Il Premier Conte ha riferito oggi alla Camera sui contenuti del DPCM del 24 ottobre scorso e le misure che impongono la chiusura di molte attività.

Di seguito la trascrizione integrale dell’intervento

“Ritorno qui in Parlamento per illustrare le ulteriori misure restrittive che è stato necessario adottare con urgenza, al fine di contrastare la diffusione subdola e repentina del contagio da COVID-19. Come è noto, la sera di sabato 24 ottobre, ho firmato un nuovo decreto, all’esito di un lungo, articolato confronto con tutte le forze di maggioranza, con i presidenti di regione e con il Comitato tecnico-scientifico. Nel pomeriggio di sabato poi ho doverosamente informato i Presidenti delle Camere della mia intenzione di venire a riferire, ai sensi dell’articolo 2, comma 5, del decreto-legge n. 19 del 2020, sul contenuto di queste ulteriori misure adottate.

D’accordo con i Presidenti dei due rami del Parlamento, ho voluto informare i presidenti dei gruppi parlamentari di maggioranza e di opposizione, nella giornata e nel pomeriggio stesso di sabato, sulle importanti determinazioni che stavamo per assumere.

I dati delle ultime settimane indicano una curva epidemiologica in rapida crescita, con diffusione del virus su tutto il territorio nazionale. L’indice Rt ha raggiunto la soglia critica di 1,5, il numero di nuovi positivi è cresciuto in maniera preoccupante: risulta ormai difficoltoso per gli operatori tracciare in modo completo le catene di trasmissione. Lo stesso sta avvenendo, peraltro, in molti altri Paesi europei, in particolare in Germania e in Francia, come ammesso pubblicamente rispettivamente dalla Cancelliera Merkel e dal Presidente Macron. Questo quadro epidemiologico sta determinando una pressione particolarmente severa sul Servizio sanitario. Negli ultimi giorni si è, infatti, osservato un incremento significativo del numero di persone ricoverate e conseguentemente sono aumentati i tassi di occupazione delle degenze in area medica e in terapia intensiva. Da tutto ciò deriva la necessità di adottare misure che consentano di raffreddare, mitigare il più possibile la curva di crescita del contagio al fine di alleviare il carico, già molto pesante, sul Servizio sanitario.

Riassumo di seguito le ragioni e i criteri che hanno ispirato queste ultime scelte. Innanzitutto mi preme sottolineare che le misure adottate si pongono in continuità con le decisioni, sul piano di metodo e di merito, sin qui assunte dal Governo, tutte ispirate ai principi di massima precauzione, di proporzionalità e di adeguatezza, e mai tendenti a sottovalutare la severità, l’imprevedibilità della pandemia. Non abbiamo mai affermato di essere fuori dal pericolo e da una costante condizione di necessaria allerta.

In questi mesi abbiamo agito di conseguenza, impegnandoci nell’attuazione di una pluralità di misure atte a realizzare un adeguato apparato di prevenzione del contagio e di rafforzamento del Servizio sanitario. Notevole, poi, è stato lo sforzo fin qui compiuto in termini finanziari, e anche organizzativi, per potenziare l’organizzazione del Servizio sanitario. Tali interventi appaiono tanto più rilevanti se si considera che negli ultimi anni, e lo sappiamo tutti, il reiterarsi delle diverse misure di contenimento della spesa aveva determinato una significativa riduzione anche del personale del Servizio sanitario nazionale.

Nella prospettiva di consolidare e stabilizzare l’apparato preventivo costruito e nella consapevolezza di non aver superato la fase del rischio pandemico si inscrive anche la scelta di prorogare lo stato di emergenza nazionale, prorogato una prima volta a luglio, pur in presenza di un quadro pandemico fortemente attenuato, e successivamente a ottobre, quando, invece, già si palesava una nuova recrudescenza del contagio. Ricordo che tale decisione, da parte di alcuni, anche tra i presenti in quest’Aula, fortemente criticata, ha consentito di mantenere in vigore quel quadro giuridico che costituisce il presupposto per l’intera disciplina dell’emergenza, nonché per la continuità operativa del sistema di allerta, di prevenzione e di contrasto del virus. Le misure si collocano pertanto in un continuo di interventi progressivamente più restrittivi e rigorosi, adeguati all’evoluzione dell’epidemia, che si muove in crescente, preoccupante rapidità.

