Il Tar Lazio ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Mef e Adm in cui si chiedeva l’annullamento del provvedimento di revoca della concessione del gioco del lotto per omessi versamenti; del provvedimento di revoca della rivendita di generi di monopolio; della nota con la quale si disponeva la interruzione dei terminali e si comunicava ex art. 7 l’avvio del procedimento di revoca, nonché di ogni altro atto connesso, presupposto, correlato e conseguente.

Si legge: “1. L’odierno ricorrente, signor -OMISSIS- -OMISSIS-, era concessionario della rivendita ordinaria di generi di monopolio n. 3 sita nel comune di -OMISSIS- nonchè di una annessa ricevitoria del lotto, entrambe disciplinate da appositi contratti stipulati con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (nel prosieguo anche “AAMS”), da ultimo rinnovati a far data dal 1 novembre 2013 per i successivi nove anni.

2. Con provvedimento del 30 gennaio 2015, AAMS notificava al ricorrente la sospensione cautelativa del funzionamento dei terminali per la raccolta del gioco del lotto in ragione del fatto che, dai controlli effettuati, erano stati rilevati: a) l’omesso versamento dei proventi del gioco del lotto con riferimento alle settimane contabili dal 10.12.2014 al 30.12.2014 per un ammontare di euro 8.315,36; b) una serie di ritardi nei versamenti effettuati nell’ultimo biennio. La suddetta comunicazione rilevava, altresì, che gli inadempimenti contestati costituivano fattispecie per le quali il contratto in essere tra le parti prevedeva la revoca della concessione e, pertanto, il provvedimento in questione doveva intendersi quale formale comunicazione di avvio del procedimento ai sensi e per gli effetti degli articoli 7 e 8 della L. 241/1990. La medesima comunicazione, infine, intimava al ricorrente il pagamento entro il termine di 5 giorni dal ricevimento dei versamenti omessi o ritardati in contestazione e di eventuali ulteriori somme dovute per i periodi successivi al 30.12.2014, e concedeva un termine di trenta giorni per l’invio di controdeduzioni.

3. Il ricorrente, solo successivamente alla scadenza del predetto termine, rappresentava che il mancato versamento delle somme dovute era dipeso dal periodo travagliato che egli aveva vissuto a causa della grave malattia che aveva colpito la suocera convivente di cui egli si era occupato sino alla morte della stessa, avvenuta nel mese di giugno del 2015.

4. Con successivo provvedimento del 29 giugno 2015, AAMS comunicava al ricorrente la revoca della concessione del gioco del lotto, ai sensi dell’articolo 2 del contratto di concessione, per aver omesso il versamento dei proventi del gioco del lotto dal 16.12.2014 al 27.01.2015, con contestuale incameramento della cauzione versata a garanzia degli oneri contrattuali. Il suddetto provvedimento faceva seguito alla contestazione ed intimazione comunicata in precedenza in ragione del fatto che il ricorrente non aveva provveduto al pagamento delle somme oggetto di omesso versamento.

5. Con comunicazione del 7 luglio 2015, AAMS informava il ricorrente dell’avvio del procedimento per la revoca della rivendita ordinaria di generi di monopolio quale conseguenza dell’avvenuta revoca della ricevitoria del gioco del lotto, in quanto l’essere stato rimosso dalla qualità di concessionario della ricevitoria del lotto faceva venir meno in capo al ricorrente uno dei requisiti soggettivi richiesti dalla normativa di settore per ottenere la concessione della rivendita ordinaria.

6. Con provvedimento del 4 agosto 2015, AAMS procedeva alla comunicazione della revoca, e conseguente definitiva chiusura, della rivendita ordinaria di generi di monopolio.

7. Con ricorso notificato in data 29 settembre 2015, l’attuale parte istante impugnava dinanzi al TAR Campania – Sezione di Salerno, i provvedimenti di revoca della concessione del gioco del lotto e di revoca della rivendita di generi di monopolio ordinaria gestita nel comune di -OMISSIS-, unitamente a tutti gli atti presupposti, correlati e conseguenti.

