Il Tar Lombardia ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Ministero dell’Interno – Questura di Milano per l’annullamento:

– dell’ordinanza di cessazione dell’attività di trasmissione dati inerenti scommesse a quota fissa su eventi sportivi in favore della società (…);

– del decreto di rigetto dell’istanza di rilascio dell’autorizzazione per l’attività di trasmissione dati inerenti scommesse a quota fissa su eventi sportivi in favore della società (…) (ex art. 88 T.U.L.P.S.), presuntivamente dichiarata irricevibile;

Per il Tar “Il ricorso è infondato; di seguito le motivazioni della sentenza, rese nella forma redazionale semplificata di cui all’art. 74 c.p.a.

2.1. Con l’ordinanza impugnata la Questura di Milano ha ordinato al ricorrente la cessazione immediata dell’attività non autorizzata di accettazione di scommesse svolta nei locali siti a Milano in via -OMISSIS- in quanto:

– nel corso di un controllo effettuato da personale di Polizia, all’interno dell’esercizio denominato “-OMISSIS-”, sito a Milano in via -OMISSIS-, è stata accertata l’attività di raccolta scommesse in mancanza della prescritta autorizzazione;

– il sig. -OMISSIS-, in data 1.8.2014, ha presentato istanza di rilascio dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività di trasmissione dati inerenti a scommesse a quota fissa su eventi sportivi in favore della società (…), tuttavia l’istanza è risultata priva della prescritta concessione e il sig. -OMISSIS- è allo stato privo della prescritta licenza di P.S. ex art. 88 TULPS, ai sensi del quale l’esercizio delle scommesse costituisce esclusivo appannaggio dei “soggetti concessionari o autorizzati da parte dei Ministeri o di altri enti ai quali la legge riserva la facoltà di organizzazione e gestione delle scommesse”, nonché dei “soggetti incaricati dal concessionario o dal titolare di autorizzazione in forza della stessa concessione o autorizzazione”;

– lo svolgimento dell’attività volta ad accettare o raccogliere o comunque favorire l’accettazione o in qualsiasi modo la raccolta, anche per via telefonica o telematica, di scommesse di qualsiasi genere da chiunque accettate in Italia o all’estero, privo di concessione, autorizzazione o licenza ai sensi dell’art. 88 TULPS, integra gli estremi del reato di cui all’art. 4 della l. n. 401/1989.

Con il gravato decreto, inoltre, la Questura ha ritenuto irricevibile l’istanza con la quale il sig. -OMISSIS- ha chiesto il rilascio dell’autorizzazione ai sensi dell’art. 88 TULPS, in quanto:

– in forza del principio di personalità delle autorizzazioni di Polizia, ex art. 8 TULPS, è indispensabile che l’aspirante titolare della licenza sia sempre in grado di garantire un’assidua opera di direzione e sorveglianza sull’andamento dell’attività da autorizzare e che, pertanto, al preventivo vaglio dell’Autorità di P.S. deve sottoporsi direttamente e personalmente l’allibratore, nella persona del legale rappresentante della (…), in grado di assumersi il c.d. rischio d’impresa, e non soggetti, come il sig. -OMISSIS-, privi di autonomia e rischio d’impresa;

– l’intermediario è inidoneo alla titolarità della licenza di polizia, in assenza di una struttura organizzativa che offra garanzie gestionali nell’esercizio del gioco e che presieda al corretto ed efficiente governo societario;

– l’attività di intermediazione, inoltre, è giuridicamente rilevante nel settore delle scommesse solo se svolta in nome e per conto di un soggetto concessionario autorizzato;

– l’istanza del sig. -OMISSIS-, pertanto, non è giuridicamente riconducibile all’attività di accettazione scommesse ex art. 88 TULPS.