Con le misure adottate lo scorso 24 ottobre abbiamo compiuto il passo più deciso: abbiamo scelto di intervenire su attività, ambiti, situazioni suscettibili di favorire, direttamente o anche indirettamente, fenomeni aggregativi e afflussi eccessivi di persone, spesso concentrati in determinati orari della giornata. Le misure introdotte si fondano sulle indicazioni e raccomandazioni elaborate dai nostri esperti e scienziati, nell’ambito dei protocolli internazionali formulati per il contrasto alla pandemia. L’Istituto superiore di sanità, d’intesa con il Ministero della Salute e la Conferenza delle regioni e delle province autonome e vari altri organismi di ricerca, ha reso pubblico, quindi accessibile a tutti, il documento che si intitola Prevenzione e risposta a COVID-19: evoluzione della strategia e pianificazione nella fase di transizione per il periodo autunno-invernale.

In quel documento troverete rappresentate, in relazione all’evoluzione degli scenari epidemiologici, le specifiche e diverse modulazioni delle misure da adottare. Allo stato, l’epidemia, in rapido peggioramento, risulta compatibile a livello nazionale con lo scenario di tipo 3 descritto in quello studio, con rapidità di progressione maggiore in alcune regioni italiane. In particolare, per lo scenario di tipo 3, lo studio menzionato prevede, tra le misure da adottare, proprio quelle alle quali il Governo si è attenuto. Quindi, non abbiamo agito secondo criteri arbitrari, né operando un’impropria gerarchia di valori tra differenti attività, con il risultato di apprezzarne alcune a scapito di altre: ci siamo attenuti a evidenze scientifiche che ci hanno consentito di compiere solide valutazioni prognostiche. Non solo. Una volta elaborato il quadro delle nuove misure da inserire nel DPCM, nel primo pomeriggio di sabato 24 ottobre il Governo, nella persona del Ministro della Salute, ha inviato la bozza al CTS, sollecitando un parere degli esperti anche sul merito delle specifiche misure. Con verbale n. 121, reso qualche ora più tardi nello stesso giorno, il CTS, leggo letteralmente: “dopo ampia analisi, condivide i provvedimenti previsti dal testo”, poi formulando alcune limitate osservazioni, che il Governo peraltro ha sostanzialmente recepito.

Peraltro, aggiungo che la ratio che ha ispirato le misure è coerente con il modello adottato per la fase di ripresa delle attività. Quel modello, vorrei ricordare, ha portato alla creazione di quattro classi di rischio: basso, medio-basso, medio-alto, alto; ed è basato su tre parametri: esposizione, prossimità, aggregazione. Come è noto, la riapertura progressiva delle attività ha interessato prima alcune classi di attività lavorative, poi quelle commerciali, e, infine, quelle che potremmo definire ludico-ricreative. Per questo, nel momento in cui siamo costretti a progressive restrizioni, dobbiamo inevitabilmente adottare i medesimi criteri, procedenti sempre, se vogliamo operare con coerenza, nel segno della adeguatezza e proporzionalità. Quindi, inevitabilmente dobbiamo adottare i medesimi criteri, procedendo a ritroso, a partire da quelle attività che presuppongono e determinano propensione alle relazioni sociali, anche, se non soprattutto, tra persone che si conoscono poco o addirittura sconosciute.

In particolare, l’intervento si è decisamente indirizzato con particolare severità a tre settori, come sapete: ristorazione serale, teatri, cinema e sale concerto, palestre e piscine, le cui attività vengono sospese. Sono, inoltre, sospese tutte le competizioni sportive, ad eccezione di quelle professionistiche a livello nazionale, senza pubblico, però; per ciò che concerne l’attività sportiva di base, rimane consentita solo quella non da contatto, e comunque al di fuori di palestre e piscine.

Entro la medesima logica si inscrive anche l’estensione del divieto di organizzare feste, anche con riferimento a quei festeggiamenti derivanti da cerimonie civili e religiose, che, come ricorderete, nel DPCM del 13 ottobre potevano essere svolte nel limite massimo di 30 persone. Così come si inscrive nel medesimo quadro la raccomandazione, con riguardo alle abitazioni private, di non ricevere persone diverse dai conviventi, salvo che per esigenze lavorative o situazioni di necessità ed urgenza. Ugualmente ispirata a una logica di contenimento delle occasioni di aggregazione e di incontro è la raccomandazione di non spostarsi, salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi.

