Passengers wear masks as they arrive at Manila???s international airport, Philippines on Thursday, Jan. 23, 2020. The government is closely monitoring arrival of passengers as a new coronavirus outbreak in Wuhan, China has infected hundreds and caused deaths in that area. (AP Photo/Aaron Favila)
Fino ad ora abbiamo stretto i denti. L’emergenza virus ci ha messi di fronte ad una situazione imprevista e imprevedibile. Governo, istituzioni, singoli cittadini, aziende alle prese con regole e divieti, tra incertezze e prove di fiducia, aspettando che il peggio finisse.

 

Tutto il gioco, un po’ per il solito pregiudizio di cui da sempre è vittima, un po’ per quella tendenza a prendere sempre le distanze da questo genere di attività specie nei momenti più difficili, ha vissuto questi tre mesi, circa, nella più assoluta indifferenza. Come prevedibile.

E come prevedibile la classe politica si è dimostrata ancora una volta inadeguata e disinformata, confusa e impreparata. Le difficoltà, dicono, fortificano e fanno emergere il meglio delle tue possibilità, a patto che qualcosa di buono ci sia.

In spregio alla famosa regola secondo la quale se non hai nulla da dire è meglio tacere, è stato detto e scritto tutto il peggio possibile immaginabile.

Dall’auspicio a non ‘aprire’ più i giochi, alla pericolosità, in termini di contagio, delle attività di raccolta di giochi, classificabile non in base alla modalità in cui si svolge, ma alla presunta incapacità delle persone di controllare l’istinto a giocare.

Mentre giornali e media in generale narravano di una Italia solidale e unita, nei canti dai balconi, nelle tombolate a distanza, dall’altra quella tendenza a punire la ricerca di forme di intrattenimento e evasione. Prima ciò che è necessario e poi il resto. E se il resto si chiama gioco… dopo ‘tutto’ il resto. O forme mai, seguendo la logica del consiglio comunale di Trento che pensa di non riaprire più le attività di gioco legale perché “non sono certo essenziali, né favoriscono quella socializzazione e quell’uscita da casa positiva, tanto attesa; anzi, alimentano vulnerabilità, fragilità”.

In queste due righe stanno tutte le risposte alle domande che gli imprenditori, migliaia di lavoratori, si sono fatti in questi quasi tre mesi. Perché questo accanimento, questa indifferenza, questa sorta di ‘negazione’ di fronte ad un settore economico come, se non meglio, di altri?

A poco serve ricordare, fino allo sfinimento, che queste imprese garantiscono ad oggi il 3% delle entrate erariali allo Stato. Pericoloso anche sbandierare lo spettro dell’illegalità sempre dietro l’angolo, pronta a prendere il posto delle imprese regolari e autorizzate. Il rischio è che, per l’ennesima volta, si confondano gli uni con gli altri.

Ci aspettavamo, in queste settimane, una seria riflessione su cosa fosse davvero l’industria del gioco legale, un riconoscimento della serietà e della lealtà (all’impegno ‘preso’ con lo Stato) di tutti gli imprenditori del settore. Uno sforzo minimo, rispetto al sacrificio di chi ha rinunciato allo stipendio come unica forma di sostentamento, di chi sta decidendo o ha già deciso di continuare ad investire in queste imprese.

Invece no.

Ancora una volta uno Stato che sceglie di mostrare i muscoli in un modo che non appartiene alla maggioranza di chi le regole le ha sempre rispettate. E che sta aspettando dal governo e dalle istituzioni un segnale. Quello che ad oggi non è ancora arrivato e che forse non arriverà mai perché, a quanto pare, il gioco legale riaprirà quanto sarà consentito a tutti, in una condizione di generale ripresa delle attività. Ovvero a metà giugno. Così, per una sorta di inerzia, nel silenzio.

In molti si chiedono cosa ci lascerà questa esperienza. L’ineguatezza e l’arretratezza di questo paese nell’affrontare con lucidità la tematica del gioco è arrivata al pettine. Si potrà cambiare registro? E’ difficile crederci, ma non sperarlo meno. mc