2.2. Secondo la prospettazione di parte ricorrente:

– l’attività che l’interessato intende svolgere consiste nella trasmissione di dati relativi a proposte di scommesse su eventi sportivi in favore della società maltese (…), titolare di apposita licenza rilasciata dalla competente autorità di Malta, Lotteries & Gaming Authority (LGA);

– a tal fine il sig. -OMISSIS- ha presentato al Ministero per lo Sviluppo Economico dichiarazione ai sensi dell’art. 25 del d.lgs. n. 259/2003, per ottenere il rilascio dell’autorizzazione per l’attività di offerta al pubblico di reti e servizi di comunicazione elettronica nei locali sede dell’attività;

– a decorrere dalla presentazione della predetta dichiarazione (che costituirebbe segnalazione certificata di inizio di attività) il ricorrente era abilitato a iniziare l’attività e poiché, entro sessanta giorni da tale adempimento, il Ministero non ha adottato alcun provvedimento di divieto di prosecuzione dell’attività, sarebbe legittimato a svolgerla;

– il sig. -OMISSIS-, nell’ambito del rapporto contrattuale con (…), intende svolgere l’attività di Centro Trasmissione Dati (CTD): il CTD, operando in piena ed assoluta autonomia dal bookmaker maltese, si limita a offrire al pubblico (attraverso l’utilizzo di strutture tecnologiche e informatiche) servizi di connessione e trasmissione dati al fine di favorire la trasmissione della proposta di scommessa proveniente dal singolo scommettitore alla società di scommesse maltese, alla quale è riservato il potere discrezionale (e decisionale) di accettare o meno la proposta di scommesse alla stessa pervenuta;

– il CTD, quindi, rimane estraneo all’organizzazione e alla gestione delle scommesse, non può incidere sull’accettazione delle stesse e sulle modalità di gioco, né può modificare i dati, gli elementi e le istruzioni fornite ai giocatori da (…);

– il ricorrente, dunque, intende svolgere esclusivamente un servizio transfrontaliero di inoltro dati in favore di uno dei soggetti del rapporto, mentre la controparte contrattuale dello scommettitore è esclusivamente il bookmaker maltese;

– ciò posto, mentre per l’esercizio/gestione delle scommesse è necessario il rilascio dell’autorizzazione ex art. 88 TULPS, per lo svolgimento dell’attività di CED/CTD occorrerebbe, invece, la semplice autorizzazione all’uso di mezzi telematici per la trasmissione dei dati rilasciata dal Ministero competente ai sensi dell’art. 25 del d.lgs. n. 259/2003, atteso che il CTD non incide sull’organizzazione e gestione delle scommesse.

A sostegno delle proprie doglianze il ricorrente richiama:

– la giurisprudenza della Corte di Cassazione secondo cui l’attività svolta dai Centri trasmissione dati (come quella del ricorrente) deve essere equiparata alla raccolta di scommesse;

– la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE (c.d. sentenza Biasci del 12.9.2013, cause riunite C-660/11 e C-8/12) secondo cui l’attività transfrontaliera nel settore del gioco e delle scommesse non può essere impedita, in particolare, nel caso in cui vi è un contatto diretto tra il consumatore e l’operatore, cioè quando il contratto di scommessa interviene tra bookmaker e giocatore ed è possibile un controllo fisico per finalità di pubblica sicurezza degli intermediari dell’impresa presenti sul territorio (CED/CTD).

Il ricorrente, inoltre, lamenta che:

– la normativa italiana che disciplina le concessioni nel settore, come affermato dalla giurisprudenza, sia interna sia sovranazionale, presenta insanabili profili di contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento comunitario, oltre a risultare fortemente discriminatoria rispetto ai “nuovi entranti”, tra cui in particolare i bookmakers stabiliti in altri Paesi membri, titolari delle licenze ivi richieste;

– la Corte di Giustizia UE, con la sopra richiamata sentenza del 12.9.2013 (c.d. Biasci) avrebbe definitivamente legittimato l’attività dei CED/CTD che operano nel rispetto di tale pronuncia;

– l’art. 1, commi 643 e 644, della l. 23 dicembre 2014, n. 190, oltre ad aver riconosciuto implicitamente l’attività dei CC.TT.DD., ha previsto che il Questore può disporre la chiusura dell’esercizio o del punto di raccolta solo ove accerti l’insussistenza dei requisiti soggettivi in capo al titolare e/o legale rappresentante del centro;

– sia nel corpo dell’ordinanza di cessazione dell’attività, sia nel decreto di rigetto dell’istanza di p.s. non si fa menzione del profilo soggettivo del ricorrente;

– i provvedimenti impugnati, quindi, sono illegittimi e vanno annullati in quanto fondati unicamente sul difetto di concessione AAMS.

