senato

Il Senato ha respinto le seguenti questioni pregiudiziali al decreto dignità:

BERNINI, SCIASCIA, FLORIS, CONZATTI, TOFFANIN, CARBONE, DE POLI, PEROSINO, ROSSI, MALAN, MALLEGNI, GALLONE, VITALI

Respinta (*)

Il Senato,

in sede di discussione del disegno di legge Atto Senato 741 di conversione in legge del decreto-legge 12 luglio 2018, n. 87, recante disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese,

premesso che:

il decreto-legge in esame reca misure per il contrasto al precariato, misure per il contrasto alla ludopatia e misure in materia di semplificazione fiscale, disciplinando settori tematici tra loro eterogenei;

gli articoli del decreto, con riguardo all’eterogeneità, affrontano questioni tra loro diverse e in talune norme è anche difficile rinvenire quel soddisfacimento del principio di necessità ed urgenza proprio del decreto-legge, la cui emanazione dovrebbe essere funzionale a risolvere, o a porre in essere, con immediata efficacia, azioni od iniziative ritenute importanti ed improcrastinabili;

l’eterogeneità delle materie in un decreto-legge determina un utilizzo improprio della decretazione d’urgenza e un depauperamento della competenza legislativa propria delle Camere: per tale motivo l’utilizzo di tale strumento deve essere ponderato. La volontà del Governo di realizzare il proprio programma, o di rendere operative con immediatezza alcune sue decisioni, non può diventare prevalente sulla natura peculiare del decreto-legge. Inoltre, quest’ultimo non può essere il mezzo dell’Esecutivo per introdurre disposizioni e preservare, pretestuosamente e comunque, gli effetti prodottisi nei 60 giorni di validità della decretazione di urgenza, a prescindere dalla conversione in legge delle singole norme emanate;

giova, infatti, ricordare che la verifica del criterio di omogeneità costituisce uno dei perni fondamentali sui quali la Corte costituzionale ha da sempre fondato i percorsi argomentativi legati alla presenza, o assenza, del rispetto degli indispensabili requisiti di straordinaria necessità e urgenza richiesti dal summenzionato articolo Costituzionale per la legittima adozione dei decreti-legge;

in particolare, la sentenza della Corte costituzionale n. 22 del 2012 ritiene illegittimo il decreto-legge il cui contenuto sia privo del vincolo dell’omogeneità esplicitamente previsto dall’articolo 15, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400. Infatti, come sostenuto dalla Corte, «là dove prescrive che il contenuto del decreto-legge» debba essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo «pur non avendo, in sé e per sé, rango costituzionale, e non potendo quindi assurgere a parametro di legittimità in un giudizio davanti alla Corte medesima, costituisce esplicitazione della ratio implicita nel secondo comma dell’articolo 77 della Costituzione, il quale impone il collegamento dell’intero decreto-legge al caso straordinario di necessità e urgenza, che ha indotto il Governo ad avvalersi dell’eccezionale potere di esercitare la funzione legislativa senza previa delegazione da parte del Parlamento»;

tali storture, che sono da considerarsi un palese abuso di uno strumento legislativo particolare quale è il decreto-legge, sono ravvisabili sin dal titolo del provvedimento emergenziale, che è vago, generico e non permette di comprendere il suo specifico ambito di intervento;

il legislatore ha reputato, in modo inappropriato, che inserire nel titolo il termine “urgenti” sia motivo sufficiente per rendere emanabile un decreto-legge, e che i termini “materia fiscale e finanziamento esigenze indifferibili” siano sufficienti per legare tra loro disposizioni totalmente disomogenee;

è necessario ricordare e considerare che si dovrebbe usare maggior cautela nell’emanazione di provvedimenti emergenziali che sembrano redatti ad hoc per acquisire solo maggior consenso popolare;

infatti, il decreto-legge in oggetto presenta un contenuto articolato e costituisce una modalità di produzione legislativa non conforme alle esigenze di stabilità, certezza e semplificazione della legislazione. In taluni casi, le disposizioni del decreto intervengono su discipline che risultano già stratificate nel corso del tempo, e si rivelano ancora una volta eterogenee e prive delle caratteristiche cui il decreto-legge in quanto tale dovrebbe ispirarsi;

