Un comparto allo stremo delle forze, imprese che non ce la fanno più a sostenere gli oneri e la sospensione totale delle attività. Lavoratori che vedono seriamene a rischio il proprio posto e che da mesi ormai sperano in un intervento serio e la realizzazione di promesse, il più delle volte solo sulla carta.

La situazione non è solo seria: è disperata. Intrattenimento, turismo e di conseguenza tutto il settore del gioco legale sta pagando più di altri le conseguenze della pandemia secondo una morale, antica ma quanto mai attuale, che vede in ciò che è effimero la causa di ogni male. Ho visto supermercati affollati così come megastore di elettronica, protocolli di sicurezza più o meno aggirati in uffici pubblici (quei pochi in cui il personale continua ad operare in presenza), assembramenti più o meno improvvisati in piazze, vie dello struscio e giardini pubblici. Ma sui giochi no, qui non si fanno deroghe. Perché accedere ad una slot è decisamente più rischioso che stare intorno allo scaffale dei surgelati, aprire sportelli e richiuderli mentre qualcuno, a 20 cm di distanza, compie le tue stesse operazioni.

Considerazioni, insieme a molte altre, che lasciano il tempo che trovano. Non siamo noi a decidere, e non spetta farlo nemmeno agli esperti di cui il governo si avvale come consulenti.

Ma rabbia e sconforto non giustificano speculazioni, specie le stesse vengono dallo stesso settore ai danni di chi non vede soluzione al problema.

In questi giorni le operatrici del settore, supportate da rappresentanti delle lavoratrici, stanno cercando di intercettare quanti più esponenti della politica per manifestare la loro preoccupazione. Loro, insieme a altri imprenditori, nella speranza che qualcuno dia loro un segnale positivo. Ma i fatti parlano chiaro.

Fino al 5 marzo, specie in questa situazione di caos politico, senza un governo, si resta chiusi.

Un altro mese di passione e di incertezze, e un mese è un tempo interminabile.

Chi decide sulla gestione della situazione nazionale in pandemia è la politica, intesa come esecutivo. Non sono i tecnici della Protezione Civile o gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità. Come pubblicato in queste pagine in anteprima nei giorni scorsi, il fatto che i DPCM prevedano la sospensione delle attività di gioco preclude perfino la possibilità che il Comitato Tecnico Scientifico, a cui spetta la valutazione dei protocolli di sicurezza per le riaperture, possa valutare la possibilità di riaprire.

Insomma, la logica è un po’ strana, diciamolo. Il suggerimento a riaprire può venire dalle Regioni (come nel caso degli impianti sciistici) o dal governo, il Comitato dà l’OK. E allora stiamo a posto, perché così, ovvero presentandoci come ‘quelli dei giochi’, difficilmente troveremo sostenitori. Tanto meno in coloro che davanti Montecitorio si potrebbero mostrare comprensivi e attenti, se non fosse che nei loro precedenti politici ci sono vere e proprie crociate contro il comparto.

Chi ha investito in questo settore è un imprenditore, secondo tutti crismi, senza etichette o specifiche caratteristiche. Imprenditori con la lettera maiuscola, legittimati e riconosciuti, indipendentemente dal loro legittimo diritto a manifestare. Così come lo sono tutti i lavoratori, che sono tali a prescindere dal comparto specifico. Ecco perché hanno ragione di indignarsi di fronte a questa indifferenza, di fronte all’allarme inascoltato delle organizzazioni sindacali, per il fatto che uno Stato e tanti esponenti della politica non li stiano considerando in quanto lavoratori.

Ma vi sembra possibile che non ci sia stata una sola reazione, un minimo cenno di interesse, a ben due avvisi delle rappresentanze sindacali rispetto alla crisi in cui versa il settore e il rischio che gli effetti della pandemia possano essere irreversibili?

In questi giorni si sta organizzando una mobilitazione prevista per il prossimo 18 febbraio con manifestazione a Roma e Milano. La sta promuovendo un gruppo di imprese, senza etichette o simboli vari, con l’appoggio di molti. E’ un modo per dire, e per dirci, che il comparto dei giochi non è morto e che nessuno è disposto ad accettare che lo si faccia morire. Serve il sostegno di tutti, e servirebbe anche il sostegno di quelli che nei giochi riconoscono parte della propria attività di impresa. Pensiamo ai bar che spesso grazie a slot e scommesse coprono buona parte dei costi di gestione o delle tabaccherie che tanto hanno fatto negli anni per poter accedere a tutte le forme di offerta.

Serve il sostegno e l’attenzione di tutti in un momento difficile e complicato, ma senza terrorismo, senza sventolare lo spauracchio, come qualcuno sta facendo in queste ore, di una presunta riapertura solo nel prossimo giugno, vantando informazioni provenienti da fonti ‘certe’.

Qui l’unica certezza è l’incertezza di un andamento della pandemia su cui, a distanza di un anno dall’inizio di questo incubo, risulta per tutti difficile fare previsioni.

Non ha senso manifestare per chiedere di poter riaprire tra una settimana, e nemmeno di farselo promettere, ne va della nostra dignità. Lasciamo stare.

Bisogna manifestare per impedire che da qui a poche settimane il governo (c’è da chiedersi quale sarà) finisca per derubricare quel comma che include sale giochi, scommesse e bingo, come quello le cui attività restano sospese. Senza appello.

Gli imprenditori e i lavoratori non vanno spaventati con la prospettiva di ulteriori mesi di chiusura, non vanno nemmeno illusi del fatto che si possa riaprire quando l’indice di contagio sarà sceso se prima non si stabilisce, nero su bianco, con quali condizioni le attività di gioco potranno farlo.

Lo stato attuale delle cose è già di per sé spaventoso, non servono incentivi alla rabbia e alla preoccupazione di tanti imprenditori e di tante famiglie. Serve una reale e seria presa di coscienza della situazione e dello scopo di una mobilitazione che deve servire a dimostrare la dignità di un settore non si misura a numeri, per fatturato o per gettito erariale, ma dal fatto che garantisce lavoro, dignità e sano spirito d’impresa. cm