2.3. Le censure non colgono nel segno; al riguardo, è sufficiente osservare quanto segue.

2.3.1. Sono incontestati: i) per un verso, il fatto che la società (…), pur essendo titolare di apposita licenza rilasciata dalla competente autorità di Malta (Lotteries & Gaming Authority – LGA), risulta sprovvista sia della licenza ex art. 88 TULPS sia della concessione AAMS richiesta in Italia; ii) per altro verso, il fatto che nemmeno il ricorrente è titolare di concessione AAMS.

2.3.2. In materia, la Corte di Giustizia UE, nella sentenza del 12 settembre 2013, già richiamata da parte ricorrente, ha chiarito che:

– “gli articoli 43 CE e 49 CE devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale che imponga alle società interessate a esercitare attività collegate ai giochi d’azzardo l’obbligo di ottenere un’autorizzazione di polizia, in aggiunta a una concessione rilasciata dallo Stato al fine di esercitare simili attività, e che limiti il rilascio di una siffatta autorizzazione segnatamente ai richiedenti che già sono in possesso di una simile concessione”;

– “un sistema di concessioni può costituire un meccanismo efficace che consente di controllare coloro che operano nel settore dei giochi di azzardo allo scopo di prevenire l’esercizio di queste attività per fini criminali o fraudolenti”;

– “la condizione dell’autorizzazione di polizia in forza della quale coloro che operano in tale settore nonché i loro locali sono assoggettati ad un controllo iniziale e ad una sorveglianza continua … contribuisce chiaramente all’obiettivo mirante a evitare che questi operatori siano implicati in attività criminali o fraudolente e sembra una misura del tutto proporzionata a tale obiettivo”;

– “il fatto che un operatore debba disporre sia di una concessione sia di un’autorizzazione di polizia per poter accedere al mercato di cui trattasi non è, in sé, sproporzionata rispetto all’obiettivo perseguito dal legislatore nazionale, ossia quello della lotta alla criminalità collegata ai giochi d’azzardo”;

– “gli articoli 43 CE e 49 CE devono essere interpretati nel senso che, allo stato attuale del diritto dell’Unione, la circostanza che un operatore disponga, nello Stato membro in cui è stabilito, di un’autorizzazione che gli consente di offrire giochi d’azzardo non osta a che un altro Stato membro, nel rispetto degli obblighi posti dal diritto dell’Unione, subordini al possesso di un’autorizzazione rilasciata dalle proprie autorità la possibilità, per un tale operatore, di offrire siffatti servizi a consumatori che si trovino nel suo territorio”.

Con la richiamata pronuncia la Corte ha quindi concluso escludendo – allo stato attuale – l’esistenza di un “obbligo di mutuo riconoscimento delle autorizzazioni rilasciate dai vari Stati membri (v., in tal senso, sentenze dell’8 settembre 2010, Stoß e a., C-316/07, da C-358/07 a C- 360/07, C-409/07 e C-410/07, Racc. pag. I-8069, punto 112, nonché del 15 settembre 2011, Dickinger e Ömer, C-347/09, Racc. pag. I-8185, punti 96 e 99)”, “considerato l’ampio margine discrezionale degli Stati membri riguardo agli obiettivi che essi intendono perseguire ed al livello di tutela dei consumatori da essi ricercato e vista l’assenza di un’armonizzazione in materia di giochi d’azzardo”.

Da tali affermazioni la Corte ha desunto dunque, due ulteriori corollari:

– “ogni Stato membro conserva il diritto di subordinare la possibilità per gli operatori che intendano proporre giochi d’azzardo a consumatori che si trovino sul suo territorio al rilascio di un’autorizzazione da parte delle sue autorità competenti, senza che la circostanza che un operatore privato sia già titolare di un’autorizzazione rilasciata in un altro Stato membro possa esservi d’ostacolo (v. sentenza Stoß e a., cit., punto 113)”;