Ecco che questo complessivo apparato di divieti, di sospensioni di attività, di raccomandazioni è stato oggetto di critiche, anche molto accese, da parte innanzitutto delle categorie interessate, ma anche da parte di molti cittadini che hanno espresso il loro dissenso anche con manifestazioni di protesta spontanea in alcune città. Ai soggetti coinvolti da tali scelte sono apparse in contraddizione con l’obbligo di adottare rigorosi protocolli di sicurezza che è stato, come ricorderete, uno dei presupposti che ha consentito, a partire dal mese di maggio, la progressiva riapertura delle attività. Però vorrei sul punto ribadire che la scelta di sospendere o ridurre temporaneamente le attività in alcuni settori non deriva dal mancato rispetto delle misure di sicurezza che, salvo eccezioni, sono state adottate anche con rigore, anche al prezzo di sacrifici e non trascurabili costi di organizzazione. Se siamo stati costretti ad una scelta così radicale e dolorosa, la causa risiede esclusivamente nell’esigenza di ridurre, in presenza di un contagio diffuso ed esponenziale, senza che possano identificarsi precisi e circoscrivibili focolai, le occasioni di socialità, ridurre le occasioni di relazione, soprattutto in quei contesti in cui è più facile che venga abbassata la guardia e, quindi, vengano allentate le indispensabili precauzioni del distanziamento e dell’uso dei dispositivi di protezione personale. Inoltre, la oggettiva difficoltà di assicurare sempre il rigoroso rispetto delle regole di distanziamento sui mezzi di trasporto, anche nelle ore di maggiore afflusso degli utenti, unito al mancato pieno utilizzo dei fondi messi a disposizione dal Governo alle Regioni per servizi aggiunti di trasporto locale – al momento risultano utilizzati 120 milioni sui 300 milioni messi a disposizione -, impongono di alleggerire la pressione sul trasporto pubblico e privato, limitandolo solo agli spostamenti di necessità ed evitando assembramenti alle fermate o all’interno dei mezzi. Ribadisco, quindi, che quelle attività non sono state sospese perché ritenute non essenziali. Si tratta di attività – ne siamo perfettamente consapevoli – pur sempre fondamentali per il benessere della persona, anche alla luce delle ormai consolidate acquisizioni mediche: c’è un benessere psicofisico integrale della persona, che presuppone la cura del corpo, ma anche il nutrimento dello spirito. La scelta discende esclusivamente dalla necessità, fondata su evidenze scientifiche – lo ripeto – di diradare il più possibile i contatti sociali, le interazioni tra le persone. Per lo stesso motivo, tra le misure contenute nell’ultimo DPCM, abbiamo previsto l’obbligo della didattica a distanza per una percentuale pari ad almeno il 75 per cento per le sole scuole secondarie di secondo grado. Anche questa misura ci è costata molto, soprattutto considerando l’intenso lavoro svolto nei mesi estivi per dotare la scuola di un sistema di prevenzione e di sicurezza tale da consentire la ripresa delle attività educative in presenza che, come ho ricordato nell’ultima informativa, costituisce un valore irrinunciabile. Analogamente risponde alla medesima ratio l’incentivazione nelle pubbliche amministrazioni allo smart working e alla differenziazione dell’orario di ingresso del personale e questa modalità di lavoro l’abbiamo fortemente raccomandata anche per il settore privato.

