Punti vendita chiusi «a tempo indeterminato» e tasse aumentate. E la paradossale situazione nella quale si è trovato il settore del gioco legale in Italia dopo la pubblicazione del decreto Rilancio in Gazzetta ufficiale e del cronoprogramma delle riaperture previsto dall’ultimo Dpcm di Conte. Una «stretta» che rischia di mettere in ginocchio un settore che in Italia, attraverso uffici amministrativi e una rete sul territorio di oltre 10mila punti scommesse, dà lavoro a circa 125mila persone. Il Tempo (intervista di Carlantonio Solimene) ne ha parlato con Andrea Faelli, ad di Eurobet, “braccio” italiano della multinazionale Gvc che, nella penisola, gestisce circa 900 ricevitorie.

Faella, come giudica l’operato del governo in questa emergenza?
«In generale ho notato il contrapporsi tra buone intenzioni e una rete burocratica che, purtroppo, le ha vanificate. La mia azienda, per dire, è stata costretta a mettere parte del personale in cassa integrazione e ad anticiparne il pagamento, perché dallo Stato i fondi arriveranno come minimo in gran ritardo».

E dal punto di vista del gioco legale?
«Non è stato facile spiegare ai nostri referenti internazionali come mai un governo che aveva promesso di non alzare di un centesimo le tasse non solo non ci permette di riaprire – caso unico, perché tornano al lavoro persino i tatuatori – ma ha addirittura deciso di aumentare il prelievo dello 0,5%».

Si tratta di istituire il fondo salva Sport. Conviene anche a voi…
«Col piccolo particolare che per salvare i 100 mila addetti del mondo dello sport, si mettono a rischio i 100 mila lavoratori del settore gioco legale. Si sposta il problema, invece di risolverlo».

Una multinazionale non può permettersi un rincaro dello 0.5%?
«L’errore sta proprio nel ragionamento “tanto è una multinazionale, i soldi ce li ha”. Perché il grosso dell’impiego nel mondo del gioco sta negli oltre 10mila punti vendita gestiti in franchising da famiglie o piccoli imprenditori che dai primi di marzo sono chiusi e non sanno se e quando riapriranno. A quanto ci risulta, i titolari di un 10% dei circa 900 punti scommesse che gestiamo ha già deciso di mollare. E anche sul “piccolo rincaro” di tasse c’è da obiettare. Perché è calcolato sulla raccolta, non sul profitto. Abbiamo stimato che per noi rappresenterà un aumento del 17/18% su quanto versiamo oggi al Fisco. Ed è qui che si crea un altro paradosso».

Quale?
«Lo Stato aumenta le tasse sulla nostra attività ma al momento non ci permette di svolgerla. Un atteggiamento incoerente. Perché noi, alla fine, facciamo un lavoro per conto dello Stato, pagando concessioni a prezzi importanti e versando cifre altrettanto considerevoli al Fisco. Se non ci permette di lavorare, l’amministrazione pubblica si dà la zappa sui piedi. Senza considerare che, se si impedisce ai circa 18 milioni di italiani che in un anno giocano almeno una volta di rivolgersi alle strutture legali, una buona parte di essi giocherà comunque, ma lo farà nell’illegalità».

Questo è un problema che esisteva anche in tempi normali.
«Si, ma l’Italia fin dagli anni ’90, attraverso una politica volta a far emergere il fenomeno, a farlo diventare legale e quindi a controllarlo, aveva inferto un colpo importante al malaffare. Ma questo lo aveva potuto fare grazie a un principio di competitività. Se quando riapriremo la tassazione resterà così elevata come previsto nel dl Rilancio noi non riusciremo a offrire quote allettanti rispetto a quelle dei picchetti illegali. Il risultato sarà scontato…».

Nelle sale scommesse non è facile garantire le norme sanitarie.
«Da parte nostra ci siamo già organizzati per adattarci ai protocolli. Avevamo acquistato sanificanti, mascherine per almeno due mesi, plexiglass per dividere clienti e operatori, oltre ad aver previsto strisce per indicare le giuste distanze. La nostra rete di rappresentanti commerciali avrebbe garantito un controllo de visu nelle varie agenzie per assicurarsi che tutto fosse a norma».

Magari, in un momento di crisi, il rischio che in tanti si «buttino» sul gioco e si crei un allarme ludopatia ha frenato il governo.
«Ma è proprio questo rischio che dovrebbe spingere a far riprendere il gioco legale. Noi siamo i primi a voler combattere la ludopatia. Un ludopata per noi è un cliente perso. Con la nostra chiusura il gioco ci sarà lo stesso, ma sarà in mano a gente senza scrupoli che non attuerà politiche di controllo. E poi mi chiedo che differenza ci sia tra scommettere sul Bayern o sul 5 sulla ruota di Roma… (Lotto ed Enalotto sono ripartiti il 4 maggio, ndr)».

Quanto tempo potete reggere al blocco forzato senza fare scelte drastiche sul personale?
«È chiaro che di fronte a una chiusura prolungata, magari fino a fine anno, potrebbe imporsi la necessità di operare dei tagli. Ma al momento non mi va neanche di parlarne, perché il punto è un altro. Il punto, come detto, sono le famiglie che gestiscono la rete sul territorio e, soprattutto, la percezione che avrà della situazione italiana il gruppo multinazionale a cui apparteniamo. Se in Italia manca la certezza delle regole, ai grandi player del settore converrà abbandonare il Paese e investire altrove».

Avete manifestato tutte queste perplessità al governo?
«Purtroppo c’è una parte della maggioranza che con noi non vuole sedersi neanche al tavolo. Infatti le nostre richieste di incontro sono rimaste lettera morta. E così dal decreto Dignità. Anche in quel caso si è manifestata la stessa miopia. Si sono vietati gli spot come se il mondo del gioco non esistesse. Invece esiste, come esistono ancora i ludopati. Ma si preferisce non vedere»