– “i vari Stati membri non dispongono necessariamente degli stessi mezzi tecnici per controllare i giochi d’azzardo e non compiono per forza le medesime scelte al riguardo. Il fatto che un particolare livello di tutela dei consumatori possa essere raggiunto in un determinato Stato membro, mediante l’applicazione di tecniche sofisticate di controllo e di sorveglianza, non consente di concludere che il medesimo livello di protezione possa essere raggiunto in altri Stati membri che non dispongano di questi mezzi tecnici o non abbiano fatto le medesime scelte. Inoltre, uno Stato membro può legittimamente scegliere di voler sorvegliare un’attività economica che si svolge nel suo territorio, ciò che sarebbe per esso impossibile qualora dovesse fidarsi dei controlli effettuati dalle autorità di un altro Stato membro mediante sistemi di regolazione cui esso non sovrintende in prima persona (v., in tal senso, sentenza Dickinger e Ömer, cit., punto 98)”.

2.3.3. Inoltre, la giurisprudenza nazionale (C.d.S., Sez. III, n. 5676/2013), da cui il Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi, ha affermato che il CTD non potrebbe in ogni caso svolgere l’attività per cui è stata chiesta l’autorizzazione, senza la qualificata presenza nel nostro ordinamento del soggetto nel cui interesse agisce.

Infatti, il sistema concessorio-autorizzatorio, vigente nel nostro ordinamento, la cui legittimità è stata confermata anche dalle Corti europee, riguarda unicamente operatori economici che intendano ‘organizzare e gestire’ nel territorio la parte del mercato nazionale delle scommesse dismessa dalle strutture pubbliche, e non lascia nessuno spazio per formule organizzatorie, che, separando le fasi della negoziazione, non consentano l’individuazione dell’effettivo radicamento giuridico del gestore reale nel mercato nazionale delle scommesse.

Invece con il meccanismo predisposto (attraverso un CTD intermediario, come nella fattispecie), ove lo Stato italiano lo consentisse, il reale gestore del mercato potrebbe svolgere la sua attività all’estero senza sottoporsi a controlli e verifiche, agendo attraverso l’intermediatore, rispetto al quale nessuna responsabilità sarebbe ipotizzabile, ingenerando incertezze presso gli stessi scommettitori.

Anzi, tale incertezza costituisce di per sé un valido e sufficiente motivo di ordine pubblico per denegare l’autorizzazione.

2.3.4. Peraltro, anche la giurisprudenza penale si è orientata nel senso di ritenere che integra il reato previsto dall’art. 4 della l. 13 dicembre 1989, n. 401, la raccolta di scommesse su eventi sportivi da parte di un soggetto che compia attività di intermediazione per conto di un allibratore straniero privo di concessione (Cassazione penale, Sez. III, 20 luglio/30 agosto 2017, n. 39561).

2.3.5. Orbene, applicando alla fattispecie di cui è causa le coordinate giurisprudenziali appena richiamate, risulta evidente che l’operato della Questura è immune dalle censure dedotte, essendo chiaro che il ricorrente non è legittimato a svolgere l’attività di intermediario per la raccolta di scommesse da parte di un allibratore straniero sprovvisto della necessaria concessione AAMS e della licenza ex art. 88 TULPS.

Le censure, pertanto, vanno tutte respinte.

2.4. In ragione delle suesposte considerazioni, il ricorso è infondato e deve essere respinto.

Le spese del giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono il criterio della soccombenza, come di norma.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge”.

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Sempre sulla stessa linea un’altra sentenza da parte del Tar Lombardia sul ricorso presentato contro Ministero Ministero dell’Interno – Questura di Milano per l’annullamento:

– del Decreto del Questore di Milano con il quale è stata respinta l’istanza di rilascio dell’autorizzazione ai sensi degli artt. 11, 88, 92 e 131 TULPS, per lo svolgimento di servizi transfrontalieri di trasmissione dati inerenti a proposte negoziali di scommessa, per conto della società (…), all’interno dei locali siti in -OMISSIS-;

1. Il ricorrente ha impugnato i provvedimenti indicati in epigrafe, tra cui, in particolare, il decreto con il quale il Questore di Milano ha ritenuto irricevibile l’istanza volta al rilascio dell’autorizzazione ai fini dello svolgimento dei servizi transfrontalieri di trasmissione dati inerenti a proposte negoziali di scommessa, all’interno dei locali siti a -OMISSIS-, per conto della società (…).