Permettetemi di soffermarmi adesso sulla misura con la quale abbiamo sospeso gli spettacoli nelle sale teatrali, da concerto, cinematografiche. Ho già avuto modo di affermarlo: questa scelta è tra le più dolorose. I protagonisti del mondo dello spettacolo – artisti, musicisti, autori, imprenditori, tecnici, lavoratori – stanno affrontando, ormai da molti mesi, enormi difficoltà, che aggravano una condizione di criticità strutturale, viste ormai le nuove tecnologie che rischiano di emarginare la tradizionale fruizione dei concerti e delle rappresentazioni teatrali e cinematografiche in sale aperte al pubblico. Purtroppo, gli stessi protocolli di sicurezza, seppure hanno offerto garanzie per evitare il contagio nelle sale, hanno fortemente limitato la presenza del pubblico contribuendo a un generale depauperamento del settore. Siamo peraltro consapevoli che il danno recato a questo settore deriva anche dalle modalità di organizzazione, che si basa su una programmazione, e non di breve periodo. Quindi, la chiusura interrompe attività sulle quali si era investito sotto il profilo delle risorse umane e finanziarie già da tempo, nella prospettiva di ricavi futuri. Né la medesima riapertura – che arriverà speriamo a breve – significa immediata ripartenza, considerata appunto l’esigenza di un’adeguata programmazione. Ma questa scelta ci pesa anche – se non di più – per il significato che la chiusura di questi luoghi implica per il loro valore sociale e culturale, quindi non solo economico. Sappiamo quanto in quegli spazi – teatri, cinema, sale da concerto – la persona nutra lo spirito, articoli la capacità di definire la propria identità, finanche la propria emotività. In quei luoghi si rafforza il sentimento di appartenenza ad una dimensione collettiva, si cementa anche la coesione sociale, che si alimenta della condivisione di quei valori di civiltà tanto più essenziali in un momento di crisi come quello che l’umanità sta attraversando. Il Governo è pertanto consapevole degli immani sacrifici richiesti a queste varie categorie di lavoratori e da subito si è posto in loro ascolto. Siamo estremamente sensibili alle manifestazioni di dissenso, protesta e frustrazione che si sono verificate in questi giorni in alcune città d’Italia: cittadini e lavoratori che esprimono pacificamente il proprio disagio, le proprie paure, che vedono minata la propria sicurezza economica, temono per il futuro delle proprie attività, del proprio lavoro. Per questo abbiamo ritenuto giusto confrontarci immediatamente con i rappresentanti delle categorie più penalizzate dalle nuove misure restrittive, al fine di spiegare loro le ragioni sottese a questi interventi e di annunciare le proposte di ristoro e di indennizzo individuate tempestivamente dal Governo. Consapevoli fin dall’inizio dell’impatto che queste restrizioni avrebbero avuto su un gran numero di attività commerciali, produttive, culturali, sportive e sui lavoratori impegnati in questi settori, il Governo ha infatti parallelamente predisposto adeguati strumenti di intervento a supporto di tali categorie, in continuità con l’operato del Governo che ha scelto da subito la strada del sostegno e del ristoro, per evitare che la crisi sanitaria si trasformasse repentinamente in crisi economica e sociale, acuendo squilibri preesistenti e anche – ne siamo consapevoli – generando nuove diseguaglianze. Rivendico questa come una decisa qualificante scelta di politica economica e sociale.

Il decreto-legge cosiddetto “Ristori”, ieri, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, è, quindi, ieri sera trasmesso anche qui al Parlamento, reca un insieme di interventi, che forniscono un sostegno immediato, consistente e aggiuntivo rispetto a quello predisposto all’inizio della pandemia e nei mesi scorsi. Il pacchetto di misure previste dal decreto-legge è complessivamente quantificabile in 5,4 miliardi di euro, in termini di indebitamento netto, e in 6,2 miliardi, in termini di saldo netto da finanziare. Innanzitutto, oltre 2 miliardi sono stati riservati a un nuovo contributo a fondo perduto per le attività dei comparti interessati dalle disposizioni del DPCM, con livelli di ristoro differenziati a seconda dell’intensità del danno economico subìto dalle categorie. Sono state individuate quattro fasce con diverse scale di coefficienti di ristoro: 100 per cento, 150 per cento, 200 per cento, sino al 400 per cento, con riferimento alle compensazioni già ricevute secondo quanto previsto dal cosiddetto “decreto-legge Rilancio”. Per quanto riguarda le modalità di erogazione, è previsto un doppio binario: coloro che, in precedenza, avevano presentato la domanda per la prima edizione del fondo perduto riceveranno – confidiamo già entro la metà di novembre – un bonifico da parte dell’Agenzia delle entrate sul conto corrente già indicato dal beneficiario; coloro che non avevano aderito o quanti non avevano potuto farlo – ricorderete che erano rimasti fuori coloro che vantano un fatturato superiore ai 5 milioni – dovranno invece presentare richiesta.

