tribunale

Il Tar Emilia Romagna ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato da un’attività contro il Ministero dell’Interno in cui si chiedeva l’annullamento del diniego rilascio licenza di pubblica sicurezza per l’esercizio dell’attività di trasmissione telematica ed elaborazione dati.

“Con istanza del 20 agosto 2015 il ricorrente, nella qualità di titolare della propria impresa individuale, presentava alla Questura di Parma istanza di rilascio dell’autorizzazione di polizia ex art. 88 del R.D. n. 773/1931 (TULPS) per l’esercizio di un Centro Trasmissione Dati (CTD) “inerente scommesse a quota fissa” per conto dell’allibratore estero (…), operante in virtù di titoli abilitativi rilasciati dalle competenti autorità dei Paesi in cui ha sede (Austria e Malta).

A sostegno dell’istanza, parte ricorrente allegava di operare in favore della citata società estera in forza di un “contratto di servizi telematici” che lo impegnava a svolgere “servizi transfrontalieri di trasmissione dati inerenti a dichiarazioni negoziali di giocate” (v. dichiarazione del 19 agosto 2015, allegata all’istanza di licenza).

La Questura, con nota del 7 ottobre 2015 comunicava al ricorrente ex art. 6 e 10 bis della L. n. 241/1990 e art. 3 del D.M. n. 284/1993, i motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza assegnando un termine per le controdeduzioni del caso.

In assenza di apporti partecipativi del ricorrente, l’Amministrazione negava l’autorizzazione richiesta con decreto del 12 novembre 2015 che il ricorrente impugnava con il presente ricorso deducendo una pluralità di profili di illegittimità, anche comunitaria e costituzionale.

L’Amministrazione si costituiva in giudizio sostenendo la legittimità del proprio operato.

All’esito della pubblica udienza del 20 novembre 2019, la causa veniva decisa.

Il ricorrente, in sintesi, censura il diniego opposto dalla Questura affermando che il titolo abilitativo “di indole pubblicistica” rilasciato al partner estero da uno Stato membro dell’Unione europea, ne attesterebbe di per sé il possesso dei requisiti di ordine generale, di idoneità professionale e di capacità economica e finanziaria di cui agli artt. 38, 39 e 42 del D. Lgs. n. 163/2006 e, quindi, lo legittimerebbe allo svolgimento della propria attività in territorio italiano.

Sulla base di tali premesse il ricorrente afferma che l’esercizio di un servizio “on-line” consistente nella sola trasmissione di dati mediante strumenti telematici “senza la possibilità di incidere sull’organizzazione della scommessa, sull’accettazione o sulle modalità del gioco né potrà modificare i dati, gli elementi e le istruzioni fornite da (…)” (pag. 3 del ricorso), non potrebbe che essere autorizzato dall’Amministrazione.

Ciò premesso, con il primo motivo il ricorrente deduce l’illegittimità del diniego per vizi di natura formale allegando la violazione degli articoli 3, 7, 8, 10 e 10 bis della L. n. 241/1990, ed eccesso di potere sotto svariati profili, lamentando la lesione del proprio diritto alla partecipazione al procedimento.

Con il medesimo capo di impugnazione allega, inoltre, che l’Amministrazione avrebbe omesso di comunicare preventivamene le ragioni per le quali si sarebbe determinata negativamente in violazione dall’art. 10 bis della L. n. 241/1990 e che avrebbe supportato il diniego adottato con una motivazione stereotipata contenente unicamente riferimenti normativi.

La censura è manifestamente infondata.

Come anticipato, l’Amministrazione provvedeva alla “comunicazione ex art. 6 e 10 bis L. 242/90 e s.m.i. e art 3 D.M. 284/1993 e s.m.i.” con atto datato 7 ottobre 2015 che conteneva, sia pur esposti sinteticamente, tutti gli articolati motivazionali sviluppati in forma più estesa nel provvedimento definitivo in questa sede impugnato.

La allegata mancata partecipazione alla fase procedimentale preordinata all’adozione del provvedimento finale dipendeva, come anticipato, dalla scelta dello stesso ricorrente di non controdedurre nel termine allo scopo assegnato.

Parimenti infondato è il dedotto difetto di motivazione che è smentito dagli esaustivi contenuti del diniego impugnato, esplicativi dei principi sui quali si fonda il vigente sistema concessorio in tema di giuochi e scommesse.