8. Il TAR adito, con ordinanza del 28 ottobre 2015 n. 2287, rilevava la propria incompetenza in ragione della ricorrenza nella fattispecie di un’ipotesi di competenza funzionale del TAR Lazio ai sensi dell’articolo 135, comma 1, lett. q-quater, cod. proc. amm., con riguardo alle “controversie aventi ad oggetto i provvedimenti emessi dall’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato in materia di giochi pubblici con vincita di denaro”.

9. L’odierno ricorrente ha, dunque, tempestivamente riassunto il giudizio dinanzi al TAR Lazio chiedendo l’annullamento, previa sospensione, dei provvedimenti di revoca delle concessioni identificati in epigrafe in quanto ritenuti illegittimi per le ragioni che si sintetizzano di seguito.

10. Il ricorrente deduce, in primo luogo, la violazione dell’articolo 34 della L. 1293 del 22 dicembre 1957 in quanto, a norma di tale articolo, la revoca della concessione verrebbe prospettata dal legislatore come sanzione discrezionale che l’amministrazione concedente può irrogare a fronte di talune gravi irregolarità di gestione e non quale atto vincolato. Tale rilievo imporrebbe all’amministrazione di motivare adeguatamente la propria scelta di procedere alla revoca della concessione in luogo dell’applicazione di una diversa sanzione quale può essere la pena pecuniaria. Il provvedimento impugnato, di contro, non sarebbe adeguatamente motivato né sorretto da idonea istruttoria.

11. Parte ricorrente censura, altresì, il provvedimento impugnato nella parte in cui si limita a definire incongrue le giustificazioni fornite rispetto alle irregolarità di gestione contestate al concessionario. L’amministrazione non avrebbe attribuito alcuna rilevanza alle circostanze di fatto dedotte dal ricorrente in sede di partecipazione procedimentale in tal modo svilendo l’effettività del diritto sancito dall’articolo 7 della L. 241/1990.

12. Il ricorso introduttivo, inoltre, contesta all’amministrazione la violazione dei principi generali in materia di revoca quale atto di secondo grado in punto di presupposti e di forme del relativo procedimento.

13. Infine, la difesa del ricorrente denuncia una violazione dei principi del diritto al lavoro e all’uguaglianza sanciti dalla Costituzione in ragione del fatto che i provvedimenti impugnati avrebbero avuto come conseguenza immediata il venir meno dell’unica fonte di sostentamento del signor -OMISSIS- e della sua famiglia.

14. Con specifico riferimento alla revoca della concessione relativa alla rivendita ordinaria, il ricorrente deduce la presenza nel provvedimento impugnato di un errore essenziale stante l’indicazione errata del numero che contraddistingue la rivendita di titolarità del ricorrente (n. 2 in luogo di n. 3). In ogni caso la revoca anzidetta sarebbe illegittima, per difetto di istruttoria e carenza di motivazione, in ragione dell’apodittica consequenzialità invocata dall’amministrazione rispetto alla decadenza della coeva concessione relativa alla ricevitoria del lotto.

15. Il ricorrente domandava, in via cautelare, la sospensione dei provvedimenti impugnati sull’assunto che, in un bilanciamento dei contrapposti interessi, dovesse essere considerato prevalente quello alla prosecuzione dell’attività commerciale del ricorrente in quanto sua unica fonte di reddito.

16. Con memoria depositata in data 8 gennaio 2016, le amministrazioni intimate svolgevano le difese che si sintetizzano di seguito.

17. In via pregiudiziale, la difesa erariale eccepisce, in rito, il difetto di competenza del TAR Lazio quanto all’impugnazione del provvedimento di revoca della rivendita ordinaria di generi di monopolio in relazione alla quale sarebbe competente il TAR Campania precedentemente adito in ragione del fatto che la competenza funzionale del TAR Lazio, prevista dall’articolo 135, lettera q-quater, cod.proc.amm., sarebbe limitata ai provvedimenti dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato in materia di giochi pubblici con vincita in denaro e non estesa a tutti i provvedimenti emanati dalla suddetta amministrazione.