Il ricorso è stato affidato ai seguenti motivi:

1) violazione e falsa applicazione degli artt. 11 e 117 Cost.; violazione e falsa applicazione degli artt. 4.3, 49 e 56 TFUE, come interpretati dalla Corte di Giustizia UE nelle sentenze “Gambelli” (C-243/01), “Placanica” (C-338/04, C-359/04 e C-360/04) e Costa-Cifone (C-72 e C-77 del 2012); eccesso di potere per ingiustizia manifesta;

2) violazione e falsa applicazione degli artt. 3, 11, 41 e 117 Cost.; violazione e falsa applicazione degli artt. 4.3, 49 e 56 TFUE; “nuova gara ai sensi del d.l. 16/2012, sentenza del Consiglio di Stato del 20.8.2013”;

3) violazione e falsa applicazione degli artt. 11, 12 e 88 TULPS; travisamento dei fatti;

4) violazione dell’art. 3 Cost.; violazione e falsa applicazione degli artt. 8, 11, 12, 88, 92 e 131 TULPS; travisamento dei fatti;

5) richiesta di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia UE ai sensi dell’art. 267 TFUE con riguardo ai seguenti quesiti:

I) se il diritto dell’Unione – e segnatamente gli artt. 49 ss. e 56 ss. TFUE, così come interpretati dalla CGUE nelle sentenze Gambelli, Placanica e Costa-Cifone, nonché i principi comunitari dell’effetto utile, di effettività e del primato – debba essere interpretato nel senso che osta ad una normativa nazionale, del tipo di quella prevista in Italia dall’art. 88 TULPS, che stabilisca che la licenza di polizia per l’esercizio delle scommesse possa essere rilasciata esclusivamente ai titolari della concessione governativa e non anche ai soggetti, titolari di adeguata abilitazione nel loro Paese di stabilimento, che non abbiano potuto ottenere detta concessione a causa del rifiuto dello Stato membro, in violazione del diritto comunitario;

II) se gli artt. 49 ss. e 56 ss. TFUE e i principi di non discriminazione, trasparenza, libertà di concorrenza, proporzionalità ed effettività debbano essere interpretati nel senso che ostano ad un sistema di regolamentazione dei giochi pubblici, del tipo di quello vigente nella Repubblica Italiana che, per rimediare all’illegittima esclusione di un operatore da una precedente gara in contrasto con il diritto dell’Unione (cfr. sentenze Placanica e Costa-Cifone), puramente e semplicemente proroga delle vecchie concessioni di durata anche ultradecennale (le cui procedure di assegnazione erano già state dichiarate contrarie al diritto UE dalla CGUE), ne mette a gara di nuove della durata di soli tre anni (artt. 10, commi 9-octies e 9-novies del d.l. n. 16/2012 e relativi atti attuativi) ed impone ai partecipanti dei requisiti e degli obblighi eccessivamente gravosi non richiesti ai precedenti concessionari, rendendo per i nuovi entranti estremamente difficile e diseconomico l’esercizio delle nuove concessioni in caso di aggiudicazione;

III) se gli artt. 4.3 TUE, 49 ss. e 56 ss. TFUE e i principi di leale cooperazione, effettività, trasparenza, non discriminazione e concorrenza debbano essere interpretati nel senso che essi ostano ad un sistema di regolamentazione dei giochi pubblici, del tipo di quello vigente nella Repubblica Italiana, caratterizzato dalla assegnazione di un rilevante numero di nuove concessioni, secondo un bando del tipo di quello indetto ai sensi dell’art. 10, comma 9-octies, del d.l. n. 16/2012;

IV) se il principio di effettività e l’art. 19, n.1, comma 2, TUE debbano essere interpretati nel senso che ostano ad un bando di gara e ai relativi atti, come quelli della Repubblica Italiana che formano oggetto della causa principale che prevedono i requisiti sopra descritti, i quali rendono impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio delle libertà fondamentali di prestazione dei servizi e/o di stabilimento da parte di un operatore di un altro Stato membro, obbligandolo ad esporsi a procedimenti amministrativi e penali e alle relative sanzioni (ivi compreso l’incameramento delle garanzie prestate e la cessione a titolo gratuito della rete) che ne possono derivare, quale unica via per far valere i propri diritti rivenienti dall’ordinamento dell’Unione.