Basti, a tal proposito richiamare le premesse del diniego nelle quali, fra le altre argomentazioni, si precisa:

– che il contratto sottoscritto dal ricorrente con la (…), in virtù del quale sarebbe la società estera a assumere la gestione, organizzazione promozione del contratto di scommessa in tutti i suoi aspetti, in piena autonomia e a proprio rischio, non riveste rilievo pubblicistico restando limitato alla disciplina dei rapporti inter partes;

– che l’attività di scommessa è autorizzabile unicamente se svolta da concessionari o titolari di autorizzazione o da soggetti da questi incaricati in forza del medesimo titolo;

– che la legittimità del regime concessorio vigente trova conferma nella giurisprudenza, anche comunitaria;

– che tanto la giurisprudenza nazionale quanto quella comunitaria sono concordi nel ritenere che lo specifico settore non sarebbe “armonizzato” come comproverebbe la specifica esclusione della materia specificata nella Direttiva Bolkestein;

– che fra Italia e Malta e fra Italia e Austria non esistono accordi bilaterali di riconoscimento dei titoli abilitativi in questione;

– che la materia è soggetta a riserva statale in ragione della sensibilità degli interessi intercettati dall’attività di giuoco e scommesse;

– che i rapporti fra allibratori esteri non stabiliti in Italia e i CED presenti sul territorio nazionale sono riconducibili all’attività di mediazione ex art. 1754 c.c. consistente nel mettere “in relazione due o più parti per la conclusione di un affare, senza essere legato ad alcuna di esse da rapporti di collaborazione, di dipendenza o di rappresentanza”, con la conseguenza che, sotto un primo profilo, il contratto si perfezionerebbe nel luogo (nel caso di specie, estero) ove il proponente acquisisce notizia dell’accettazione della proposta contrattuale; sotto altro profilo, che l’unico soggetto operante sul territorio nazionale (il CED), stante il difetto di autonomia gestionale e organizzativa in ordine alla raccolta delle scommesse, si troverebbe ad essere esonerato da responsabilità che, invece, farebbero capo ad un soggetto straniero non assoggettabile ai controlli e alle verifiche cui sono sottoposti i titolari di licenze di polizia;

– che la raccolta a distanza prevede il divieto di intermediazione da parte di soggetti terzi;

– che il regime concessorio vigente trova, altresì, base normativa nell’art. 14, comma 1, della L. n. 23/2014 laddove dispone che “il Governo e’ delegato ad attuare, con i decreti legislativi di cui all’articolo 1, il riordino delle disposizioni vigenti in materia di giochi pubblici, riordinando tutte le norme in vigore in un codice delle disposizioni sui giochi, fermo restando il modello organizzativo fondato sul regime concessorio e autorizzatorio, in quanto indispensabile per la tutela della fede, dell’ordine e della sicurezza pubblici, per il contemperamento degli interessi erariali con quelli locali e con quelli generali in materia di salute pubblica, per la prevenzione del riciclaggio dei proventi di attività criminose, nonché’ per garantire il regolare afflusso del prelievo tributario gravante sui giochi”.

Considerazioni che, come si preciserà, sono conformi al vigente contesto normativo e ai più recenti arresti giurisprudenziali, non solo nazionali.

Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione degli articoli 11, 12, 86, 88, 92 e 131 del R.D. n. 773/1931 (T.U.L.P.S.); dell’articolo 4 della legge n. 401/1989; degli articoli 43 e 49 Trattato CE 25 marzo 1957 n. 1 nonché, eccesso di potere per carenza di motivazione, difetto di adeguata istruttoria, travisamento dei fatti, illogicità manifesta e sviamento di potere.

Afferma a tal proposito che l’Amministrazione avrebbe basato il diniego impugnato sulle sole previsioni di cui all’art. 88 del R.D. n. 773/.1931 che disciplinano il rilascio delle licenza di pubblica sicurezza per l’esercizio delle scommesse, senza considerare che detta norma non esaurirebbe l’intera disciplina ordinaria in tema di istanze avanzate da “soggetti concessionari o autorizzati da parte di Ministeri o di altri enti ai quali la legge riserva la facoltà di organizzazione e gestione delle scommesse, nonché a soggetti incaricati dal concessionario o dal titolare di autorizzazione in forza della stessa concessione o autorizzazione“.

