Le vicende del bookmaker straniero e la sua eventuale discriminazione nella partecipazione a bandi per la concessione dell’esercizio dell’attività di raccolta di scommesse in Italia non assumono alcun rilievo nel senso che in tal caso l’attività e la conseguente necessità di titolo autorizzativo deve essere individuata direttamente in capo all’operatore italiano.

E’ quanto stabilisce la Corte di Cassazione chiamata ad esprimersi sul ricorso del titolare di un CTD condannato in quanto ritenuto colpevole di due distinti episodi del reato di cui all’art. 4 commi 1, 4 bis e 4 ter della legge n. 401 del 1989, perché svolgeva abusivamente un’attività organizzata di accettazione e raccolta di scommesse, per conto della società SKS365 Group Gmbh di Innsbruck.

“Occorre evidenziare che l’affermazione della penale responsabilità dell’imputato in ordine alla fattispecie a lui ascritta (…..) non presenta affatto vizi di legittimità. Occorre premettere in proposito che le due conformi sentenze di merito, nel richiamare le fonti dimostrative acquisite, hanno accertato un dato fattuale non smentito dalla difesa, ovvero che l’attività dell’imputato, ( ……) non si è limitata alla semplice messa a disposizione della clientela delle apparecchiature elettroniche idonee a porre gli scommettitori in collegamento con la società estera, essendo invece emerso che (…..)  riceveva e conservava le ricevute delle scommesse vittoriose con le relative quietanze, provvedendo quindi ai relativi pagamenti. Orbene, alla luce di tale accertamento fattuale, come detto non controverso, il giudizio sulla sussistenza del reato per cui si procede resiste ampiamente alle obiezioni difensive, dovendosi richiamarsi al riguardo la condivisa affermazione di questa Corte (Sez. 3, n. 53329 del 16/07/2018, Rv. 275179 e Sez. 3, n. 889 del 28/06/2017, dep. 12/01/2018, Rv. 271977), secondo cui, in tema di esercizio abusivo di attività di gioco o scommessa, l’illecita intermediazione e raccolta diretta delle scommesse, vietata dall’art. 4, comma 4 bis, della legge n. 401 del 1989 rende irrilevante il rapporto intercorrente fra il centro italiano di raccolta delle scommesse e l’allibratore straniero, costituendo una mera occasione della condotta illecita imputabile esclusivamente all’operatore italiano che raccoglie le scommesse, per cui, in tale quadro, le vicende del bookmaker straniero e la sua eventuale discriminazione nella partecipazione a bandi per la concessione dell’esercizio dell’attività di raccolta di scommesse in Italia non assumono alcun rilievo, nel senso che in tal caso l’attività e la conseguente necessità di titolo autorizzativo deve essere individuata direttamente in capo all’operatore italiano”, si legge nella sentenza 3a sez. pen. della Corte di Cassazione.