Il ricorrente ha anche formulato domanda di risarcimento dei danni asseritamente subiti a causa del provvedimenti impugnati.

Per il Tar “Il ricorso è infondato; di seguito le motivazioni della sentenza, rese nella forma redazionale semplificata ex art. 74 c.p.a.

2.1. Sono incontestati: i) per un verso, il fatto che la società (…), pur essendo titolare di apposita licenza rilasciata dalla competente autorità di Malta, risulta sprovvista sia della licenza ex art. 88 TULPS sia della concessione AAMS richiesta in Italia; ii) per altro verso, il fatto che nemmeno il ricorrente è titolare di concessione AAMS.

2.2. In materia, la Corte di Giustizia UE, nella sentenza del 12 settembre 2013, cause riunite C-660/11 e C-8/12 (c.d. sentenza Biasci del 12.9.2013), ha chiarito che:

– “gli articoli 43 CE e 49 CE devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale che imponga alle società interessate a esercitare attività collegate ai giochi d’azzardo l’obbligo di ottenere un’autorizzazione di polizia, in aggiunta a una concessione rilasciata dallo Stato al fine di esercitare simili attività, e che limiti il rilascio di una siffatta autorizzazione segnatamente ai richiedenti che già sono in possesso di una simile concessione”;

– “un sistema di concessioni può costituire un meccanismo efficace che consente di controllare coloro che operano nel settore dei giochi di azzardo allo scopo di prevenire l’esercizio di queste attività per fini criminali o fraudolenti”;

– “la condizione dell’autorizzazione di polizia in forza della quale coloro che operano in tale settore nonché i loro locali sono assoggettati ad un controllo iniziale e ad una sorveglianza continua … contribuisce chiaramente all’obiettivo mirante a evitare che questi operatori siano implicati in attività criminali o fraudolente e sembra una misura del tutto proporzionata a tale obiettivo”;

– “il fatto che un operatore debba disporre sia di una concessione sia di un’autorizzazione di polizia per poter accedere al mercato di cui trattasi non è, in sé, sproporzionata rispetto all’obiettivo perseguito dal legislatore nazionale, ossia quello della lotta alla criminalità collegata ai giochi d’azzardo”;

– “gli articoli 43 CE e 49 CE devono essere interpretati nel senso che, allo stato attuale del diritto dell’Unione, la circostanza che un operatore disponga, nello Stato membro in cui è stabilito, di un’autorizzazione che gli consente di offrire giochi d’azzardo non osta a che un altro Stato membro, nel rispetto degli obblighi posti dal diritto dell’Unione, subordini al possesso di un’autorizzazione rilasciata dalle proprie autorità la possibilità, per un tale operatore, di offrire siffatti servizi a consumatori che si trovino nel suo territorio”.

Con la richiamata pronuncia la Corte ha quindi concluso escludendo – allo stato attuale – l’esistenza di un “obbligo di mutuo riconoscimento delle autorizzazioni rilasciate dai vari Stati membri (v., in tal senso, sentenze dell’8 settembre 2010, Stoß e a., C-316/07, da C-358/07 a C- 360/07, C-409/07 e C-410/07, Racc. pag. I-8069, punto 112, nonché del 15 settembre 2011, Dickinger e Ömer, C-347/09, Racc. pag. I-8185, punti 96 e 99)”, “considerato l’ampio margine discrezionale degli Stati membri riguardo agli obiettivi che essi intendono perseguire ed al livello di tutela dei consumatori da essi ricercato e vista l’assenza di un’armonizzazione in materia di giochi d’azzardo”.

