Quella delle distanze minime dei luoghi dell’azzardo da quelli ritenuti sensibili, o addirittura tra due esercizi commerciali dello stesso tipo, è una questione di cui ci si sta occupando non solo in Italia.

Certo è che nel nostro Paese, prima che in altri, il distanziometro ha caratterizzato lo slancio ‘regolatorio’ di Comuni e Regioni, fino ad arrivare alla famosa Intesa della Conferenza Stato-Regioni.

Sull’argomento si è scritto e detto molto, come è d’abitudine nel Belpaese, con il risultato che le ordinanze sono lì, a limitare l’offerta di gioco pubblico e peggio ancora a imporre la chiusura di attività legalmente autorizzate.

A poco sono valsi i ricorsi al giudice amministrativo che si è limitato, nella maggior parte dei casi, a rilevare come la gravità del fenomeno del gioco patologico valesse, di per sé, a giustificare la limitazione dell’offerta.

L’industria del gioco legale, in Germania, per la precisione a Berlino, ha intrapreso una strada diversa. Attraverso esponenti della politica locale è stato chiesto agli amministratori di mettere nero su bianco i dati e soprattutto gli studi di evidenza scientifica che a supporto dell’ultimo regolamento sulla attività di gioco legale.

Nello specifico, per essere chiari, è stato chiesto al Dipartimento per gli affari interni e lo Sport del Senato della città di Berlino di comunicare autore, titolo, anno di pubblicazione e eventuali fonti degli studi in basi ai quali è stato redatto il regolamento in virtù del quale due su tre delle sale giochi esistenti risultano obbligate a chiudere. Il regolamento prevede infatti una distanza minima tra due sale giochi.
Il Dipartimento in questione ha dovuto ammettere di non disporre di studi particolari sull’argomento. Non ci sono studi speciali su una sorta di “effetto disincentivante” legato alle distanze minime tra due fornitori di scommesse sportive, così come tra un fornitore e altri luoghi in particolare. Dal punto di vista della politica sanitaria e della ricerca sulle dipendenze, le restrizioni di disponibilità per il controllo quantitativo, anche attraverso distanze minime, devono “essere valutate come opportune”. Tutto qui. Stiamo parlando infatti di una possibilità, ma non di certezze. Identica risposta è stata fornita dal Dipartimento del Senato per la giustizia, la tutela dei consumatori e la lotta alla discriminazione che si è occupato della stessa norma locale. Non ha né studi che trattano in generale il tema della distanza minima tra negozi di scommesse e sale giochi, casinò o attività di bookmaker per salvaguardare gli interessi della protezione dei giovani e della protezione dei giocatori, né studi che affrontano specificamente il problema: la necessità di una certa distanza, circa 500 o più metri, tra i fornitori di scommesse sportive. Lo stesso vale anche per la sezione speciale che si occupa della tutela economica dei consumatori.

Provocatoriamente la stessa domanda è stata posta alla Cancelleria del Senato, con esito identico.

“Il fatto che un provvedimento di questo tipo” commenta l’industria del gioco “si basi su un principio di opportunità politica è un fatto importante. Non abbiamo vinto una battaglia ma di certo a partire da oggi crediamo di avere una valida motivazione che mettere in discussione scelte di questo tipo. E’ un passo in avanti verso l’oggettivazione della discussione, che è necessaria in molti casi.Troppo spesso, chi non mostra grande simpatia per il settore settore ha affermato cose che non erano né scientificamente fondate né in alcun altro basate su dati oggettivi”. Una bufala, per dirla in parole povere, che va smascherata.