A sostegno del rilievo, il ricorrente allega che la Corte di Giustizia europea avrebbe da tempo ricondotto l’attività di trasmissione dati nell’ambito del concetto di servizi (sentenza del 24 marzo 1994, emessa nel procedimento c-275/92 Her Majesty’s CustomSchindler) e che la costituzione di barriere normative all’accesso al settore in questione avrebbe già determinato l’avvio di procedure di infrazione a carico del nostro Paese (ricorso ex art. 226, comma 2, del Trattato CE, con il quale la Commissione adiva la Corte di Giustizia: causa C-260/04).

La Corte avrebbe, inoltre, affermato l’illegittimità dei divieti, anche penalmente sanzionati, allo svolgimento di attività di raccolta, accettazione, prenotazione e trasmissione di proposte di scommessa, relative, in particolare, ad eventi sportivi in assenza di concessione o autorizzazione rilasciata dallo Stato membro interessato poiché ritenuti essere violativi dei principi di libertà di stabilimento ed alla libera prestazione dei servizi [C-124/97 (Laara), C-67/98 (Zenatti), C-243/01 Gambelli ed altri), procedimenti riuniti C 338/04, C 359/04 e C 360/04 Placanica, Palazzese e Sorricchio); C-72/10 (Costa), C¬77/10 (Cafone), C-413/10 (Putignani) e C-660/11-C-8-12 (Biasci)].

Evidenzia ulteriormente che le disposizioni del Trattato UE di immediata applicabilità vigono all’interno degli Stati membri prevalendo su eventuali disposizioni normative interne incompatibili.

Allega, altresì, che anche la giurisprudenza amministrativa avrebbe riconosciuto la riconducibilità dell’attività in questione nell’ambito dei “giochi leciti” di cui all’art. 86 del TULPS (TAR Sicilia, Catania, Sez. III, 15 maggio 2000, n. 928) con conseguente possibilità di svolgere l’attività anche in forma non organizzata e senza che debba necessariamente svolgersi “sotto il controllo della P.A.” (pag. 9 del ricorso) “purché accompagnata dal soddisfacimento delle esigenze dell’ordine e della sicurezza pubblica, la cui sussistenza o meno è adeguatamente valutata dalla Autorità di P.S., tenuto conto in primis del possesso, da parte del titolare, dei requisiti specificatamente indicati dalla stessa legge di P.S.” (TAR Catania n. 928, cit.)

In ossequio a tale principio sarebbe stata ripetutamente riconosciuta l’illegittimità del diniego di autorizzazione opposto a gestori di un centro di trasmissione dati “affiliato ad un bookmaker comunitario”.

Espone, infine, che il regime monopolistico di cui all’art. 88 del TULPS si riferirebbe a quelle tipologie di giuoco quali concorsi pronostici e lotterie istituiti e disciplinati con atto interno la cui diffusione sia ontologicamente incompatibile con la circolarità transfrontaliera di servizi tutelata dal Trattato CE”.

In ipotesi, come nel caso di specie, di attività limitate ad un mero servizio di trasmissione dati per conto di un concessionario di altro Stato comunitario il settore non sarebbe attratto nel regime concessorio, bensì, in quello autorizzatorio previsto dal TULPS. al solo fine di verificare, anche nel territorio italiano, “il rispetto delle norme di ordine e sicurezza pubblica proprie dell’esercizio di ogni attività economica resa presso un esercizio commerciale” (pag. 13 del ricorso).

Con il terzo motivo, che può essere scrutinato congiuntamente al secondo stante l’omogeneità delle censure formulate, il ricorrente deduce la violazione degli articoli 11, 12, 86, 88, 92 e 131 del R.D. n. 773/1931(T.U.L.P.S.); dell’articolo 4 della legge n. 401/1989 e degli articoli 43 e 49 Trattato CE 25 marzo 1957 n. 1 (in relazione all’articolo 1 della legge 7 agosto 1990, n. 241), nonché, eccesso di potere per difetto di istruttoria e travisamento dei fatti.

