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In questi giorni diversi quotidiani hanno pubblicato una video intervista, curata da Laura Larcan, al team che si sta occupando degli scavi archeologici del Colosseo. Nel corso dei lavori sono state ritrovate monete di bronzo e dadi che dimostrano come nel V secolo al Colosseo fosse normale scommettere e giocare d’azzardo. Attività che, secondo gli studiosi, avveniva normalmente così come l’acquisto di generi di conforto, bevande e cibo, mentre si svolgevano le venationes, ovvero le finte cacce di animali, selvaggi o meno.

Il programma del più noto luogo di intrattenimento prevedeva anche questo, oltre ad un vero e proprio battage pubblicitario, nei giorni prima dell’evento, con cui l’organizzatore (l’imperatore o un magistrato), creava interesse sui giochi. La sera prima dell’esibizione nell’arena, offriva addirittura una cena aperta a tutti: era l’occasione per vedere i combattenti da vicino, valutarne la prestanza fisica e farsi un’idea in vista delle scommesse. Le sfide si concludevano con le premiazioni: i vincitori ricevevano il premio, mentre agli spettatori non restava che ritirare il souvenir offerto dallo sponsor: monete, generi alimentari o tessere che davano diritto al ritiro di altri beni.

Scommesse, pubblicità e premi. Una ricostruzione che non può non farci pensare alle misure in materia di regolamentazione e limitazioni al gioco volute da esponenti, locali e nazionali, del Movimento Cinque Stelle. Come avrebbe risolto, nel V secolo, la sindaca Raggi il problema delle puntate al Colosseo e la distanza minima dai luoghi sensibili (misura introdotta con la recente ordinanza della Capitale)? Cosa avrebbe detto il vicepremier Di Maio della pubblicità sui giochi, della ‘promozione’ delle competizioni, delle cene e degli eventi sponsorizzati dagli organizzatori?

Nessuna invenzione o diavoleria di qualche imprenditore ‘moderno’, criminale e senza scrupoli, ma semplicemente parte della vita quotidiana di un popolo.

Quello che è accaduto dopo intorno ai giochi più o meno lo conosciamo dai tanti studi e ricerche, tra proibizionismo e il bisogno di far cassa, tra posizioni radicali e spinte liberiste.

Quello che oggi lascia perplessi non è tanto il fatto che ci siano politici che portano avanti una loro convinzione, ovvero che vietando il gioco e limitando l’attività degli operatori autorizzati si possa ridurre fino alla cancellazione il gioco, ma che lo si faccia senza elementi che provino la validità di queste posizioni. Nei giorni scorsi l’onorevole Francesco Silvestri ha pubblicito su Fb un video nel quale, insieme alla consigliera di Roma Capitale Sarah Seccia, spiegava il perchè di una proposta di legge, di cui è firmatario, sul divieto di pubblicità al gioco, e dell’articolo, dello stesso contenuto, inserito nel testo del decreto Dignità (non ancora pubblicato in Gazzetta). Silvestri, neo deputato, è stato negli ultimi anni assistente di Giovanni Endrizzi partecipando alla formazione della proposta di riforma di settore nel campo dell’ azzardo proposta dal senatore. “Abbiamo studiato molto” ha detto Silvestri in diretta “ e se non credete a noi” riferendosi alle infiltrazioni della criminalità nel settore dei giochi “andate su Google”.

Sono partita dalle duecento monete di bronzo trovate in quella che doveva essere una fogna dell’area crollata del Colosseo per dire che le nuove regole su gioco, che sia più o meno d’azzardo, richiedono un’attenzione che non può ridursi ad una ricerca su Google. Tutte le dichiarazioni fatte in questi giorni a sostegno del divieto della pubblicità sui giochi e degli interventi di riduzione dell’offerta a cui sta pensando il vicepremier Di Maio fanno riferimento a tesi di personaggi che negli ultimi anni hanno prestato la loro consulenza (in alcuni casi non proprio gratuita) al movimento Cinque Stelle. Potremmo chiederci cosa ne è stato degli studi e delle iniziative affidate al Ministero della Salute, della ricerca da qualche centinaia di migliaia di euro dell’ Istituto Superiore di Sanità sul fenomeno del gioco patologico in Italia, della partecipazione (ovviamente retribuita) dei dirigenti dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli agli incontri con i loro omologhi europei dove, in tutte le occasioni, ci si confronta sulle questioni riguardanti regole e divieti.

Non basta andare su Google per conoscere le dinamiche della criminalità e il loro interesse sul gioco, per capire come questo si possa contrastare efficacemente. Non basta ‘studiare’ come si fa per preparare una proposta di legge mentre ci si dedica contemporaneamente ad altro. E comunque non basta a giustificare un tale intransigismo. E’ vero che l’Italia sarebbe il primo Paese ad introdurre il divieto assoluto di pubblicità sul gioco, ma questo dovrebbe suggerire una domando : perchè? Perchè tutti gli altri Paesi non lo hanno fatto, pur avendo a disposizione tutte le ricerche e gli studi che noi, in Italia, stiamo ancora aspettando? Non basta contare i like su Fb e utilizzarli come prova della fondatezza delle proprie idee, ma piuttosto chiedersi perchè nessuno, e confermo nessuno, direbbe mai di essere contro il divieto sulla pubblicità (ci sono studi anche su questo). Quell’Europa che piace così poco a questo Governo ha più volte detto che il tema del gioco è così complesso da non poter essere trattato, e regolamentato, con un Direttiva. Oltre alla ‘dignità’ i nostri politici dovrebbero ricordarsi dell’importanza dell’umiltà nel saper ascoltare . mc

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