Angelo Marcello Cardani, presidente dell'AGCOM, durante la relazione annuale dell'AGCOM, Camera dei Deputati, Roma, 11 luglio 2018. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI
“Desidero portare un contributo di chiarezza rispetto ad alcuni articoli pubblicati dal suo giornale sul tema del divieto di pubblicità dei giochi con vincita in denaro stabilito dall’articolo 9 del decreto-legge 12 luglio 2018, n. 87, (‘Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese’), convertito con modificazioni dalla legge 9 agosto 2018, n.96”. così in una lettera al quotidiano Avvenire inizia la replica del presidente dell’AGCOM Angelo Marcello Cardani.

“Vorrei innanzitutto sgombrare il campo da possibili equivoci quanto al tema di principio e alla sua importanza. Agcom non sottovaluta il problema dei rischi e, soprattutto, dei costi sociali legati al gioco d’azzardo e al suo abuso e siamo fortemente concentrati sull’obiettivo di far rispettare – per quanto di nostra competenza – le norme che, sull’argomento, si sono avvicendate e sovrapposte nel tempo. Per conseguire questo obiettivo, tuttavia, non basta stabilire un sacrosanto principio, ma occorre poi calare questo principio (il divieto della pubblicità) nel mondo reale e conferire chiarezza e univocità al suo perimetro oggettivo e al suo ambito soggettivo, senza trascurare l’essenziale questione che, se una norma di legge come quella recante il divieto fa espressamente salve le norme precedenti che quel divieto non prevedevano, si crea un corto circuito logico che richiede equilibrismi regolamentari intesi a conferire ragionevolezza e sistematicità al quadro d’insieme. Agcom si è così trovata a dover mettere insieme e dare un senso a differenti disposizioni di legge, sforzandosi in sede interpretativa di rendere applicabile e efficace il divieto introdotto, anche attraverso una proficua interlocuzione con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Peraltro, abbiamo proprio in questi giorni inviato al Governo una segnalazione con la quale abbiamo messo in luce i numerosi persistenti problemi e suggerito degli indirizzi in vista di una riforma organica del settore.

Chiarito in termini generalissimi il quadro delle problematiche, desidero ora dare qualche risposta più puntuale alle critiche che, per il tramite del suo giornale, sono state rivolte ad Agcom. Ecco, dunque, alcune sintetiche osservazioni che mi sento in dovere di portare all’attenzione dei suoi lettori: 1) Agcom è intervenuta sul tema del divieto di pubblicità dei giochi con vincite in denaro non di sua iniziativa, ma perché richiesta dal Legislatore. 2) Le Linee guida non vanificano e non aggirano il principio di legge, ma tentano di stabilire un organico dispositivo regolamentare idoneo a dare effettiva applicazione a quel principio. 3) La nozione di pubblicità che il nostro ordinamento riconosce e che Agcom applica – peraltro risalente a una disposizione comunitaria – è una nozione rigorosamente codificata nella sua natura e nei suoi presupposti. L’aver inteso distinguere, con le nostre Linee guida, tra pubblicità e informazione non costituisce un ‘gioco di parole’, né risponde a logiche elusive, ma, al contrario, persegue l’obiettivo di dare effettiva attuazione al principio di legge. 4) Non risponde al vero che Agcom abbia ascoltato e interloquito unicamente con le società concessionarie che offrono i servizi di gioco e con i loro studi legali. Abbiamo effettuato una pubblica consultazione e audito tutti i soggetti che ne hanno fatto richiesta. 5) È d’altra parte vero che i tempi della consultazione, partita il 10 di dicembre, sono stati effettivamente brevi. Tuttavia non abbiamo in nessun modo inteso come tassativi tali termini e abbiamo acquisito e valorizzato tutti i contributi, ivi compresi quelli pervenuti oltre i termini. Peraltro, quanto alla lamentata assenza di alcuni specifici contributi, segnalo che alcuni soggetti, persino sollecitati a farlo, hanno ritenuto di non intervenire. 6) Nel momento in cui Agcom postula proporzionalità, equilibrio e ragionevolezza nell’attività di interpretazione e applicazione delle norme in esame, intende farsi carico dell’apparente contraddizione esistente tra l’esercizio di una attività economica data in concessione dallo Stato e dunque del tutto lecita e gli eccessi della comunicazione commerciale relativa a questa attività. Evitando il paradosso che il rigore della disciplina si traduca in un beneficio per il gioco illegale. Distinguere tra pubblicità e informazione risponde precisamente a questo obiettivo. 7) Da ultimo, osservare che le industrie del settore del gioco d’azzardo non avrebbero la copertura costituzionale del principio di libertà d’impresa di cui all’articolo 41 Cost., in quanto prive del requisito di utilità sociale, è in contraddizione (ed è compito del Parlamento sanare eventualmente questa contraddizione) con la circostanza che dette imprese, al pari di molte altre nei più disparati settori, agiscono in un mercato legale e regolamentato e in regime concessorio.