18. Nel merito, si eccepiscono le seguenti argomentazioni atte a ritenere infondate le doglianze prospettate dall’istante:

– la difesa del ricorrente non tiene conto del fatto che, oltre alla normativa primaria e regolamentare di settore, il rapporto tra AAMS e i concessionari è disciplinato da un contratto e da un capitolato, ed è proprio in applicazione di quanto previsto dall’articolo 2 del contratto di concessione che AAMS ha adottato il provvedimento impugnato in via principale;

– in presenza delle circostanze di fatto non contestate, ossia degli omessi versamenti relativi alle settimane contabili dal 16.12.2014 al 27.01.2015, la revoca della concessione si presenta come un atto vincolato la cui adozione non richiede ulteriore istruttoria, stante la valutazione circa la gravità della violazione suddetta degli obblighi gravanti in capo al concessionario che emerge dalle stesse previsioni contrattuali cui è stata data applicazione;

– il rapporto sottostante alla gestione delle concessioni del gioco del lotto e della rivendita dei generi di monopolio viene disciplinato da un complesso ordito normativo, regolamentare e contrattuale improntato ad una particolare severità e fondato sul principio dell’intuitu personae nell’ambito del quale ogni violazione del dovere di fedeltà commerciale è suscettibile di dare luogo, ove ne ricorrano i presupposti di fatto e di diritto, all’irrogazione della massima sanzione disciplinare costituita dalla revoca della concessione medesima;

– l’errore nell’indicazione del numero della rivendita si configura come una evenienza del tutto marginale, a cui si può rimediare senza un particolare sforzo valutativo o interpretativo in quanto il destinatario dell’atto risulta titolare della sola rivendita nel comune di -OMISSIS-, sita nell’indirizzo correttamente trascritto cui è annessa la ricevitoria con codice meccanografico correttamente indicato.

– nel caso di specie, vi sarebbe, tra l’altro, l’assenza di discrezionalità in capo all’amministrazione rispetto all’effetto preclusivo che la decadenza della concessione del gioco del lotto determina sulla idoneità del soggetto di gestire una rivendita di genere di monopolio.

19. All’esito della camera di consiglio del 13 gennaio 2016, con ordinanza del 14 gennaio 2016 n. 139, l’istanza cautelare del ricorrente veniva rigettata.

20. La causa è stata trattenuta in decisione in data 22 aprile 2020 ai sensi dall’articolo 84, d.l. 17 marzo 2020, n. 18.

DIRITTO

21. In via pregiudiziale, si rileva che l’eccezione di incompetenza territoriale sollevata dalla difesa erariale, anche a voler prescindere dalla sua ammissibilità in ragione della mancata proposizione del regolamento di competenza avverso l’ordinanza del TAR Campania, non appare meritevole di un favorevole apprezzamento.

22. L’assunto posto a base della predetta eccezione in rito è privo di pregio stante il rapporto di stretta connessione esistente tra i due provvedimenti di revoca impugnati dal ricorrente: la revoca della concessione di rivendita ordinaria di generi di monopolio viene, infatti, prospettata dalla stessa amministrazione come una conseguenza necessitata della revoca della concessione per la raccolta del gioco del lotto, il che determina la qualificazione della relativa impugnazione in termini di causa accessoria rispetto alla causa principale. Dal momento che l’impugnazione principale è di competenza di Codesto TAR, ricorrendo tra l’altro un’ipotesi di competenza funzionale, bene ha fatto il TAR Campania a rimettere l’intero giudizio al TAR Lazio in deroga alla competenza territoriale prevista per la causa accessoria in ossequio al principio secondo cui la causa accessoria è attratta nella competenza del giudice cui è devoluta la causa principale (Consiglio di Stato, Ad. Plen. 20 novembre 2013 n. 29, Consiglio di Stato, Ad. Plen. 31 luglio 2014, nn. 17-24).

