“Il Disegno di legge di bilancio 2021 presta grande attenzione alle condizioni del sistema delle imprese, affrontando aspetti che vanno dalla necessità di sostegno per l’operatività nel breve periodo agli stimoli focalizzati su una transizione di carattere strutturale del sistema produttivo verso una maggiore competitività e propensione alla crescita. Nonostante il crollo del fatturato subito in primavera e l’avvio di una fase di elevatissima incertezza, le imprese italiane hanno mostrato una notevole resilienza, sostenuta anche dai massicci interventi di sostegno pubblico. La ripresa dei livelli di attività a partire da maggio e la relativa tenuta del mercato del lavoro testimoniano una elevata capacità di adattamento, che nei segmenti di imprese già più dinamici nella fase precedente la crisi sanitaria ha assunto i tratti di rilevanti cambiamenti organizzativi, produttivi, tecnologici e di mercato”.

E’ quanto si legge nella memoria rilasciata dall’Istat nell’ambito delle audizioni sulla legge di bilancio 2021.

“In occasione del suo ultimo Rapporto annuale (luglio 2020), l’Istat ha presentato una stima della platea di società di capitali che, a fine aprile 2020, risultavano liquide, illiquide, o con livelli di liquidità che, a meno di una vigorosa ripresa dell’attività nei mesi successivi, garantivano alle imprese una disponibilità di risorse insufficiente a coprire il fabbisogno di liquidità fino alla fine dell’anno. In particolare, si stimava che al termine del lockdown di marzo-aprile, ovvero all’inizio della fase di graduale riapertura delle attività, risultasse illiquido o in condizioni di liquidità precarie oltre un terzo delle società di capitale attive in Italia: circa 290mila unità, nelle quali erano impiegati oltre 2,5 milioni di addetti. La disponibilità di dati più aggiornati, in particolare della struttura dei bilanci delle società di capitali al 2019 e delle indagini congiunturali Istat sull’andamento delle vendite, consente di evidenziare quale pressione lo shock da Covid-19 avrebbe causato sui margini delle imprese in assenza delle misure compensative sulle condizioni di liquidità introdotte da aprile a oggi. In particolare, è possibile ottenere una mappatura delle tipologie di rischio delle società di capitale, individuando i seguenti gruppi: Imprese solide: unità che, malgrado la crisi, riescono a mantenere margini sufficienti al soddisfacimento delle funzionalità aziendali minime (capacità di coprire costi intermedi, costi del personale, costi operativi interni, oneri di finanziamento, debiti); Imprese in stallo: unità che presentano difficoltà nella copertura dei costi legati alla gestione aziendale, in primis di investimento, e che sono dunque indotte a limitare le attività di medio-lungo periodo; Imprese in difficoltà finanziaria: unità con difficoltà connesse alla restituzione delle quote in conto capitale e degli interessi a servizio dei capitali in prestito; Imprese in crisi potenziale: unità con serie difficoltà relative alla copertura dei costi variabili, in particolare quelli del personale; Imprese in crisi: unità che si trovano nell’impossibilità di soddisfare i costi legati alle forniture. Ciascuna di queste tipologie di rischio richiede strumenti di sostegno adeguati, quali programmi di stimolo agli investimenti o ristoro per deterioramento dei crediti nel caso delle società in stallo, strumenti a sostegno del credito per le imprese in difficoltà finanziaria, interventi a sostegno della liquidità a breve per quelle in crisi effettiva e potenziale.
La simulazione è basata su una valutazione della dinamica del cash flow, calcolato come differenza tra ricavi e costi. I risultati della simulazione indicano che, in assenza di provvedimenti per contrastare la crisi di liquidità, data la struttura economica delle imprese e l’andamento delle vendite osservate nei primi nove mesi del 2020, la metà delle società di capitale considerate (circa 303mila, con 4,5 milioni di addetti e 1.500 miliardi di fatturato) sarebbero risultate relativamente “solide”, con uno stock di disponibilità liquide in grado di coprire le esigenze di fabbisogno per circa 3 mesi (e un 2,4% di unità a elevato rischio di illiquidità ). All’opposto, una situazione di crisi significativa e immediata avrebbe coinvolto il 18,8% di imprese (quasi 112mila unità, con circa 1 milione di addetti e 230,5 miliardi di fatturato); la metà di queste avrebbe fronteggiato condizioni di gravi necessità economiche, con la necessità di trovare immediati sostegni finanziari e/o smobilizzare parte degli attivi aziendali. Le condizioni di queste ultime classi di rischio, peraltro, sarebbero risultate aggravate da una incidenza significativa di unità illiquide. Circa 100mila imprese (con oltre 1,2 milioni di addetti) si sarebbero trovate in una situazione di “stallo”, nella quale tendono a interrompersi sentieri di crescita programmata. Le restanti unità (oltre 81mila, con circa 700mila addetti), infine, avrebbero presentato difficoltà nella capacità di restituire debiti e interessi, nonostante una larga prevalenza di imprese liquide.

In assenza di misure di sostegno all’attività e alla liquidità, la crisi avrebbe dunque colpito la capacità reddituale di una porzione molto ampia del sistema produttivo. Gli effetti, tuttavia, sarebbero risultati diversi tra fasce dimensionali: alla fine del terzo trimestre sarebbe risultato in crisi effettiva o potenziale il 20% delle società di capitali con meno di 10 addetti (oltre un quarto nei settori dei servizi alla persona) e il 13% di quelle di piccola e media dimensione (10-249 addetti), soprattutto nel terziario. Anche sul piano settoriale l’intensità sarebbe stata diversa. Nell’industria la quota di unità in crisi effettiva o potenziale avrebbe superato il 30% nei comparti del Tessile e nelle Costruzioni di edifici, e avrebbe raggiunto una larga maggioranza in quelli dei prodotti della raffinazione. Nell’ambito dei servizi di mercato, dove questa quota sarebbe risultata generalmente analoga a quella dell’industria (in media circa il 13%), il segmento in crisi o potenzialmente in crisi avrebbe interessato oltre il 40% delle società di capitali dei settori delle Agenzie di viaggio, del Trasporto aereo e marittimo, delle Poste e corrieri, della Consulenza aziendale. È tuttavia nei comparti dei Servizi alla persona che sarebbero emerse vulnerabilità nella struttura economico-finanziaria delle imprese: nel complesso le unità in crisi effettiva o potenziale sarebbero state oltre un quarto, superando il 70% nei settori delle Attività creative e delle Lotterie e il 50% in quelli dell’Assistenza sociale non residenziale e nelle Attività culturali.

Se questo può essere considerato lo scenario “tendenziale” degli effetti della crisi sulla liquidità delle imprese nel 2020, il quadro che si è effettivamente definito nei mesi successivi all’esplosione della pandemia incorpora da un lato le reazioni delle imprese in termini di utilizzo delle fonti di finanziamento e dall’altro gli effetti dei robusti provvedimenti di sostegno messi in campo dal governo. Queste simulazioni, tuttavia, segnalano con forza come interventi di sostegno alla liquidità delle imprese siano necessari alla luce del nuovo calo dei livelli di attività connessi alla seconda ondata dell’epidemia”.

In merito all’impatto della crisi sul mercato del lavoro nel secondo trimestre del 2020 “il settore delle attività artistiche, sportive e di intrattenimento o divertimento risulta particolarmente colpito dall’emergenza sanitaria, registrando, al netto della stagionalità, una riduzione significativa delle posizioni lavorative dipendenti (-17,6%) e un marcato calo del monte-ore lavorate (-56,8%), anche per effetto della riduzione delle ore per dipendente (-41,4%)“.