(Jamma) – “La mancanza di dialogo non è più il problema della nostra categoria. Fino a ieri l’ho creduto pure io, che oramai qualche anno di travagliata militanza nelle file del comparto – e relativa giostra di sottosegretari – l’ho vissuto. Il problema è l’assenza di interlocutori credibili.

Il sottosegretario Baretta non può più rappresentare, a mio avviso, un interlocutore solido. Qualsiasi dichiarazione di Baretta è sempre e costantemente sconfessata dal Governo che a questo punto non capisco più se lo ha messo lì per evitare danni maggiori in altri ambiti o se semplicemente lo utilizza come opportuno “paracolpi”. Il dubbio viene”.

Così in una nota Francesco Gatti (Bakoo Spa).

“Sta di fatto che concretamente l’accordo con gli enti locali è una chimera. Una storiaccia che da oltre un anno riempie inutilmente le testate di settore e che ci ha fatto ben comprendere l’inconsistenza politica delle parti. In merito al “gioco patologico” è evidente come l’interesse economico dello Stato sia superiore a qualsiasi altra questione e che difficilmente realizzeranno la riduzione delle macchine da tempo paventata se non altro per il fatto che metterebbero a rischio parte dei fondamentali incassi derivanti dalle awp e vlt. A un’analisi più cinica è lampante come, da una parte ogni politico invochi moderazione e revisionismo complessivo del settore mentre dall’altra (a stagioni politiche alterne) si occupi di prelevare quanto più possibile dagli introiti della filiera.

Ecco che le parole del sottosegretario Baretta – prosegue Gatti – mi appaiono sempre meno incisive; parte di un quadro complessivo sempre più sfocato e accompagnato, malamente, da un ‘aurea di ipocrisia intollerabile. L’opportunità che è stata data a questo Paese di introitare denari attraverso una politica sul gioco moderna e razionale è stata via via scomposta e sminuzzata dalle associazioni no-slot sempre più interessate ai fondi del governo e sempre meno disponibili al dialogo col comparto (basti pensare alle ultime cretinate che mi è toccato leggere di specialisti che confondono la spesa con il ricavo delle slot per redigere un quadro assai mortificante dell’assenza di serietà con cui si affrontano le questioni del gioco); di politici sempre più interessati ad avere una verginea posizione da “spendere” al prossimo comizio elettorale anziché definire soluzioni e strade da percorrere insieme.

La leggerezza con cui gli anni duemila hanno consentito una moderna evoluzione del settore si scontra oggi con un macigno istituzionale e un’assenza di pensiero che mortifica. I gestori, imprenditori trafugati da un comparto evanescente come quello della fine degli anni 90, hanno saputo erigere aziende, organizzazioni, hanno saputo evolvere nella grandissima parte verso strutture operative complesse che oggi iniziano a vedere un cambio generazionale importante. Quei figli che hanno studiato e che oggi sono pronti per le aziende (con o senza “A” maiuscola a poco interessa) si ritrovano a fare i conti con l’involuzione. Involuzione acerba, inaspettata e figlia di una politica “non sense” che nemmeno il miglior Bergonzoni (senza scomodare Bertold Brecht) avrebbe stigmatizzato meglio dei nostri stessi politicanti.

Siamo nelle mani sbagliate. Che si pensi al comico di Genova, al rosso (sbiadito per la verità) della sinistra o alla signora verde di Milano, poco importa. Siamo solo numeri. Questa è la realtà. Rappresentiamo denaro da introitare. Non importa delle nostre aziende e in generale delle nostre vite, dedicate a un lavoro così strano e appassionante che non viviamo altro se non quello. Totalmente. Siamo stati presi, spremuti, ignorati, derisi, intrappolati in norme locali, regionali, comunali così confusionarie che a volte ci chiediamo se siamo davvero imprenditori o clown alla berlina del politicante di turno. Dal più piccolo paesino di provincia che vede nel gioco (e non nel malaffare che la politica, anche la locale, genera come un grande ed insaziabile volano) il male assoluto da sconfiggere al Governo centrale siamo sempre stati oggetto di grande imbarazzo.

Ma cari signori miei, cari politici, cari politicanti, cari sottosegretari vari: è qui la vostra debolezza. I nostri denari, siano trenta, quelli che meritate, sono e saranno sempre il vostro problema. Prendiamo coscienza dell’impossibilità per questi signori di andare avanti senza il nostro comparto. Prendiamo atto della consistenza attiva, questa volta si, delle nostre aziende e dell’importanza che, seppur strozzate e strozzinate hanno nella vita sociale del paese. Queste sono le conclusioni che derivano da questa ennesima “manovrina”. Poco importa se urlano. Che strillino pure, che ci indichino come il male da sconfiggere. Alla resa dei conti la Liguria ha fatto un passo indietro e così faranno le altre regioni. E così farà lo Stato centrale che non potrà comunque fare a meno di un introito così importante e determinante per le proprie casse. Non potrà consentire il fallimento economico di così tante aziende, la chiusura di molteplici attività legate al gioco, prime fra tutte tabacchi e bar. Siamo stati traditi da questa politica. Lo sono anche loro, i nostri esercenti. Traditi sempre, trasversalmente. Non esiste un colore: esiste una classe politica pavida che ogni volta ci tradisce per cercare denari o ci rinnega per cercare voti. Non arriveranno mai a una soluzione perché è più importante racimolare voti e spendersi nel populismo che razionalizzare. Il compromesso, così in “voga” nella vita reale, è l’ostacolo maggiore di chi non sa né vuol dialogare. Ci sentiamo, oggi più che mai, tremendamente e profondamente traditi. Avranno i loro trenta denari. Ma cito volentieri, infine, Aldo Busi: “il traditore è di proprietà del tradito. Vive per il tradito. Non ha la libertà del tradito che potrà si, piegarsi, ma che resterà, comunque e sempre libero. Il traditore no, resta per sempre legato alla propria pochezza” conclude Gatti.

Commenta su Facebook