con particolare riferimento alle norme in materia di lavoro, mancano del tutto i presupposti di necessità e urgenza sanciti dall’articolo 77 della Costituzione; si tratta di norme che sarebbe stato sicuramente più opportuno inserire all’interno di un disegno di legge destinato a seguire l’ordinario iter parlamentare;

le norme in materia di lavoro, di fatto, costituiscono una – seppur limitata – riforma di sistema, che riguardano un mondo assolutamente «fluido», con migliaia di contratti che sono in fase di rinnovo proprio in concomitanza con l’entrata in vigore delle nuove disposizioni, e che sicuramente mal si conciliano con lo strumento del decreto-legge immediatamente efficace; modifiche anche modeste rischiano, infatti, di avere un impatto di sistema comunque significativo sull’andamento del mercato;

il decreto-legge introduce a tal riguardo una serie di norme restrittive in materia di contratti a termine e contratti di somministrazione;

nello specifico, giova evidenziare che con riferimento alle modifiche della disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato di cui all’articolo 1, nonostante l’inserimento del comma 1-bis apportato dalle Commissioni competenti della Camera dei deputati, desta perplessità l’obbligo di indicazione delle causali nei casi di rinnovo contrattuale oltre i 12 mesi – esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività del datore di lavoro, nonché sostitutive; esigenze connesse ad incrementi temporanei, significativi e non programmabili dell’attività ordinaria -, che creeranno un aumento eccessivo del contenzioso, stante la genericità della formulazione;

all’articolo 2, l’inserimento del comma 02, in sede di esame del testo alla Camera dei deputati – secondo il quale il numero dei lavoratori assunti con contratto a tempo determinato ovvero con contratto di somministrazione a tempo determinato non può eccedere complessivamente il 30 per cento del numero dei lavoratori a tempo indeterminato in forza presso l’utilizzatore -, irrigidisce notevolmente la possibilità del datore di lavoro di modulare rapidamente il livello e la composizione della propria manodopera seguendo gli andamenti della produzione;

in questo quadro le modifiche della disciplina lavoristica si riveleranno poco utili rispetto all’obiettivo dichiarato di voler contrastare la precarietà – considerato che l’incidenza dei contratti a termine sul totale degli occupati è, in Italia, in linea con la media europea – con il risultato di produrre, nel breve termine, un effetto depressivo sull’occupazione e fortemente penalizzante per le imprese;

inoltre, secondo una stima di Confesercenti, un ulteriore aumento degli oneri per i contratti a tempo determinato si trasforma in un aggravio stimato in oltre 100 milioni di euro l’anno, di cui più della metà verrà sborsato già quest’anno, visto che scadranno il 55 pe cento dei contratti;

le modifiche sopra indicate mostrano i segni della difficoltà della politica ad intercettare le reali esigenze del mondo dell’impresa, ma altresì dell’incapacità di decodificare i bisogni del mondo del lavoro in generale, che di tutto avrebbe bisogno fuorché di misure che introducono nuovi elementi di rigidità;

Forza Italia, pur condividendo la necessità di accertare e sanzionare eventuali abusi nell’utilizzo dei voucher, ritiene non più procrastinabile un intervento sulla loro disciplina al fine di evitare un aumento esponenziale del lavoro nero nel nostro Paese e per tale motivo ha presentato sia al Senato che alla Camera, un disegno di legge volto alla reintroduzione di tale strumento pensato originariamente proprio per la valorizzazione del lavoro saltuario ed occasionale nei periodi di richiesta straordinaria di lavoro agricolo, stante la specificità di questo settore, che presenta caratteristiche difficilmente equiparabili agli altri settori dell’economia;

destano, altresì, perplessità le disposizioni di cui all’articolo 4 volte ad arginare il fenomeno delle “delocalizzazione” delle imprese, ponendo limiti efficaci alle imprese che abbiano ottenuto dallo Stato aiuti per impiantare, ampliare e sostenere le proprie attività economiche, attraverso la ridefinizione dei divieti e delle sanzioni;

pur ritenendo condivisibile la necessità di revocare gli incentivi in situazioni di effettiva distrazione di attività produttive e di basi occupazionali dall’Italia, si stigmatizzano l’ampiezza e la genericità di disposizioni eccessivamente punitive che rischiano di disincentivare gli investimenti interni ed esteri;

