“Tutti noi avremmo voluto una legge quadro sul gioco d’azzardo; tutti noi avremmo voluto poter discutere su una legge nella sua struttura organica. Oggi, invece, con la Commissione d’inchiesta ci troviamo a intervenire in maniera chirurgica o comunque più simile al lavoro che fa un medico quando interviene su un corpo che considera già malato, infettato. Istituire una Commissione d’inchiesta, infatti, significa assumere già in premessa che ciò che c’è non va bene; significa assumere in premessa una visione in cui gli elementi di pericolosità di quello che in questo momento noi stiamo facendo sono insiti nella struttura stessa, quella che possiamo considerarel’infrastruttura del gioco d’azzardo”. La senatrice Paola Binetti (FIBP-UDC) interviene in Aula in merito all’istituzione di una Commissione di inchiesta sul gioco pubblico in Italia e sul contrasto al gioco irregolare.

“Molti colleghi intervenuti in dichiarazione di voto hanno invocato il ruolo del tutto ambiguo dello Stato, esercitato dal Governo attraverso il Ministero dell’economia e delle finanze, che a sua volta lo esercita attraverso l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, che a sua volta lo esercita attraverso i suoi concessionari, che a loro volta lo esercitano attraverso i gestori. Si tratta di una lunga filiera che comunque riconduce sempre al padre padrone che, nella dimensione dello Stato, del Governo, del MEF non è altri che colui che con l’Agenzia delle dogane e dei monopoli fa cassa sul gioco d’azzardo. Questa dimensione è stata citata da alcuni nel bene e da altri nel male; alcuni hanno sottolineato come dal gioco d’azzardo ci siano entrate significative per la fiscalità generale. Stiamo parlando di entrate che superano 14 miliardi; qualche anno fa erano quasi pari a una manovra finanziaria. Oggi non sappiamo più che cosa sarà una manovra finanziaria, quali saranno le sue dimensioni, probabilmente stratosferiche, ma c’è stato un periodo di tempo in cui dal gioco d’azzardo lo Stato ricavava energie importanti per la fiscalità generale e questo creava quel conflitto d’interessi che è la cosa più pericolosa del gioco d’azzardo, perché lo Stato non ha interesse a ridurlo; tutt’al più potrebbe avere un certo interesse a regolamentarlo, ma sempre senza ridurre il gettito fiscale di cui si avvale”.

“Questa è stata la nostra battaglia in anni precedenti: mettere su un piatto della bilancia ciò che il Governo incassava dal gioco d’azzardo e sull’altro piatto ciò che investiva per riparare i danni che il gioco d’azzardo aveva occasionato. E i danni c’erano, erano nella patologia. Abbiamo fatto di tutto per cambiare la definizione della diagnosi da ludopatia ad azzardopatia. La parola ludopatia, infatti, evoca sempre una dimensione di gioco: pensate alle ludoteche, gli spazi in cui si portano i bambini a giocare. Abbiamo fatto fatica a sostituire la ludopatia con l’azzardopatia, affinché fosse evidente la dimensione di azzardo.

Ma il Governo ha sempre concesso molto poco. Ce ne renderemo conto giovedì e venerdì, quando al Ministero della salute si cercherà di fare il punto sulla salute mentale. Vedremo allora quanto sono scarsi gli investimenti che si fanno, sotto tanti aspetti, anche per controllare il fenomeno drammatico delle dipendenze. La ludopatia è una dipendenza del tutto particolare, perché è senza materia: la dipendenza dall’alcool ha una materia, che è l’alcool (mi astengo dall’alcool); la dipendenza dal tabacco ha una materia, che il tabacco da fumo (mi astengo dal fumo); della dipendenza dalle droghe non ne parliamo nemmeno. Poco fa qualcuno dei colleghi ha invocato il fatto che in quest’Aula noi dovremmo parlare di liberalizzazione delle droghe, cioè di questa spaventosa dimensione che crea dipendenze di tutti i tipi, generi e specie, che a sua volta diventa una fonte di rischio altissimo.

Cosa fa lo Stato per affrontare la patologia? In che misura si fa carico, per esempio, dei lunghi processi di psicoterapia di cui ci sarebbe bisogno per spostare il centro dell’attenzione di queste persone dal gioco ad altri obiettivi, che riguardano l’affermazione di sé, la propria identità, l’autostima? Fa pochissimo o nulla. Non fa molto di più per nessun altro aspetto della salute mentale, ma su questo fronte preciso non fa nulla.

Sapete dove si curano le persone affette da azzardopatia? Nei centri di dipendenza, dove troviamo, prima di tutto, la dipendenza dall’alcool e dalle droghe; forse in questo momento cominciamo a trovare la dipendenza da internet (altro tipo di dipendenza sine materia) e anche la dipendenza dall’azzardo. Guardate che le quattro dipendenze che ho citato appartengono allo stesso soggetto. Oggi infatti la dipendenza è sempre una multi dipendenza. Questo modello di trattamento però, in certi aspetti, invece che una presa in carico del paziente in maniera multidimensionale, sembra creare aree di contagio e di contaminazione tali per cui una persona è soggetta, in virtù della propria fragilità, a contrarre dipendenza da qualunque oggetto che in quel momento sembri soddisfare la logica del desiderio.

Cosa fa lo Stato, che tanto incassa, per rimediare a questi rischi? E non ci sono solo i rischi della salute fisica e della salute mentale; ci sono anche tutti i rischi collegati a quell’impoverimento che è stato denunciato, descritto, quantificato da altri colleghi. Il giocatore, per definizione, è destinato a un processo di impoverimento. Abbiamo romanzi straordinari e bellissimi (non voglio citare ora quello di Dostoevskij, ma ce ne sono anche di più recenti) che descrivono questo demone, che di fatto comporta necessariamente l’impoverimento, non solo materiale – perché queste persone si giocano tutto – ma anche affettivo, perché gli stessi legami familiari si disgregano, viene meno la fiducia reciproca e ci si sente spogliati e derubati del proprio.

Questo impoverimento, in una dimensione e nell’altra, genera il rischio e la tentazione dell’usura. A Roma si chiamano “cravattari”, perché ti prendono per il collo; vai a chiedere una piccola risorsa economica per far fronte a un debito che poi ti salverà, perché tradurrai quella risorsa economica nella tentazione di giocare.

Sapete dove viene esaminato il tema della Commissione di inchiesta, all’interno del documento? È stato questo l’oggetto del mio stupore oggi in Commissione, mentre votavamo il parere al documento: all’articolo 3, comma 1, lettera g). Nell’intero documento, tutti i problemi che ho enunciato sono contenuti in tre righe. Questa è la volontà perversa di creare un danno senza una riparazione; il resto ruota sicuramente intorno alle dinamiche economiche che cerca di salvaguardare in tutti i modi. Qualunque vantaggio, ma senza riduzione del gettito, e nemmeno si affronta con tutta la serietà e il rigore necessario il tema del gioco illegale.

Signor Presidente, chiudo con una osservazione: peccato che dal momento in cui si formerà questa Commissione di inchiesta (mi auguro che si formi presto, ma accadrà comunque a ridosso della pausa estiva), essa avrà a malapena un anno di vita, per cui anche gli stanziamenti economici previsti fanno un po’ sorridere (i 25 milioni per quest’anno e i 70 milioni per gli anni successivi). Mi auguro che, al di là di quelle che possono sembrare chiacchiere, di fatto si abbia il coraggio di affrontare questa che possiamo considerare una moderna piaga della nostra società”.