Il ristoro sarà corrisposto in modalità identiche – evidentemente più tardi, confidiamo entro la metà di dicembre – con una nuova procedura che sarà avviata già a metà novembre.

In aggiunta, per ulteriori sei settimane saranno rifinanziati la cassa integrazione ordinaria, l’assegno ordinario e la cassa integrazione in deroga, legati all’emergenza COVID-19. Contestualmente, il reddito di emergenza sarà riproposto, con due nuove tranche mensili, a partire da 400 euro, esigibili da tutti coloro che ne avevano già diritto e da chi nel mese di settembre ha percepito un reddito familiare inferiore al beneficio stesso.

A favore, poi, delle filiere dell’agricoltura, della pesca e dell’acquacoltura, è stato istituito un fondo da 100 milioni di euro, volto a concedere contributi a fondo perduto, anche qui, alle imprese del settore. Abbiamo, inoltre, stanziato un miliardo di euro a sostegno del mondo della cultura e del turismo. Significative risorse sono state stanziate in favore dei lavoratori del settore sportivo e delle associazioni e società sportive dilettantistiche.

Abbiamo predisposto, infine, un insieme di interventi volti a rafforzare ancor più la risposta sanitaria all’emergenza epidemiologica. Tra questi, sottolineo, sono stati stanziati 30 milioni di euro per favorire la somministrazione di tamponi rapidi presso i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta. E sono lieto di poter confermare che proprio ieri sono stati sottoscritti due specifici accordi collettivi, rispettivamente per i medici di medicina generale e per i pediatri di libera scelta, che consentiranno di rafforzare le attività di prevenzione, coinvolgendo questi stessi medici nell’attività di indagine epidemiologica: sarà molto importante per essere ancora più efficaci su questo fronte.

Occorre sottolineare che l’impegno del Governo italiano per il superamento della crisi da COVID si dispiega, fin dall’inizio della pandemia, anche in sede europea, multilaterale. Senza una risposta coordinata a livello dell’Unione europea e sul piano globale, nessuno Stato può, da solo, superare la crisi, sia sul piano sanitario, sia sul piano economico. L’attenzione dell’Unione europea rimane alta, tanto più a seguito della recrudescenza del COVID nel nostro continente in queste ultime settimane.

Ricordo anche le importanti conclusioni raggiunte durante il Consiglio europeo del 15-16 ottobre. Cito testualmente: “Il Consiglio europeo ha invitato Consiglio, Commissione e Stati membri a proseguire lo sforzo globale di coordinamento sulla base delle migliori conoscenze scientifiche disponibili, in particolare per quanto riguarda le norme di quarantena, il tracciamento transfrontaliero dei contatti, le strategie in materia di test, la valutazione congiunta dei metodi diagnostici, il riconoscimento reciproco dei test e la limitazione temporanea dei viaggi non essenziali verso l’Unione europea”. E ancora, sempre dalle conclusioni di quel Consiglio europeo, “Il Consiglio europeo ha ribadito la necessità di definire un solido processo di autorizzazione e di monitoraggio, creare capacità di vaccinazione nell’Unione europea, garantire un accesso ai vaccini equo e a prezzi abbordabili e ha incoraggiato l’ulteriore cooperazione a livello mondiale”. La competenza in materia di salute rimane nazionale, ma tutti i leader e i vertici delle istituzioni comunitarie hanno concordato, quindi, sulla necessità di un coordinamento efficace, che consenta di prevenire e superare criticità sul piano sanitario.

E proprio in quest’ottica, vedete, di condivisione e di coordinamento europeo, questo pomeriggio si farà un punto sulla situazione sanitaria in una videoconferenza con gli altri Capi di Stato e di Governo degli Stati membri dell’Unione europea, ovviamente con la partecipazione dei vertici delle istituzioni comunitarie. E in questa occasione, vi anticipo, la Presidente della Commissione europea, la von der Leyen, illustrerà il pacchetto di proposte e di misure di risposta alla pandemia COVID che l’Esecutivo comunitario ha adottato mercoledì 28 ottobre e che mira, appunto, a favorire un adeguato coordinamento continentale sul piano sanitario, in particolare sulle strategie di test e sul vaccino anti-COVID. A questa videoconferenza ne seguiranno anche altre, proprio perché nell’ultimo Consiglio europeo ci siamo detti e abbiamo concordato di scambiare informazioni costantemente e di confrontarci continuamente, in modo da proseguire uniti, per quanto possibile, nella strategia di contrasto della pandemia.