come sempre il Governo, nel perenne e confusionario zibaldone tra fattispecie evidentemente poco note al Ministro competente, confonde i concetti di “delocalizzazione” ed “internazionalizzazione” delle imprese, la seconda assolutamente auspicabile poiché induttiva di crescita, posti di lavoro e ricchezza per imprese e sistema paese ed in quanto tale favorita ed incentivata con azioni positive da tutti i Governi d’Europa e del mondo, compresi tutti i Governi italiani che hanno preceduto l’attuale;

inoltre, si evidenzia che la formulazione complessiva dell’articolo che introduce limiti alla delocalizzazione delle imprese, fa riferimento alla revoca dell’ “aiuto di Stato che prevede l’effettuazione di investimenti produttivi ai fini dell’attribuzione del beneficio”, omettendo di specificare ulteriormente le tipologie di contributi pubblici di sostegno che sono oggetto di revoca;

l’articolo 9 del decreto-legge introduce il divieto assoluto e generalizzato della pubblicità di giochi e scommesse. Come evidenziato nel dossier del Servizio studi del Senato, la normativa previgente (disposizioni limitative introdotte dapprima dall’articolo 7, commi 4-6, D.L. n. 158 del 2012 – cosiddetto “decreto Balduzzi” – e, successivamente, dall’articolo 1, commi 938, 939, legge n. 208 del 2015 – legge di stabilità 2016 -), che il decreto-legge fa espressamente salva, infatti, nel presupporre la liceità del messaggio pubblicitario di giochi e scommesse non appare compatibile con il divieto generale introdotto dal decreto-legge”;

la disposizione in esame, volta a contrastare efficacemente il fenomeno della ludopatia, ridenominato, a seguito dell’approvazione da parte della Camera, “disturbo da gioco d’azzardo”, presenta palesi ed evidenti vizi, sia sotto il profilo del mancato coordinamento con il quadro legislativo nazionale, sia sotto il profilo della costituzionalità e ciò per i seguenti motivi: 1) il testo approvato dalla Camera dei deputati, lungi dal perseguire l’intento dichiarato nel suo titolo e nel preambolo, ovvero quello di introdurre misure a tutela della dignità dei lavoratori e delle imprese, determina invece l’insorgere, in via di fatto, di una evidente disparità di trattamento all’interno delle categorie che negli intenti si vorrebbero proteggere, effetto questo palesemente contrastante con le disposizioni di cui agli articoli 3, 35 e 41 della Costituzione; 2) le imprese ed i lavoratori che operano nel settore dei giochi leciti che, si badi bene, come riconosciuto dallo stesso esecutivo con l’esenzione dal divieto di pubblicità assicurata alle Lotterie Nazionali, non sono tutti classificabili come “giochi di azzardo”, vengono sostanzialmente privati della loro dignità e catalogati come cittadini indegni per una loro condizione sociale ovvero quella di operatori di un settore merceologico assolutamente legale, peraltro soggetto a riserva statale in forza del richiamato articolo 1, decreto legislativo n.496 del 1948, ma ritenuto dall’Esecutivo ideologicamente pericoloso e negativo;

la disposizione in esame, infatti, introduce il divieto totale di pubblicità per il gioco legale, così sopprimendo in via di fatto in modo radicale una libertà garantita, e ciò senza che nella relazione tecnica che accompagna il provvedimento, sia stato riportato un solo elemento concreto ed obiettivo a supporto di una misura così drastica destinata ad incidere in modo assoluto sui diritti acquisiti e sulle libertà delle imprese che operano in questo settore merceologico specifico;

giova, inoltre, evidenziare che il Governo ha introdotto un divieto assoluto con l’intento dichiarato di contrastare un fenomeno che non si è nemmeno premurato di misurare con criteri scientifici ed epidemiologici. Infatti, le misure introdotte, solo apparentemente manichee, rischiano al contrario di incentivare l’azzardo, producendo l’effetto paradosso di favorire la diffusione del gioco illecito puro;

il divieto di cui all’articolo 9, comma 1, del decreto Dignità si pone, inoltre, in aperto contrasto con la raccomandazione della Commissione UE del 14 luglio 2014 che non suggerisce l’imposizione di divieti di comunicazione ma, ben diversamente, afferma che “le comunicazioni commerciali sui servizi di gioco d’azzardo on line possono svolgere un ruolo importante nell’orientare i consumatori verso offerte permesse e controllate, ad esempio fornendo l’identità dell’operatore e dando informazioni corrette sul gioco d’azzardo, compresi i rischi delle problematiche ad esso legate, nonché messaggi di avvertimento”;