Espone a tal proposito che l’art. 1 della L. n. 241/1990, nel testo novellato con L. n. 15/2005, accosterebbe “i principi comunitari a quelli tipici della P.A. (trasparenza; efficacia, pubblicità ed economicità) come espressione di regole di rango costituzionale (articolo 97)” (pag. 14 del ricorso).

Ne conseguirebbe che le “norme interne devono essere applicate dalla Questura in armonia con i principi comunitari, con il conseguente evidente vizio che inficia il provvedimento gravato” o, in alternativa, qualora la norma interna si ponga quale ostacolo alla realizzazione delle proprie legittime aspettative (esercizio dell’attività di trasmissione dati per conto della (…)) gli atti di causa dovrebbero essere rimessi presso la Corte di Giustizia “ai sensi dell’articoli 258 e 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea ai fini di verificare la compatibilità degli articoli 11, 12, 86, 88, 92 e. 131 del R.D. n. 773/1931 (T.U.L.P.S.) con gli articoli 10, 31, 43-55, 86, del Trattato CE (oggi, rispettivamente 37, 49-54, 56-62, 106 del TFLTE)” (pag. 15 del ricorso).

Ciò perché l’attività in questione, nonostante il “penetrante controllo dei pubblici poteri” per esigenze di “tutela sociale” manterrebbe, per il ricorrente, il proprio carattere di attività imprenditoriale.

I suesposte profili di censura, sui quali la giurisprudenza si è già ripetutamente espressa, sono infondati.

Preliminarmente si evidenzia che, a norma dell’art. 88 del TULPS “la licenza per l’esercizio delle scommesse può essere concessa esclusivamente a soggetti concessionari o autorizzati da parte di Ministeri o di altri enti ai quali la legge riserva la facoltà di organizzazione e gestione delle scommesse, nonché a soggetti incaricati dal concessionario o dal titolare di autorizzazione in forza della stessa concessione o autorizzazione”.

In coerenza con il richiamo dato normativo, anche l’attività di mera raccolta a trasmissione dati per conto terzi non può che essere assentita solo in favore di un soggetto abilitato in forza di un titolo che promani dalle autorità nazionali, escludendo la possibilità di far valere titoli rilasciati da autorità estere.

La giurisprudenza, come anticipato, si è già espressa circa la specifica questione rilevando che “il sistema concessorio-autorizzatorio, nell’ipotesi in cui l’amministrazione dello Stato italiano intenda affidare al mercato tutto o parte del settore delle scommesse, è interamente costruito intorno al soggetto che effettivamente abbia il potere di organizzare e gestire il flusso delle scommesse medesime. (…) l’incaricato deve comunque derivare il potere gestorio, quale che sia, da un soggetto concessionario (…) l’astratta abilitazione a gestire un segmento del sistema scommettitorio può costituire solo fonte di pericolo per l’ordine pubblico se non viene abilitato anche l’effettivo gestore, che, solo se appunto abilitato, può avvalersi di autonomi incaricati” (Cons. Stato, Sez. n. 1992 Sez. III, 20 aprile 2015).

In detta occasione veniva, altresì, affermato che:

la qualità di concessionario costituisce presupposto imprescindibile per lo svolgimento dell’attività, l’Autorità di P.S.”;

“a fronte di una domanda con cui veniva chiesta l’autorizzazione unicamente a favore di un soggetto dichiaratamente estraneo all’organizzazione e alla gestione delle scommesse, e sostanzialmente irresponsabile circa l’esito dei contratti, non poteva che far[si] riferimento all’assenza della concessione, che, non solo era compatibile con l’ordinamento comunitario, ma costituiva anche l’unico strumento attraverso il quale diventava possibile l’esatta individuazione dell’effettivo gestore”;

la provenienza della domanda da un soggetto avente la natura giuridica di sopra individuata, e pertanto sostanzialmente privo del titolo legittimante, avrebbe ingenerato incertezze presso gli stessi scommettitori”;

tale incertezza costituisce di per sé un valido e sufficiente motivo di ordine pubblico per denegare l’autorizzazione, in quanto si pone in contrasto con le esigenze di tutela del consumatore, anch’esse protette dal diritto comunitario. Va da sé che l’autorità preposta all’ordine pubblico non può disinteressarsi del meccanismo in esame, poiché esso coinvolge i consumatori italiani, atteso che gli effetti dei contratti di scommessa si producono anche nel nostro ordinamento, nell’ambito del quale vengono fatte le puntate e pagate le vincite”.