23. Benché il codice del processo amministrativo non ha dettato alcuna regola generale circa il mutamento della competenza territoriale per ragioni di connessione, si deve, infatti, ritenere che assuma portata generale il principio di concentrazione del giudizio dinanzi allo stesso giudice che realizzi i valori della effettività della tutela e della ragionevole durata del processo. L’esigenza di assicurare l’unitarietà del processo è, d’altro canto, confermata dalla previsione dell’articolo 32 c.p.a. secondo cui è sempre possibile nel giudizio il cumulo di domande, proposte in via principale o incidentale.

24. Passando all’esame del merito dell’impugnazione, con il primo motivo di ricorso, parte ricorrente invoca la violazione dell’art. 34, comma 1, punto 9, della legge n. 1293 del 1957 (applicabile per espressa previsione legislativa anche alle concessioni per il gioco del lotto), secondo cui l’amministrazione può procedere alla revoca della gestione delle rivendite per violazione abituale delle norme relative alla gestione e al funzionamento delle stesse; l’abitualità si realizza quando, dopo tre trasgressioni della stessa indole commesse entro un biennio, il concessionario ne commetta un’altra, pure della stessa indole, nei sei mesi successivi all’ultima delle violazioni precedenti. Nel caso di specie, non sussisterebbero i presupposti per l’applicazione della norma, non essendovi l’abitualità della violazione e, in ogni caso, l’amministrazione non avrebbe adeguatamente motivato la decisione di procedere alla revoca della concessione che, stante il dettato normativo, si presenta come una scelta discrezionale e, pertanto, soggetta ad un onere motivazionale stringente.

25. La prospettazione non coglie nel segno, in quanto AAMS nella fattispecie non ha proceduto ai sensi dell’art. 34, comma 1, punto 9, della legge n. 1293 del 1957, ossia sulla base della constatazione della fattispecie della recidiva, ma ha disposto la revoca della concessione della ricevitoria del gioco del lotto ai sensi dell’articolo 2 del disciplinare di concessione stipulato tra le parti con decorrenza dal 1 novembre 2013, che, al quarto comma, prevede una ulteriore ipotesi di revoca della concessione in caso di omesso versamento dei proventi del gioco entro cinque giorni dall’apposita diffida. La legittimità della revoca disposta, pertanto, deve essere valutata precipuamente avendo riguardo alla disciplina pattizia e alla sua corretta interpretazione ed applicazione.

26. Se è vero che la revoca della concessione è prevista ex lege dall’articolo 34 della Legge n. 1293-1957, invocato dal ricorrente, essa non è però collegata ad un principio di tassatività, non avendo carattere sanzionatorio ma essendo volta alla tutela dell’interesse pubblico e alla reazione all’inadempimento del soggetto concessionario. Pertanto, l’amministrazione ha la facoltà di prevedere ulteriori ipotesi di revoca in sede di disciplina convenzionale del rapporto concessorio, rispetto alle quali il concessionario manifesta il proprio consenso mediante la sottoscrizione del contratto, come avvenuto nel caso di specie (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 20 maggio 2020, n. 3195).

27. L’amministrazione, infatti, con la stipula del disciplinare previsto dall’articolo 21 del d.P.R. n. 303 del 1990 può regolare, in modo specifico e nel rispetto del quadro legislativo e regolamentare, l’adempimento degli obblighi del concessionario e anche le conseguenze della loro violazione e/o inadempimento (Consiglio di Stato, Sez. IV, 25 gennaio 2018, n. 497). Per quanto di interesse in questa sede, il disciplinare ha provveduto a tipizzare, all’articolo 2, le ipotesi di revoca della concessione.