rilevato che:

giova porre in rilievo lo scarso livello di considerazione riservato al Parlamento dalle forze di maggioranza, risultando, al contempo, incomprensibile la compressione dei tempi dell’iter del disegno di legge in titolo. Ancora una volta, la possibilità di svolgere un esame approfondito e di apportare modifiche al testo trasmesso dalla Camera è preclusa a causa dell’atteggiamento del Governo nei confronti del Parlamento, gravemente contrastante con il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche;

la consuetudo contra legem da parte del legislatore, di produrre decreti-legge in contrasto con sentenze della Corte, con dettami costituzionali e disposizioni legislative, indebolisce la credibilità degli organi legislativi, dei loro componenti e del valore e della forza delle leggi e della Costituzione. Desta, inoltre, perplessità che un decreto-legge formalmente viziato possa essere emanato e, successivamente, convertito,

delibera di non procedere all’esame dell’Atto Senato 741.

MARCUCCI, MALPEZZI, MIRABELLI, VALENTE, BINI, CIRINNA’, COLLINA, FERRARI, PATRIARCA, D’ALFONSO, PARENTE, BONIFAZI, COMINCINI, GRIMANI, LAUS, NANNICINI

Respinta (*)

Il Senato,

in sede di discussione della legge di conversione in legge del decreto-legge 12 luglio 2018, n. 87, recante disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese,

premesso che:

l’uso dello strumento del decreto-legge ha costretto le Commissioni riunite 6 ª e 11ª ad esaminare il testo in tempi brevissimi limitando enormemente la possibilità di svolgere un dibattito approfondito sul senso e la funzionalità delle modifiche proposte. L’istruttoria legislativa nelle Commissioni è stata profondamente mortificata. Stupisce come le forze politiche dell’attuale maggioranza che avevano promesso una rinnovata centralità delle attività delle Commissioni, nel quadro di una “ritrovata” centralità dell’istituzione parlamentare nell’esercizio della funzione legislativa, stiano abusando della decretazione d’urgenza in palese violazione del dettato costituzionale. La compressione dei tempi concessi al Senato per esaminare il decreto-legge non ha consentito di effettuare una valutazione approfondita delle disposizioni ivi contenute e di cogliere le implicazioni che le norme avranno sul mercato del lavoro italiano e, cosa più importante, sulla vita delle lavoratrici e dei lavoratori e delle imprese, che ne rappresentano i destinatari;

a questo proposito, occorre evidenziare il fatto che il testo non è corredato dalla relazione sull’analisi d’impatto della regolamentazione (AIR), nemmeno nella forma semplificata consentita dal regolamento in materia. Ebbene, a fronte di un dettato normativo chiarissimo, la mancanza dell’AIR può essere giustificata in determinati casi, qualora il provvedimento in esame non impatti significativamente sulla platea dei destinatari, oppure, considerato che gli effetti socio-economici del provvedimento saranno tutt’altro che esigui, la mancanza dell’AIR significa che il Governo è stato manifestamente insolvente nel fornire dati adeguati relativi ad esso, analisi che anche alla luce del notevole ritardo tra l’adozione del decreto-legge e la sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, appare abbastanza verosimile;

non ci si può non chiedere in cosa consistano la necessità e l’urgenza di questo provvedimento, laddove proprio la disciplina “più importante”, a detta del Ministro dello sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali, e cioè quella sulla disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato, viene rinviata nella sua applicazione, con riferimento ai rinnovi e alle proroghe contrattuali, al 31 ottobre 2018;

il decreto-legge ha un titolo altisonante che richiama la “dignità dei lavoratori e delle imprese”. Si tratta molto più prosaicamente di misure sulla disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato e della somministrazione, l’indennità di licenziamento ingiustificato, delocalizzazione, ludopatia e semplificazione fiscale;

soffermandoci su una delle questioni più controverse del decreto-legge, ovvero la riduzione della durata del contratto a tempo determinato, secondo quanto evidenziato dal dossier del Servizio del bilancio del Senato, la relazione tecnica indica in 80.000 i soggetti che hanno attualmente (ogni anno) un contratto a termine di durata maggiore di 24 mesi e inferiore o pari a 36 mesi (il limite massimo). Di questi 80.000, destinati ope legis a terminare il rapporto di lavoro al giungere del 24° mese, il 33 per cento sarebbe destinato alla disoccupazione (tasso che si riscontra al termine di un contratto di 36 mesi) mentre attualmente lo stesso tasso è pari al 23 per cento: “non riscontrandosi obiettivamente altri motivi per giustificare tale differenza” – afferma il Servizio del bilancio – “appare ragionevole l’assunto che i 10 p.p. di differenza (8.000 soggetti) siano ascrivibili proprio alla prosecuzione dei rapporti di lavoro dopo i 24 mesi.”;

