“I recenti interventi normativi previsti dal Governo Conte II in materia di contrasto all’evasione fiscale, attraverso misure per favorire i pagamenti elettronici, quali ad esempio la cosiddetta lotteria degli scontrini o il cashback (servizio mediante il quale viene restituita, a colui che ha pagato utilizzando lo strumento di pagamento elettronico, una percentuale dell’intera somma trasferita), a giudizio dell’interrogante, se, da un lato, hanno determinato risultati modesti in termini di risultati (con oneri finanziari peraltro spropositati rispetto alla risposta che ci si attendeva), dall’altro, evidenziano l’assenza di misure di contrapposizione ad un grave fenomeno diffuso nel Paese da parte d’imprese (la maggior parte gestite da soggetti di etnia cinese) “apri e chiudi”, create con l’unico scopo di figurare un apparente giro d’affari (ma in realtà inesistente), che consente, attraverso l’emissione di false fatture a favore di altre aziende gestite da connazionali, di evadere il fisco italiano”. E’ quanto scrive il senatore di Fratelli d’Italia, Andrea De Bertoldi (nella foto) in un’interrogazione a risposta scritta rivolta ai Ministri dell’economia e delle finanze e del lavoro e delle politiche sociali.

“Al riguardo, l’interrogante evidenzia altresì che i numerosi interventi effettuati dalla Guardia di finanza attraverso l’attività ispettiva svolta su tutto il territorio nazionale (che hanno individuato una molteplicità di reati fiscali relativi a frodi milionarie di IVA) confermano la necessità e l’urgenza di introdurre misure volte a prevedere il divieto di rimesse all’estero, per non residenti che non fossero in regola sul piano fiscale e contributivo, considerato che questo meccanismo di frode milionario consente ad oltre circa il 60 per cento delle imprese cinesi “apri e chiudi” di dichiarare un reddito d’impresa pari a zero, ma che tuttavia ha consentito di trasferire in Oriente oltre mezzo miliardo di euro; l’interrogante rileva ancora come, dalle indagini della Guardia di finanza, molte imprese cinesi, che svolgono attività ramificate nel settore tessile, della ristorazione e della vendita al dettaglio situate nel Veneto, hanno addirittura beneficiato di aiuti e agevolazioni messe a disposizione dallo Stato, come dimostrato dal numero di partite IVA, pari a circa 15.000 avviate negli ultimi anni, relativamente alle quali successivi accertamenti hanno accertato debiti fiscali per 900 milioni di euro (a fronte dei soli 33 milioni di euro riscossi dallo Stato, pari al 3,7 per cento); parimenti, su 260 milioni di euro di contributi dovuti all’INPS, soltanto 9 milioni di euro (3,5 per cento) sono rientrati nelle casse dell’erario, per un’infedeltà fiscale che si assesta al 95 per cento; in relazione a tali osservazioni, che descrivono un quadro complesso e al contempo difficile e inquietante, nell’arginare questo fenomeno illecito del sommerso determinato nel costante turnover delle imprese cinesi “apri e chiudi”, risulta conseguentemente indifferibile, a giudizio dell’interrogante, introdurre nei prossimi provvedimenti normativi, oltre ad interventi fiscali più rigorosi, anche misure similari al documento unico di regolarità contributiva (DURC) (già introdotto nell’ordinamento normativo nazionale) per le rimesse all’estero, finalizzato alla repressione del lavoro nero e delle irregolarità assicurative e contributive, si chiede di sapere: quali valutazioni i Ministri in indirizzo intendano esprimere, nell’ambito delle proprie competenze, con riferimento a quanto esposto; se condividano le criticità richiamate, riferite al fenomeno delle imprese cinesi “apri e chiudi”, che stanno determinando gravissime conseguenze in termini di frode fiscale, con evidenti ripercussioni sul bilancio dello Stato e sui conti pubblici nazionali”.