Il sistema vigente si fonda, quindi, sulla necessità di conseguire, anche per l’attività di raccolta dati delle scommesse per conto di un operatore estero, sia la concessione da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze sia l’autorizzazione di pubblica sicurezza di cui all’art. 88 del TULPS.

I suesposti principi sono esplicitati dall’Amministrazione nel terzo “RAMMENTATO” del provvedimento impugnato laddove afferma che “il vigente sistema concessorio/autorizzatorio, riconosciuta legittimo anche dalla CGUE, non lascia infatti nessuno spazio per formule organizzatori che, separando le fasi della negoziazione non consentono l’individuazione dell’effettivo radicamento giuridico del gestore reale sul mercato nazionale delle scommesse” pena il riconoscimento a quest’ultimo della possibilità di svolgere la propria attività all’estero sottraendosi ai controlli dell’autorità nazionale mediante il ricorso all’attività di un intermediario “rispetto al quale nessuna responsabilità sarebbe ipotizzabile, ingenerando incertezze presso gli stessi scommettitori”: incertezza che viene dall’Amministrazione ritenuta “di per sé un valido e sufficiente motivo di ordine pubblico per denegare l’autorizzazione” (pag. 3 del provvedimento impugnato).

Quanto alla compatibilità comunitaria del sistema vigente deve rilevarsi che le pronunzie della Corte di Giustizia invocate dal ricorrente, con particolare riferimento alla causa C-243/01, Gambelli del 6 novembre 2003 e alle cause riunite C-338/04, C-359/04, C-360/04, Placanica del 6 marzo 2007, nonché, alla causa C-660/11-C-8-12 Biasci, non confermano le tesi esposte in ricorso.

Sul punto la giurisprudenza nazionale, ha già avuto modo di precisare come la Corte di Giustizia “abbia ritenuto illegittima, tout court, la normativa italiana in materia, con particolare riferimento alla previsione di una concessione per l’esercizio dell’attività di raccolta di scommesse, ma solo nella misura in cui la normativa italiana impediva lo stesso rilascio delle autorizzazioni previste a soggetti stranieri” (TAR Sicilia, Catania, Sez. IV, 1 aprile 2016, n.925).

Deve, infatti, rilevarsi che con l’invocata decisione 12 settembre 2013, n.660, la CGUE, Sez. III, affrontava la questione relativa all’interpretazione degli artt. 43 e 49 del Trattato CE e 49 CE valutando se dovessero “essere interpretati nel senso che ostano a una normativa nazionale che imponga alle società interessate a esercitare attività collegate ai giochi d’azzardo l’obbligo di ottenere un’autorizzazione di polizia, in aggiunta a una concessione rilasciata dallo Stato al fine di esercitare simili attività, e che limiti il rilascio di una siffatta autorizzazione segnatamente ai richiedenti che già sono in possesso di una simile concessione”, pervenendo alla conclusione che:

– “secondo la giurisprudenza della Corte, un sistema di concessioni può costituire un meccanismo efficace che consente di controllare coloro che operano nel settore dei giochi di azzardo allo scopo di prevenire l’esercizio di queste attività per fini criminali o fraudolenti (v. sentenza Placanica e a., cit., punto 57)” (punto 24).;

– “il fatto che un operatore debba disporre sia di una concessione sia di un’autorizzazione di polizia per poter accedere al mercato di cui trattasi non è, in sé, sproporzionata rispetto all’obiettivo perseguito dal legislatore nazionale, ossia quello della lotta alla criminalità collegata ai giochi d’azzardo” (punto 27);

– “gli articoli 43 CE e 49 CE devono essere interpretati nel senso che non ostano a una normativa nazionale che imponga alle società interessate a esercitare attività collegate ai giochi d’azzardo l’obbligo di ottenere un’autorizzazione di polizia, in aggiunta a una concessione rilasciata dallo Stato al fine di esercitare simili attività, e che limiti il rilascio di una siffatta autorizzazione segnatamente ai richiedenti che già sono in possesso di una simile concessione” (punto 29).