inoltre, si ricorda che con la sentenza dell’11 aprile 2013, la Corte di giustizia europea ha statuito che la direttiva europea sul lavoro a tempo determinato non sia applicabile al lavoro in somministrazione, alla luce del fatto che la normativa europea sul contratto a termine separa espressamente tale tipologia contrattuale rispetto a quella del lavoro somministrato;

ed ancora, l’innalzamento dell’indennità di licenziamento ingiustificato di due mensilità ulteriori ogni anno rispetto a quanto previsto dal decreto legislativo n. 23 del 2015 (Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti), solleva dubbi di costituzionalità, soprattutto in riferimento all’innalzamento della soglia delle 24 mensilità, per violazione dell’articolo 3, comma 1, della Costituzione, nella misura in cui introduce un’irragionevole differenziazione con le lavoratrici e i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015. L’orientamento giurisprudenziale ha più volte ribadito che sono possibili disparità e differenziazioni di trattamento, solo nel caso in cui siano giustificate e comunque ragionevoli, per esempio per aumentare l’occupazione, cosa che non avviene in questo decreto. Infatti, a parità del medesimo licenziamento ingiustificato per fatto sussistente che non sia di gravità tale da giustificare il licenziamento ed a parità di anzianità, il lavoratore assunto prima del 7 marzo 2015 percepirà una indennità inferiore al medesimo dipendente assunto successivamente;

l’intervento che concede al MIUR 120 giorni di tempo per dare esecuzione ad ogni provvedimento giurisdizionale che comporti la decadenza di contratti di lavoro stipulati con docenti in possesso di diploma magistrale, conseguito entro l’anno scolastico 2001-2002, inseriti con riserva nelle graduatorie ad esaurimento, rappresenta sostanzialmente una misura che si limita a rinviare l’adozione di una soluzione strutturale del problema, facendo ricadere sugli alunni, sulle famiglie e sull’ordinato svolgimento del percorso formativo gli effetti dell’eventuale incertezza occupazionale di tali insegnanti. Inoltre, l’abolizione della norma sui 36 mesi, senza una data certa dei concorsi rischia di provocare non solo nuove sanzioni per l’Italia, ma l’apertura di una nuova stagione di precariato;

le misure in materia di delocalizzazioni, con le quali si prevede la restituzione degli aiuti di Stato e l’applicazione di una forte sanzione amministrativa pecuniaria nel caso in cui le imprese trasferiscano le proprie attività di produzione al di fuori dell’Unione europea entro un periodo di cinque anni dalla data di conclusione dell’investimento agevolato, risultano essere contrarie al processo di attrazione di investimenti, anche estere, nel nostro Paese – avviato nella scorsa legislatura con le misure di incentivazione previste nel Piano Industria 4.0 – e di dubbia applicabilità, tanto da prefigurare un forte aumento del contenzioso e da scoraggiare le tante aziende italiane e straniere che, dopo anni di incertezze, hanno ricominciato a programmare investimenti nel nostro Paese. Inoltre, tali disposizioni non colpiscono soltanto la capacità di attrazione di investimenti esteri nel nostro territorio ma indeboliscono anche la propensione delle nostre imprese all’internazionalizzazione della loro attività economica e produttiva. In risposta a tali problematiche, con le norme in esame si blocca un processo di internazionalizzazione delle nostre imprese che non ha riscontro in altre realtà;

