare le istituzioni ai diversi livelli, i servizi e gli operatori socio sanitari, le università del territorio con mansioni formative tanto verso i gestori e il loro personale, quanto verso il sistema scolastico superiore”. Su quello che si potrebbe fare Morisi ha le idee chiare “trovandoci di fronte a una situazione così complessa non è possibile formulare e gestire 20 “ricette” quante sono le regioni, o ancora peggio 7958 proposte per disciplinare il gioco con vincita in denaro da parte dei comuni italiani. Occorre certezza di regole, l’eccessiva stratificazione e articolazione normativa significa abolizione della certezza del diritto: per utenti e gestori. La definizione normativa deve essere attuata a livello centrale, obiettivo che purtroppo non siamo riusciti a darci. La Regione Toscana, faccio un esempio che sto seguendo direttamente, ha emanato all’inizio di quest’anno una norma innovativa, che farà discutere perché su alcuni punti possono emergere contraddizioni, ma che potrebbe aprire un percorso interessante. Ma è appunto il “caso” toscano”.

Orari e distanziometro

Su orari e distanziometro qual è la posizione di Morisi? “Mi sembrano grida manzoniane, perché è dimostrato che chi vuole cercherà altrove la fonte del gioco se non la trova vicino. Per altro il catalogo dei luoghi sensibili in una città è virtualmente infinito. Una scuola, un oratorio, un bar frequentato da giovani o da anziani con nipoti al seguito, una farmacia, un campo di calcio, …casa mia: sono tutte aree sensibili. Siamo di fronte a un atteggiamento ipocritamente proibizionista, di chi vuole rassicurare una qualche comunità locale sulle propria capacità di controllo e proibizione ma non può riuscirvi. Sarebbe bene, come ricordavo prima, che in uno stato di diritto, contemperare il diritto alla salute e la libertà di intraprendere. Le misure ambigue, come quella del distanziometro o degli orari che poi vengono spesso disattesi non fanno chiarezza, e rischiano di creare una sorta di micro o marco turismo, a seconda della grandezza delle città di cui parliamo, che vede utenti variamente a rischio in cerca della sala adatta a soddisfare la fonte del loro “bisogno” o della loro sfida alla sorte una tantum o variamente abituale.

La pubblicità

“Credo che i messaggi pubblicitari debbano essere vagliati, riconsiderati e disciplinati dall’autorità competenti. In molti casi – specie on line e via televisione e radio – sono un’autentica vergogna Bisogna privarli di qualsiasi intento manipolatorio, che invece appare evidente in tutti gli spot. C’è da fare un lavoro di bonifica a tutti i livelli, perché molto spesso anche i grandi gruppi ricorrono alla pubblicità ingannevole. Il mondo della pubblicità è nelle mani di grandi agenzie con fatturati importanti, non hanno l’interesse e sovente neanche la cultura necessaria al ripensamento dei linguaggi e dei contenuti. Bisogna cercare di dire all’utente che quello di cui parliamo è un gioco, una forma di intrattenimento, che va considerata e trattata come tale, evitando la diabolica promessa: “basta un clic e diventi ricco”. Ancora peggio sono a mio giudizio i messaggi di tipo cautelativo, sul gioco responsabile, magari ripetuti, come una rapida, meccanica e spesso incomprensibile litania, alla fine di ogni spot. “Il gioco può creare dipendenza” è la formuletta di rito, un po’ come dire: “Bevi meno, bevi meglio”. Ma intanto, bevi! Se dovessi intervenire come un demiurgo regolatorio, proprio dalla pubblicità comincerei, in tutte le sue forme. Altrimenti, se nessuno la regola e la disciplina nei suoi stessi presupposti culturali e comunicativi, è illusorio che si possa progredire sulla via di una maturazione responsabile, che è il primo tassello per affrontare e prevenire o almeno mitigare le gravi patologie sociali di cui la contemporaneità continua e continuerà ad essere affetta e ad alimentare. Tra le quali, sottolineo tra le quali, anche il gioco d’azzardo”.

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