Vietare per legge il gioco ai minori vuol dire non avere fiducia nelle persone e in particolare nelle famiglie. E non va bene. L’analisi dell’Istituto Bruno Leoni

Il decreto legge dignità, una delle prime iniziative volute da Di Maio nel precedente governo, ha introdotto l’obbligo di riconoscimento con tessera sanitaria per le slot machine con controllo da remoto, le uniche che dal 2020 potranno essere installate, al fine di impedire l’accesso ai giochi da parte dei minori.

La settimana scorsa l’Autorità garante per il trattamento dei dati personali ha espresso parere favorevole al decreto dell’agenzia dei monopoli che dispone le misure tecniche per l’utilizzo della tessera sanitaria e, quindi, il controllo dell’età anagrafica. A breve, dunque, i minori non potranno più accedere al gioco.

Che i ragazzini non giochino alle slot machine è una cosa buona. Che sia necessario vietarlo è invece una notizia meno buona.

Il gioco d’azzardo non è sempre un bel gioco; se anzi ad abusarne sono i più giovani è un’attività piena di insidie. Basta però questo giudizio per vietarlo loro?

Vietare per legge il gioco ai minori, infatti, non significa tanto riconoscerne i rischi derivanti dall’abuso, che sono riconosciuti da tutti. Vuol dire non avere e non dare sufficiente fiducia alle persone e in particolare alle famiglie che hanno la cura e l’onere di trasmettere ai più giovani uno stile di vita sano e adeguato alla loro crescita. Al di là dei modi con cui, probabilmente, si potrà ovviare al divieto, per esempio usando la tessera di un amico maggiorenne, pensare che possa e debba essere la legge la tutrice della sana crescita dei nostri figli è, più che una ingenuità, un modo di deprimere il ruolo delle famiglie e delle scuole.

Pur con le migliori intenzioni, uno Stato che pretende di supplire a tale ruolo è uno Stato ostile proprio alle funzioni educative che, dal basso e con la responsabilità di ciascuno di noi, dovrebbero essere svolte a beneficio dei più giovani.