Da tali affermazioni la Corte ha desunto, dunque, due ulteriori corollari:

– “ogni Stato membro conserva il diritto di subordinare la possibilità per gli operatori che intendano proporre giochi d’azzardo a consumatori che si trovino sul suo territorio al rilascio di un’autorizzazione da parte delle sue autorità competenti, senza che la circostanza che un operatore privato sia già titolare di un’autorizzazione rilasciata in un altro Stato membro possa esservi d’ostacolo (v. sentenza Stoß e a., cit., punto 113)”;

– “i vari Stati membri non dispongono necessariamente degli stessi mezzi tecnici per controllare i giochi d’azzardo e non compiono per forza le medesime scelte al riguardo. Il fatto che un particolare livello di tutela dei consumatori possa essere raggiunto in un determinato Stato membro, mediante l’applicazione di tecniche sofisticate di controllo e di sorveglianza, non consente di concludere che il medesimo livello di protezione possa essere raggiunto in altri Stati membri che non dispongano di questi mezzi tecnici o non abbiano fatto le medesime scelte. Inoltre, uno Stato membro può legittimamente scegliere di voler sorvegliare un’attività economica che si svolge nel suo territorio, ciò che sarebbe per esso impossibile qualora dovesse fidarsi dei controlli effettuati dalle autorità di un altro Stato membro mediante sistemi di regolazione cui esso non sovrintende in prima persona (v., in tal senso, sentenza Dickinger e Ömer, cit., punto 98)”.

2.3. Inoltre, la giurisprudenza nazionale (C.d.S., Sez. III, n. 5676/2013), da cui il Collegio non ravvisa ragioni per discostarsi, ha affermato che il Centro di Trasmissione Dati (CTD) – come quello attraverso il quale, nella fattispecie, il ricorrente vorrebbe fungere da intermediario per la raccolta di scommesse da parte della società maltese – non potrebbe in ogni caso svolgere l’attività per cui è stata chiesta l’autorizzazione, senza la qualificata presenza nel nostro ordinamento del soggetto nel cui interesse agisce.

Infatti, il sistema concessorio-autorizzatorio, vigente nel nostro ordinamento, la cui legittimità è stata confermata anche dalle Corti europee, riguarda unicamente operatori economici che intendano ‘organizzare e gestire’ nel territorio la parte del mercato nazionale delle scommesse dismessa dalle strutture pubbliche, e non lascia nessuno spazio per formule organizzatorie, che, separando le fasi della negoziazione, non consentano l’individuazione dell’effettivo radicamento giuridico del gestore reale nel mercato nazionale delle scommesse.

Invece con il meccanismo predisposto (attraverso un CTD intermediario, come nella fattispecie), ove lo Stato italiano lo consentisse, il reale gestore del mercato potrebbe svolgere la sua attività all’estero senza sottoporsi a controlli e verifiche, agendo attraverso l’intermediatore, rispetto al quale nessuna responsabilità sarebbe ipotizzabile, ingenerando incertezze presso gli stessi scommettitori.

Anzi, tale incertezza costituisce di per sé un valido e sufficiente motivo di ordine pubblico per denegare l’autorizzazione.

2.4. Peraltro, anche la giurisprudenza penale si è orientata nel senso di ritenere che integra il reato previsto dall’art. 4 della l. 13 dicembre 1989, n. 401, la raccolta di scommesse su eventi sportivi da parte di un soggetto che compia attività di intermediazione per conto di un allibratore straniero privo di concessione (Cassazione penale, Sez. III, 20 luglio/30 agosto 2017, n. 39561).

2.5. Orbene, applicando alla fattispecie di cui è causa le coordinate giurisprudenziali appena richiamate, risulta evidente che l’operato della Questura è immune dalle censure dedotte, essendo chiaro che il ricorrente non è legittimato a svolgere l’attività di intermediario per la raccolta di scommesse da parte di un allibratore straniero sprovvisto della necessaria concessione AAMS e della licenza ex art. 88 TULPS.

Le censure, pertanto, vanno tutte respinte; inoltre, alla luce dei principi enunciati dalla Corte di Giustizia UE nella richiamata pronuncia del 12 settembre 2013, va parimenti rigettata la richiesta di rinvio alla Corte dei quesiti pregiudiziali formulati dal ricorrente.

2.6. In ragione delle suesposte considerazioni, il ricorso è infondato e deve essere respinto.

Le spese del giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono il criterio della soccombenza, come di norma.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge”.