28. Pertanto, il potere discrezionale di disporre la revoca della concessione, riconosciuto all’amministrazione dall’articolo 34 della legge n. 1293 del 1957, è stato declinato concretamente nel disciplinare di concessione con la conseguenza che la richiamata norma non può essere invocata per farne discendere l’onere per l’amministrazione di effettuare una specifica ponderazione di interessi al fine di disporre la revoca, atteso che il disciplinare non richiede tale ulteriore ponderazione, né prescrive una specifica valutazione della gravità dell’inadempimento.

29. In altri termini, si deve ritenere che il potere amministrativo discrezionale sia stato esercitato ed interamente consumato dall’amministrazione con la previsione delle clausole del disciplinare e la sottoscrizione dello stesso, sicché, una volta verificatasi la fattispecie astratta prevista nella fonte convenzionale, l’amministrazione concedente non ha alcun margine di ulteriore apprezzamento, ma è tenuta a revocare la concessione (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 20 maggio 2020, n. 3195).

30. La valutazione sulla gravità dell’inadempimento tale da impedire la prosecuzione del rapporto concessorio è stata effettuata “a monte”, nella previsione delle clausole del disciplinare, per cui nessuna ulteriore valutazione deve essere effettuata “a valle”, vale a dire una volta verificatosi l’inadempimento considerato “determinante” (cfr. Tar Lazio, Sezione Seconda, 4 dicembre 2019, n. 13906). Ne consegue che il potere di revoca, previsto dal contratto di concessione ha natura vincolata nell’an e nel quomodo, non avendo l’amministrazione alcuna discrezionalità in ordine all’adozione del provvedimento di revoca né potendo adottare misure diverse e più tenui (come vorrebbe, invece, il ricorrente che invoca l’applicazione delle sanzioni pecuniarie di cui all’articolo 35 della legge n. 1293 del 1957).

31. Il ricevitore è tenuto ad osservare precisi obblighi di custodia, di rendicontazione e di versamento delle somme riscosse dal pubblico. Il rispetto della scansione temporale prevista dalla normativa di riferimento per l’effettuazione dei versamenti è fondamentale, stante la strutturazione del gioco, imperniato su estrazioni periodiche ravvicinate, sulla raccolta di un montepremi costituito dal totale delle somme giocate, sul pagamento puntuale delle vincite e/o sul rimborso delle giocate, con la conseguenza che la funzionalità del sistema, sotto il profilo finanziario e contabile, richiede la massima certezza di regolarità dei flussi finanziari. Anche il solo ritardo nel pagamento, dunque, costituisce una violazione legittimante l’adozione del provvedimento di revoca (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 10 luglio 2019, n. 4825). In definitiva, la ratio delle disposizioni concernenti la revoca della concessione è costituita dal venir meno, al ricorrere di determinati presupposti, del rapporto di fiducia nei confronti del ricevitore, il quale, a causa del proprio inadempimento, diviene inaffidabile.

32. La Sezione, con la sentenza 7 ottobre 2019, n. 11592, ha puntualmente analizzato (vagliandone la piena coerenza) il funzionamento della previsione risolutoria contenuta nell’art. 2 del disciplinare, affermando che l’effetto caducatorio, attesa la peculiarità del meccanismo convenuto, prescinde dal giudizio di gravità indicato nell’art. 1455 c.c. e costituisce una causa di risoluzione autonoma sia rispetto a quelle per abitualità o recidiva indicate nell’art. 34 della legge 22.12.1957, n. 1293, sia rispetto al meccanismo della risoluzione ex art. 1454 c.c. rubricato “diffida ad adempiere”.