Fin qui la posizione di Agcom. Vorrei aggiungere, a titolo strettamente personale, che considero la lotta al disagio sociale determinato dall’uso e dall’abuso dei giochi con scommesse in denaro, un preciso dovere delle istituzioni. Il divieto assoluto di pubblicità, in tal senso, mi trova personalmente favorevole. Tuttavia, se l’intento del Legislatore è quello del contrasto più rigoroso alle derive del gioco d’azzardo, è necessario poter disporre di norme chiare e univoche per dare effettività e cogenza al divieto di pubblicità”.

“Grazie, gentile presidente Cardani, per il suo intervento in forma di lettera in replica agli approfonditi articoli di informazione e di commento che in queste settimane abbiamo dedicato all’increscioso caso della vasta vanificazione del divieto di pubblicità dell’azzardo che era stato stabilito nel cosiddetto Decreto Dignità. Prendo atto della sua raffinata argomentazione, ma, soprattutto, mi fa piacere poter registrare il suo personale, ma non per questo meno autorevole, favore al «divieto assoluto di pubblicità» dell’azzardo”, risponde il direttore Marco Tarquinio.

Sta di fatto, però, che il divieto che doveva diventare operativo in questi giorni purtroppo resta ferreo solo sulla carta e nelle dichiarazioni rese dal vicepremier, e ministro proponente, Luigi Di Maio. Non desidero entrare nel merito delle argomentazioni che lei usa (e che confermano, tra l’altro, che l’Agcom ha proceduto a passo di carica e ascoltando solo alcuni). Ma non posso nasconderle che continuo – e in tanti continuiamo – a trovare inaccettabile e scandaloso che, in forza del regolamento varato dall’Autorità garante da lei presieduta in collaborazione con l’Agenzia dei Monopoli, si consenta ancora nel nome di «proporzionalità, equilibrio e ragionevolezza» la prosecuzione di tanta parte della formalmente vietata pubblicità dell’azzardo, alla quale per di più sono state addirittura imposte camicia e bretelle da «informazione».

Se capisco bene, presidente, lei imputa tale scandaloso esito a una non sufficiente chiarezza e univocità delle norme predisposte e varate dal Governo e convertite in legge dal Parlamento. Beh, devo dirle che negli ultimi 15 anni ho dovuto assistere, da cronista e da cittadino, a diverse – ma tutte alla fine inesorabilmente uguali – operazioni di svuotamento delle norme che, via via, si è cercato di concordare e stabilire per frenare il dilagare dell’azzardo. Per quel che vale il mio parere, è proprio questo ritornante, impressionante e persino arrogante potere di interdizione della lobby dell’azzardo e dei suoi sostenitori nell’Amministrazione pubblica che lascia esterrefatti. Così come la constatazione che chi è concessionario dei Monopoli statali in questo specifico settore riesce da anni a farsi confezionare ai più diversi propositi una cavillosa pseudo-legalità contra legem o, comunque, a sterilizzare le norme sgradite. Che tristezza! E che vergogna…

Ricambio il suo cordiale saluto e auguro a lei e ai suoi colleghi di doversi misurare presto con l’applicazione di una disposizione normativa lapidaria, di pochissime e inaggirabili parole: ‘Vietato fare pubblicità all’azzardo’. Come un semplice e perentorio ‘Vietato fumare’. L’esempio del fumo dice che si può fare se si vuole. Si può sancire che è ‘Vietato riempire di fumo la testa degli italiani per svuotarne le tasche’. Lo si faccia e basta, senza tante chiacchiere. Governo e Parlamento battano un colpo.

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