sul tema dei giochi le misure adottate appaiono profondamente contraddittorie e parziali. L’articolo 9, nel vietare qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse, comunque effettuata e su qualunque mezzo (Televisione, radio, pubblicazioni, stampa quotidiana e periodica, internet e affissioni), introduce in realtà una tariffa, sotto forma di sanzione amministrativa pecuniaria per le violazioni commesse che si risolvono nel pagamento di una somma pari al 20 per cento del valore della sponsorizzazione o della pubblicità e, in ogni caso, non inferiore a 50.000 euro per ogni violazione, che permette al committente di aggirare agevolmente il divieto stesso. Vista l’importanza che riveste la pubblicità per alcuni settori che godono di un giro di affari molto consistente, le sanzioni previste non avranno pertanto la capacità di impedire effettivamente la trasmissione della pubblicità sui giochi su qualsiasi mezzo e a qualsiasi orario. La concreta efficacia delle norme proposte rischia di essere vanificata, inoltre, dall’assenza di una disciplina sovranazionale della materia, così pregiudicando la possibilità di applicare il medesimo divieto in caso di manifestazioni estere trasmesse in Italia e, al contempo, l’applicazione in solo ambito nazionale del divieto di pubblicità e sponsorizzazione dei giochi rischia di penalizzare in termini di concorrenza gli operatori nazionali;

le misure in tema di giochi non prevedono nulla sul fronte dell’offerta di gioco, ossia sulla riduzione del numero delle slot negli esercizi commerciali, nelle sale e nei punti di gioco, così come sul fronte della garanzia di migliori livelli di sicurezza per la tutela della salute, dell’ordine pubblico e della pubblica fede dei giocatori. I contenuti dell’intesa raggiunta il 7 settembre 2017 all’unanimità in Conferenza Stato Regioni e enti Locali sul riordino del gioco pubblico tra i presidenti delle Regioni e delle Province autonome e il Governo non sono stati recepiti. Tale intesa qualora fosse recepita dal decreto ministeriale consentirebbe la riduzione delle macchine da gioco con la sostituzione dell’infrastruttura con nuovi modelli collegati al sistema da remoto per un maggior controllo sul gioco;

anche le misure in materia fiscale presentano evidenti profili di inadeguatezza. Quanto all’articolo 10 che reca disposizioni finalizzate a revisionare l’istituto del redditometro a fini di specifico contrasto dell’economia sommersa, si dispone la revisione del provvedimento attuativo necessario al fine dell’accertamento sugli aspetti riguardanti il metodo di ricostruzione induttiva del reddito complessivo in base alla capacità di spesa e alla propensione al risparmio dei contribuenti rendendo inattuabili i controlli ancora da eseguire sulle dichiarazioni relative all’anno d’imposta 2015 e ai successivi;

in assenza dei termini certi per l’emanazione del decreto aggiornato non si può garantire la neutralità prevista della relazione tecnica in termini finanziari prima dello spirare dei termini di decadenza per gli anni di imposta di riferimento, minando il principio stabilito dall’articolo 53 della Costituzione e aprendo la strada ad un condono fiscale;

le misure sul redditometro e l’intervento relativo allo spesometro, che tra l’altro risulta già abolito a decorrere dal 1° gennaio 2019 e sostituito dalla fatturazione elettronica, appaiono palesemente residuali e con un contenuto inadeguato ad essere inserito in un provvedimento con requisiti di urgenza e necessità come il decreto-legge in esame;

quanto all’articolo 12 che prevede l’abolizione dello split payment per le prestazioni di servizi rese alle pubbliche amministrazioni i cui compensi sono assoggettati a ritenute alla fonte a titolo di imposta o a titolo di acconto, la misura venne attuata al fine di evitare le numerose frodi in ambito di IVA e la continua evasione fiscale che rende l’Italia un Paese più debole da ormai decenni. Tale abolizione risulta quindi un ritorno al passato oltre ad essere considerato un appesantimento burocratico per i professionisti che saranno tenuti ad aggiornare il sistema di tenuta della contabilità;

l’articolo 13 del decreto-legge 12 luglio 2018, n. 87, si provvede all’abrogazione dei commi 353 e seguenti dell’articolo 1 della legge 205 del 2017, con i quali era stata introdotta nel nostro ordinamento la società sportiva dilettantistica lucrativa. Si è voluto cancellare con un tratto di penna un anno di lavoro senza sforzarsi di capire i benefici che questa riforma avrebbe potuto produrre, gettando al vento una grande occasione di rilancio per il nostro Paese. Si è preferito cioè cedere alle pressioni di chi vuole conservare lo status quo e impedire al nostro movimento sportivo di aggiornarsi e di stare al passo coi tempi, in nome di un immobilismo che non può che rivelarsi dannoso,

delibera, ai sensi dell’articolo 78, comma 3, del Regolamento, di non procedere all’esame di tali norme del disegno di legge n. 717.

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