33. Più in particolare, si è affermato come sia proprio il disciplinare di concessione a prevedere espressamente (art. 2) la diffida ad adempiere al pagamento e a stabilire il termine ulteriore assegnato al debitore per l’adempimento (cinque giorni), nonché la conseguenza del superamento del termine assegnato ossia la revoca della concessione. Tale previsione dimostra come l’inosservanza del termine di 5 giorni dalla diffida sia stata qualificata come grave, avuto riguardo all’interesse del creditore, tanto da riconnettervi espressamente la conseguenza della cessazione del rapporto. Il disciplinare ha cioè previsto un particolare meccanismo, in forza del quale la violazione del secondo termine per il versamento delle somme – ossia quello di cinque giorni assegnato con la diffida – assume carattere determinante nell’economia del rapporto, conducendo a qualificare l’inadempimento del concessionario in termini di gravità per l’interesse del creditore pubblico.

34. Dall’esame degli atti e dei documenti prodotti in giudizio, nel caso di specie l’omesso versamento della somma intimata nel termine di cinque giorni non è contestato: l’intimazione è stata ricevuta dal ricorrente in data 2 febbraio 2015 e i versamenti sono stati eseguiti solo successivamente alla notifica del provvedimento di revoca della concessione, nel mese di luglio 2015. La fattispecie concreta, pertanto, è totalmente aderente a quella prevista in astratto dalla fonte convenzionale.

35. Il primo motivo di ricorso deve, pertanto, ritenersi infondato in quanto nella fattispecie non era richiesto un ulteriore onere istruttorio o motivazionale all’amministrazione procedente.

36. Alla luce di quanto rilevato in relazione al motivo precedente si appalesa infondato anche il secondo motivo di ricorso concernente la dedotta mancata valutazione delle ragioni addotte dal concessionario a giustificazione della violazione contestata.

37. Si rileva in primo luogo, sotto il profilo procedimentale, che nonostante la gravità dell’inadempimento riscontrato, l’amministrazione ha comunque assicurato al concessionario le garanzie del contraddittorio, consentendo a questi di esporre nel corso del procedimento di revoca le ragioni che avrebbero potuto giustificare l’omesso versamento nei termini.

38. Con riguardo al merito dell’apporto procedimentale fornito dal ricorrente, anche a voler prescindere dalla tempestività delle controdeduzioni rispetto al termine concesso per le stesse, si rileva che le circostanze di fatto rappresentate all’amministrazione procedente, per quanto comprensibilmente destabilizzanti sul piano umano, non appaiono idonee ad integrare quelle circostanze “oggettive di assoluto impedimento (forza maggiore) dell’intermediario, ovvero del raccoglitore, alla corretta effettuazione dell’esatto versamento” che sono le sole che, stando anche a quanto espressamente indicato nella circolare di AAMS 31 luglio 2003, n. 13386/COA/LTT, possono esonerare da responsabilità il concessionario.

39. La parte resistente, pertanto, nel considerare incongrue le giustificazioni fornite dal ricorrente ha ritenuto, laconicamente, di non riconoscere alle stesse efficacia esimente. Sul punto si deve condividere la conclusione cui è giunta l’amministrazione in ragione del fatto che le circostanze di fatto dedotte dal ricorrente non sono tali da costituire un impedimento assoluto all’effettuazione del versamento. Non si rinviene, infatti, un nesso di causalità diretto tra le problematiche familiari prospettate dal ricorrente e il mancato pagamento nei termini convenuti, specie se si considera che non si sta discorrendo di un ritardo di qualche giorno bensì di un ritardo di oltre sette mesi.

40. Parimenti le censure svolte con il terzo motivo di ricorso, relative alla violazione dei principi generali in materia di revoca previsti dall’articolo 21 quinquies della l. 241/1990, non possono essere condivise. Nel caso di specie, infatti, non si versa in una ipotesi di revoca per sopravvenuti motivi di pubblico interesse o di mutamento della situazione di fatto o di nuova valutazione dell’interesse pubblico originario, ma nella diversa situazione di revoca della concessione per inadempimento colpevole, da parte del concessionario, delle prescrizioni previste nella convenzione.

