Vogliamo sapere quanti sono i giocatori patologici. Ma soprattutto se la legge regionale ha avuto effetti sul fenomeno.

La Giunta della Regione Piemonte pensa ad una modifica alla legge sul gioco d’azzardo patologico e si scatena la bagarre.

Da quando si è insediata l’amministrazione Cirio ci si attende quella modifica alla legge regionale di cui gli allora candidati del centro-destra avevano ampiamente parlato.

La norma da correggere prevede infatti la chiusura di tutte le attività di gioco legale che non rispettano la distanza minima dai luoghi sensibili a prescindere dalla data di apertura. Questo ha significato l’espulsione totale dell’offerta di gioco legale ‘terrestre’, ormai da oltre un anno.

Un anno nel corso del quale ci saremmo aspettati un riscontro oggettivo sugli effetti di una norma che ha portato alla chiusura di migliaia di attività e alla perdita di posti di lavoro.

Per riscontri si intendono numeri, dati che non siamo semplicemente il volume delle giocate. E’ chiaro infatti che alla chiusura delle attività che offrono servizi di raccolta di gioco corrisponde un calo delle giocate (anche se andrebbe chiarito se, al contrario, c’è stato un aumento nelle province limitrofe).

In occasione della presentazione in Consiglio di una proposte emendativa a quella legge, si torna a parlare degli effetti ‘positivi’ di quella stessa legge.

Il Gruppo Abele e Libera Piemonte scrivono in una nota che “aumentare l’offerta sgretola un argine solido della legge 9/2016 che, non dimentichiamo, ha avuto il merito di contrastare il gioco d’azzardo patologico, il sovraindebitamento e il riciclaggio delle mafie nel settore”.

Numeri alla mano e una domanda chiara: qual è il dato che dimostra il contrasto al gioco d’azzardo patologico? Il calo del volume delle giocate non è un indicatore in questo senso. Lo sarebbe un calo del numero dei giocatori patologici. Che nessuno ovviamente fornisce.

L’ultima rilevazione sul fenomeno del gioco in Piemonte risale al 2019 da parte dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e al 2018 da parte di analisti ‘terzi’, non ricollegabili all’ADM. Questi ultimi parlano di riduzione dei volumi del gioco su rete fisica e delle relative perdite in concomitanza con l’attuazione delle politiche di regolazione dell’offerta del gioco d’azzardo. Ma anche in questo caso la comunicazione non è esatta. I volumi di gioco si sono ridotti, ma parlare di ‘riduzione’ delle perdite è inesatto. Per poterlo fare andrebbe verificata la spesa reale e da qui il margine ‘di somme perse’.

Sappiamo invece che dal febbraio 2019, oltre un anno fa, la Regione Piemonte ha commissionato al Cnr-Ifc uno studio che coinvolge 80 comuni e 30.000 piemontesi. Lo studio ha come obiettivo quello di offrire un’analisi dei possibili effetti innescati dalle misure di contenimento dell’offerta attuate, sia a livello regionale, attraverso il “distanziometro”, sia a livello comunale per quanto riguarda le limitazioni temporali al gioco adottate da numerosi comuni piemontesi.

Di questo studio, ad oggi, non sappiamo nulla. Fino ad allora, ai politici e agli esponenti del Terzo Settore, rivolgiamo un caloroso invito: guai a barare con i numeri.

In ballo ci sono aziende e persone, che malgrado le tante promesse nessuno ha pensato di “accompagnare e sostenere”. Diciamolo a loro se un sistema che privilegia il dato economico è peggiore di uno che invece antepone i rischi sociali. mc