In detta sede la Corte di Giustizia, affrontava l’ulteriore questione “se gli articoli 43 CE e 49 CE debbano essere interpretati nel senso che, allo stato attuale del diritto dell’Unione, la circostanza che un operatore disponga, nello Stato membro in cui è stabilito, di un’autorizzazione che gli consente di offrire giochi d’azzardo osta a che un altro Stato membro subordini al possesso di un’autorizzazione rilasciata dalle proprie autorità la possibilità, per un tale operatore, di offrire siffatti servizi a consumatori che si trovino nel suo territorio” rilevando che “a tale proposito la Corte ha già dichiarato che, considerato l’ampio margine discrezionale degli Stati membri riguardo agli obiettivi che essi intendono perseguire ed al livello di tutela dei consumatori da essi ricercato e vista l’assenza di un’armonizzazione in materia di giochi d’azzardo, allo stato attuale del diritto dell’Unione non esiste alcun obbligo di mutuo riconoscimento delle autorizzazioni rilasciate dai vari Stati membri (v., in tal senso, sentenze dell’8 settembre 2010, Stoβ e a., C-316/07, da C-358/07 a C-360/07, C-409/07 e C-410/07, Racc. pag. I-8069, punto 112, nonché del 15 settembre 2011, Dickinger e Ömer, C-347/09, Racc. pag. I-8185, punti 96 e 99)” (punto 40).

Sulla base dei richiamati principi non può, quindi, che affermarsi la piena compatibilità del sistema concessorio nazionale laddove richiede all’operatore estero operante sul territorio nazionale, il possesso di un titolo abilitativo rilasciato dall’autorità italiana.

Ciò conferma di per sé la legittimità del diniego impugnato e l’infondatezza del ricorso basato sostanzialmente sulla ritenuta contrarietà del sistema nazionale vigente all’ordinamento comunitario.

In ogni caso, con il quarto motivo il ricorrente deduce la violazione degli articoli. 3, 41 e 97 della Costituzione evidenziando la “verosimile” illegittimità costituzionale dell’articolo 88 del T.U.L.P.S., nonché, eccesso di potere per illogicità e sviamento.

Espone il ricorrente che il diniego impugnato determinerebbe una “grave ed intollerabile menomazione dei diritti costituzionalmente garantiti” pag. 16 del ricorso) fra i quali la libertà di iniziativa economica di cui all’art. 41 della Costituzione poiché l’agire dell’Amministrazione determinerebbe una contrazione della platea dei soggetti legittimati ad operare nello specifico settore ledendo nel contempo l’interesse pubblico “alla massimizzazione dei profitti ritraibili. dall’Erario) con in canoni di imparzialità e buon andamento della P.A. (cfr. art. 97 Cost.)” (pag. 17 del ricorso).

Il motivo è infondato.

Preliminarmente deve rilevarsi che il diritto al libero esercizio delle attività economiche non è riconosciuto dalla Costituzione in modo assoluto.

L’art. 41, infatti, dopo aver affermato al primo comma che “l’iniziativa economica privata è libera”, precisa al coma secondo che questa “non può svolgersi in contrasto con l’utilità o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” prevedendo ulteriormente, al comma terzo, che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

La questione di illegittimità costituzionale dedotta in ricorso con riferimento all’art. 88 del TULPS deve, pertanto, ritenersi manifestamente infondata.

Con il quinto motivo, il ricorrente, replicando in parte quanto già esposto, deduce la violazione dell’art. 11. del D. Lgs. n. 59/2010, dell’articolo 3 del D.L. 138/2011, dell’articolo 31 del D.L. n. 201/2011, dell’articolo 1 del D.L. n. 1/2012 (norme di attuazione della direttiva “Bolkestein“) in base ai quali la libertà di iniziativa economica potrebbe essere limitata solo per motivi imperativi di interesse generale e attraverso misure proporzionate agli obiettivi perseguiti.