Io stesso ho suggerito, proprio in occasione dell’ultimo Consiglio europeo, che, affinché il coordinamento continentale sia davvero efficace, a questi scambi di vedute tra leader europei possano partecipare e contribuire, nella preparazione come nei seguiti, anche i Ministri della Salute. Quindi, il Ministro Speranza oggi sarà con me in videoconferenza, proprio perché i Ministri della Salute sono impegnati in prima linea sul piano tecnico.

La risposta sanitaria dell’Unione europea rimane intimamente collegata a quella economica: le due dimensioni non sono alternative, bensì complementari, sia sul piano nazionale che europeo. Rimane, pertanto, urgente una positiva conclusione del negoziato su Next Generation EU e sul nuovo quadro finanziario pluriennale, perché far partire al più presto i programmi e l’erogazione dei fondi europei, rappresenta un obbligo innanzitutto morale verso le decine di migliaia di vittime europee, verso i cittadini del nostro continente. L’Italia resta impegnata, a tal fine, in una intensa, serrata, azione politico-diplomatica, a tutto campo.

Mi avvio a conclusione. Il rinnovato impeto del virus ci pone di fronte a una nuova sfida, che non è meno minacciosa, come stiamo scoprendo, della prima battaglia che abbiamo combattuto la scorsa primavera; è una seconda sfida, che continua peraltro a investire tutto il mondo, con accresciuta intensità, anche l’Unione europea. Tutti i Paesi europei stanno affrontando l’urto drammatico di questa seconda ondata e stanno adottando misure via via più restrittive per il contenimento del contagio, molto simili a quanto disposto dal DPCM del 24 ottobre per piegare la curva del contagio. Ormai un po’ tutti i Paesi europei hanno introdotto misure restrittive, in alcuni casi anche più severe delle nostre, per proteggere la salute dei cittadini e le proprie economie.

Tutti i Governi europei, con i loro meriti e anche i loro demeriti, e questo riguarda anche il nostro Governo, stanno fronteggiando un nemico che oggi ci costringe a fare un passo indietro. Siamo, quindi, costretti a modificare alcune nostre abitudini di vita, alcuni nostri comportamenti. La scorsa settimana, il Presidente della Repubblica, Mattarella, ci ha ricordato che tutte le articolazioni dell’ordinamento democratico, per servire il benessere della società e lo sviluppo dei territori, sanno di dover operare sempre con spirito di unità e di coesione, consapevoli dei tanti interessi comuni.

Questo, se mi permettete, è veramente il momento di restare uniti, tanto più per le sofferenze , tanto più per le sofferenze economiche, i disagi psicologici, la rabbia, l’angoscia, la preoccupazione di tantissimi nostri concittadini. Ecco, per questo voglio ringraziare tutti coloro che hanno sostenuto i nostri sforzi, protesi a salvare tanto le vite umane quanto il tessuto produttivo del Paese, e tutti coloro che, pur nella legittima dialettica politica che caratterizza e deve poter caratterizzare una moderna democrazia, offrono e vogliono continuare a offrire un contributo costruttivo a questi nostri sforzi, protesi al bene e all’interesse del Paese.

Regna ancora grande incertezza, insicurezza, sulla fase che stiamo attraversando. Quel che possiamo assicurare è che il Governo ce la metterà tutta per mettere in sicurezza il Paese. E tutti noi componenti del Governo siamo consapevoli che dobbiamo impegnarci con la massima, massima determinazione, con tutte le nostre energie, per perseguire questo compito, per assolvere questo compito.

In particolare, siamo pienamente consapevoli che, come ebbe a scrivere Einstein, siamo qui non per noi ma per gli altri uomini , anzitutto per coloro dal cui sorriso e dal cui benessere dipende la nostra felicità, ma anche per quella moltitudine di sconosciuti alla cui sorte ci incatena un vincolo di simpatia”.