L’ing. Francesco Gatti, Bakoo spa, interviene sulle critiche avanzate da Francesco Silvestri, vice capogruppo del Movimento 5 Stelle Camera, e Giovanni Endrizzi, senatore pentastellato membro della Commissione antimafia, alla collega Carla Ruocco, presidente della Commissione finanze, che ha partecipato all’assemblea di SGI e condiviso alcune riflessioni emerse nel corso della giornata di lavori.

«Il problema – secondo Gatti – è che mancano completamente sia una adeguata preparazione di base, sia la capacità di comprendere che il gioco è un fenomeno umano che può essere conciliato con un uso consapevole e non è quindi esclusivamente un problema sociale.

Altri paesi, basti guardare Spagna e Germania, ma anche Francia, con soluzioni differenti, o i paesi del Nord Europa, hanno da tempo inserito il gioco fra le possibili opzioni di spesa del cittadino senza ridurre il fenomeno a problema sociale irrisolvibile per la politica.

Ma questo è anche, e soprattutto, il limite di questa politica. Si evidenziano problematiche che banalmente possono essere governate senza mai risolvere il problema, anzi, mantenendolo ben vivo per potersi assicurare un ritorno di immagine personale o elettorale, al tempo debito.

Il gioco va governato, non bandito. E benedette sono le parole della Ruocco che squarcia un muro di ideologia cieca e bigotta che non accetta, con metodi quasi medievali, l’evoluzione dei costumi e della realtà. Siamo parte del meccanismo, non siamo fuori: siamo parte, non controparte.

Finalmente qualcuno che comprende che è possibile governare un fenomeno senza demonizzarlo per forza. Finalmente la Ruocco ha avuto il coraggio di esprimere il proprio pensiero, la propria opinione.

Il sen. Endrizzi probabilmente è guidato da un preconcetto personale. Il gioco non è solo problematico. Il gioco è un’opportunità di svago. Certo esiste la perdita, così come esiste la vincita: fa parte del gioco in sé. Occorre fare in modo che le persone più fragili non vadano incontro a problematiche gravi, ma questo, col quale tutti noi siamo fermamente d’accordo, non può passare per la strada del proibizionismo mediante la quale si impedisce invece a chiunque, indiscriminatamente, di potere giocare con un prodotto legale.

Siamo i primi a chiedere maggiori tutele ma mi pare, da costruttore, che le attuali possibilità delle AWP di contrasto al gioco patologico non siano mai state utilizzate. E forse, (ma bisognerebbe chiedere forse proprio agli interessati) non sono nemmeno ben conosciute da chi dovrebbe governarle. Forse bisognerebbe partire da lì.

Consiglio vivamente al sottosegretario Villarosa di chiedere ai concessionari, Monopoli e Sogei di iniziare ad utilizzare i metodi previsti dalla normativa per il contrasto al gioco patologico che già esistono sulle AWP: esiste già la possibilità di bloccare le macchine a tempo, di mostrare messaggi per il gioco patologico a scorrimento o in maniera bloccante.

Perché non vengono utilizzati? È quantomeno strano che non si usi quello che c’è già e che sarebbe già sufficiente, se utilizzato, a governare meglio il fenomeno del gioco patologico.

Esiste solo una soluzione a questo problema: tornare alla normalità.

Questa maggioranza deve esprimere norme che portino il gioco nell’alveo dell’accettazione sociale, dell’innocuità sociale più alta possibile, del controllo senza demonizzazione di un comparto produttivo che raccoglie risorse per conto dello Stato. Basta parlare a sproposito brandendo numeri inesistenti. Quel modo è ora di lasciarselo alle spalle.

Sentire parlare di economia “reale” devastata dal gioco è, per me, grande manifestazione di impreparazione in materia. Occorrerebbe invece preparazione. Non si possono dire cose del genere senza comprendere che il gioco è economia reale.

Il gioco è quantomai parte dell’economia reale. Economia del contante.

Nelle macchine entrano denari che vengono restituiti al giocatore o immagazzinati dallo Stato per pagare i propri servizi. Sono soldi reali. Non scompaiono in un buco nero non classificato ma vengono ridistribuiti i proventi del gioco per finanziare opere pubbliche, pagare dipendenti della PA. Parliamo di 20 miliardi di euro su circa 600 miliardi. Ci si è lasciati forse prendere la mano dai concetti di “new economy” malamente appresi qua e là, ma il gioco rientra nell’economia reale pieno titolo, non in quella virtuale.

Genera flussi economici al pari della spesa per acquisti di beni. È un fenomeno che economicamente consente, inoltre, il drenaggio e il recupero di parte di denaro che è uscito dal circuito regolare. Basti pensare al piccolo artigiano pagato in nero che spende parte dello stesso in attività di gioco lecite e controllate nel quale rientrano, ovviamente, queste risorse economiche sfuggite al controllo fiscale.

Se poi il ragionamento, con tutti gli sforzi del caso, passa per il concetto di spesa in consumi danneggiata dalla spesa per il gioco, ecco, allora le cose si complicano ulteriormente.

Innanzitutto i soldi possono essere spesi in maniera differente anche oggi, non vi è alcuna controindicazione nemmeno adesso: il giocatore può liberamente scegliere se giocare 10 euro a una macchina da gioco, un Gratta e vinci o una lotteria oppure comprare altri beni. Non vi è alcuna impossibilità. Questo riguarda la libertà personale. Non si possono spingere le persone a consumare a comando.

Nelle aree in cui si è tolto il gioco terrestre, come ad esempio il Piemonte, non mi risulta siano esplosi i consumi. Tutt’altro. Il gioco illecito ha fagocitato più rapidamente i denari dei giocatori rimasti senza tutela.

La crisi economica non è generata dal gioco, anzi viceversa, il gioco è un prodotto della crisi e dei bisogni fiscali dello Stato. Il decreto Abruzzo ne è fulgido esempio.

L’equazione che lega l’assenza di gioco a un’impennata dei consumi è frutto di logiche errate e teorie strampalate e ben distanti dalla realtà. Allo stesso modo si potrebbe vietare il fumo e l’alcol che certamente creano dipendenze più gravi con impatto sulla società ben descritto dai numeri del Ministero della Sanità che relegano invece il gioco agli ultimi posti fra le dipendenze.

Ecco, queste sono tutte dinamiche tipiche dei paesi illiberali. Questo Paese, però, spero si possa continuare a chiamare Italia».