Il diniego impugnato violerebbe, inoltre:

– il D.L. n. 138 del 2011 “che all’art. 3 aveva assegnato alle amministrazioni il termine di un anno per adeguare i propri ordinamenti al principio secondo cui l’iniziativa e l’attività economica privata sono libere e possono essere vietate solo in funzione della tutela di interessi pubblici primari tassativamente enumerati come la salute, la conservazione delle specie animali, l’ambiente, il paesaggio etc.”;

– l’art. 31 del D.L. n. 201 del 2011 “in base al quale entro un anno dalla sua entrata in vigore regioni ed enti locali avrebbero dovuto recepire nei propri ordinamenti il principio secondo cui l’apertura di nuovi esercizi commerciali non può essere sottoposta a contingenti, limiti territoriali o vincoli di qualsiasi altra natura, salvi solo quelli connessi alla tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente (anche urbano) e dei beni culturali”;

– l’art. 1 del D.L. n. l del 2012, “il quale ha disposto l’abrogazione delle norme che pongono divieti e restrizioni alle attività economiche non adeguati o proporzionati alle finalità pubbliche perseguite, nonché delle disposizioni di pianificazione e programmazione temporale con prevalente finalità. economica o prevalente contenuto economico che pongono limiti, programmi e controlli non ragionevoli, non adeguati, ovvero non proporzionati rispetto alle finalità pubbliche dichiarate” (pagg. 19 e 20 del ricorso).

Il motivo è infondato.

Con riferimento alla pretesa violazione della Direttiva Bolkestein“, deve rilevarsi che, ai sensi dell’art. 7, lett. d) del D. Lgs. n. 59/2010, recante “Attuazione della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno”, “le disposizioni del presente decreto non si applicano: … d) al gioco d’azzardo e di fortuna comprese le lotterie, le scommesse e le attività delle case da gioco, nonché alle reti di acquisizione del gettito”.

Contrariamente a quanto apoditticamente affermato in ricorso, l’attività di trasmissione di dati gestita dal ricorrente per conto di un allibratore estero è pacificamente riconducibile all’attività di raccolta scommesse per la quale, come ripetutamente affermato, è necessario un titolo abilitativo rilasciato dall’autorità nazionale.

Quanto alla pretesa violazione dell’art. 3, comma 1, del D.L. n. 138/2011, si rileva che la medesima disposizione riconosce la perdurante validità di limitazioni in una pluralità di ipotesi e, per quanto di interesse, “nei casi di: …“c) danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e contrasto con l’utilità sociale” e “e) disposizioni relative alle attività di raccolta di giochi pubblici ovvero che comunque comportano effetti sulla finanza pubblica”.

Il richiamo all’art. l’art. 31 del D.L. n. 201 del 2011 è inconferente trattandosi di norma riferita a settori liberalizzati ai quali non è riconducibile l’attività del ricorrente.

Con il sesto motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 6, lettere a) e b) della L. n. 241/1990; dell’articolo 2, comma 3 del d.P.R. n. 1199/1971 in relazione all’articolo 97 della Costituzione; il mancato rispetto dei canoni di buona amministrazione e leale collaborazione con il cittadino, nonché, eccesso di potere per mancato rispetto della corretta sequenza procedimentale sotto ulteriore profilo.

Il ricorrente richiama il principio per il quale, in caso di rilevata incompetenza, l’Amministrazione debba procedere alla trasmissione della richiesta all’articolazione competente ex art. 2, comma 3, del d.P.R. n. 1199/1971.

L’Amministrazione, pertanto, in luogo del l’adozione del diniego impugnato avrebbe dovuto “procedere ad una riqualificazione ex officio della domanda” come volta a conseguire l’autorizzazione ai sensi dell’articolo 86 del TULPS trasmettendola all’Ufficio competente.

Il motivo, a tacere della eccessiva genericità delle censure formulate, è infondato.

La censura si fonda sull’indimostrato, ed errato, presupposto che l’attività di raccolta di scommesse per conto di un allibratore estero sia riconducibile alle fattispecie di cui all’art. 86 del TULPS, ovvero, esercizio di “alberghi, compresi quelli diurni, locande, pensioni, trattorie, osterie, caffè o altri esercizi in cui si vendono al minuto o si consumano vino, birra, liquori od altre bevande anche non alcooliche, … sale pubbliche per bigliardi o per altri giuochi leciti o stabilimenti di bagni, ovvero locali di stallaggio e simili”, in contrasto con il chiaro dato normativo di cui all’art. 88 che disciplina per espressa previsione “la licenza per l’esercizio delle scommesse”.

Per quanto precede il ricorso deve essere respinto con condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio nella misura liquidata in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per l’Emilia Romagna, Sezione staccata di Parma definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in € 3000,00″.