soldi

L’Ufficio parlamentare di Bilancio “ritiene che non sia possibile validare le previsioni macroeconomiche relative al 2019” contenute nella nota di aggiornamento al Def, appena presentata dal governo.

Secondo l’Upb sono troppo ottimistiche le previsioni di crescita del Pil reale (1,5 per cento) e nominale (3,1 per cento): troppi i forti rischi al ribasso, dovuti in parte alle “deboli tendenze congiunturali di breve termine”, ma anche alle “turbolenze finanziarie”. Troppo ottimistiche anche le previsioni per gli anni successivi, aggiunge l’Upb, nonostante non sia tenuto a dare un giudizio anche sul biennio successivo.

L’ottimismo eccessivo del governo trascura anche i costi legati all’aumento dello spread: l’Upb calcola una maggiore spesa per interessi di 17 miliardi al 2021, corrispondenti a 0,9 punti percentuali di Pil. Forti dubbi anche sull’incidenza sul Pil degli investimenti che, osserva il presidente dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, Giuseppe Pisauro, nell’audizione sulla Nota al Def davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, dovrebbe aumentare dall’1,9 per cento del 2018 al 2,3 per cento nel 2021, “obiettivo certamente condivisibile ma particolarmente ambizioso se raffrontato all’andamento recente”.

L’Ufficio parlamentare di bilancio esprime una particolare preoccupazione per il mancato rispetto delle regole europee, e in particolare del Patto di stabilità e crescita, che potrebbe essere considerato “particolarmente grave” dalla Commissione Ue.

Le bocciature dell’Upb tuttavia non sono una novità: infatti nel 2016 neanche il Def firmato dall’allora ministro dell’Economia Padoan ottenne la validazione. Tuttavia, in quel caso Padoan tornò in Parlamento e, pur mantenendo la previsione di crescita, alla fine aumentò le stime del deficit, ottenendo a quel punto la validazione.

Giudizio negativo anche da parte della Banca d’Italia, che ipotizza un forte allungamento dei tempi di abbattimento del debito. Già a maggio, dice nel corso dell’audizione in Parlamento il vicedirettore Federico Signorini, “avevo fatto presente che ai tassi di interesse allora prevalenti sarebbe stato possibile ricondurre il peso del debito al di sotto del 100 per cento in circa dieci anni, purché si avviasse subito una convergenza dell’avanzo primario verso il 4 per cento del PIL, in assenza di shock di mercato. Se si ripetesse meccanicamente lo stesso esercizio utilizzando i tassi di oggi e ipotizzando una ripresa del consolidamento posticipata al 2022, come annunciato nella Nota, si vedrebbe che il tempo necessario per raggiungere lo stesso livello si allungherebbe, teoricamente, di altri sette od otto anni. La fiducia dei risparmiatori nella credibilità del processo di rientro rischierebbe di esserne intaccata”.

Dubbi infine sono stati avanzati anche dalla Corte dei Conti: “Interventi a favore dei trattamenti previdenziali e delle politiche di assistenza che puntino al contrasto della povertà devono essere adottati senza mettere a rischio la sostenibilità finanziaria del sistema”, ha detto il presidente Angelo Buscema, in riferimento a reddito e pensioni di cittadinanza da inserire in Manovra. Proprio in considerazione del debito pubblico così elevato, Buscema ha ricordato che “un indebolimento delle riforme che hanno contribuito ad una maggiore sostenibilità del nostro sistema non può non destare preoccupazione”.

Commenta su Facebook