41. L’amministrazione, invero, non ha agito esercitando un potere di revoca ai sensi dell’art. 21 quinquies della l. 241/1990, ma avvalendosi, come parte dell’accordo negoziale, delle facoltà espressamente previste nell’articolo 2 del contratto ed espressamente accettate dal ricorrente.

42. Per tutte le ragioni sin qui esposte, si appalesa infondato anche il quarto motivo di ricorso con il quale il ricorrente invoca la violazione dei principi costituzionali del diritto al lavoro e all’uguaglianza. L’amministrazione ha, infatti, agito nei limiti dei diritti e delle facoltà che le sono riconosciuti quale controparte contrattuale del concessionario, facendo valere l’inadempimento alle obbligazioni da questi contrattualmente assunte nel rispetto delle garanzie procedimentali previste dalla legge, di talché l’esercizio di tali diritti non può essere qualificato come abusivo né dar luogo ad illegittimità dei provvedimenti amministrativi adottati a conclusione dei relativi procedimenti.

43. Con il quinto motivo di ricorso, dedicato ai vizi che inficiano il secondo provvedimento impugnato, ossia la revoca della rivendita ordinaria di generi di monopolio, il ricorrente deduce in via preliminare che nel suddetto provvedimento sarebbe presente un errore essenziale consistente nell’errata indicazione del numero che contraddistingue la rivendita: nel provvedimento viene indicato il n. 2 in luogo del n. 3. Non viene, tuttavia, specificato quale sarebbe il profilo di illegittimità del provvedimento scaturente da tale errore né per quali ragioni lo stesso debba ritenersi essenziale.

44. La censura si appalesa priva di pregio in quanto, a prescindere dalla estrema genericità della stessa, dall’esame del provvedimento impugnato appare evidente che l’errata indicazione del numero identificativo della rivendita costituisce un mero refuso o comunque un errore materiale non idoneo a compromettere la intellegibilità della volontà dell’amministrazione contenuta nel provvedimento. Al di là dell’errata indicazione del numero identificativo della rivendita nel corpo del provvedimento, l’intestazione della comunicazione risulta corretta indicando quale destinatario dell’atto il ricorrente presso la rivendita indicata come n. 3. D’altro canto, il ricorrente è titolare di una sola rivendita nel comune di -OMISSIS- in relazione alla quale era già stato correttamente comunicato l’avvio del procedimento di revoca.

45. L’errore dedotto, pertanto, non appare idoneo ad inficiare la legittimità del provvedimento impugnato in quanto non determina alcuna incertezza né sul destinatario dell’atto (il sig. -OMISSIS-) né sul suo oggetto (revoca della rivendita ordinaria di cui il sig. -OMISSIS- è titolare).

46. Passando agli ulteriori profili di illegittimità sollevati dal ricorrente avverso il provvedimento di revoca della rivendita ordinaria, si osserva che gli stessi si fondano sulla qualificazione del potere esercitato dall’amministrazione nel disporre la decadenza dalla titolarità della rivendita quale potere discrezionale.

47. Il Collegio ritiene, di contro, che il suddetto potere sia totalmente vincolato. A tal fine, è sufficiente osservare che, ai sensi dell’art. 18 della legge n. 1293 del 1957, alle rivendite di generi di monopolio si applicano le disposizioni di cui agli artt. 6, 7, 12 e 13 e che, ai sensi dell’art. 6, comma 1, punto 9, della stessa legge è disposto che non può gestire un magazzino per la vendita dei generi di monopolio chi sia stato rimosso dalla qualifica di gestore, coadiutore o commesso di un magazzino o di una rivendita, ovvero da altre mansioni inerenti a rapporti con l’Amministrazione dei monopoli di Stato, se non siano trascorsi almeno cinque anni dal giorno della rimozione.

48. La decadenza della titolarità della rivendita ordinaria dei generi di monopolio disposta ai sensi degli artt. 6, 13, 18, della legge n. 1293 del 1957, si pone, pertanto, quale atto conseguenziale rispetto all’atto presupposto rappresentato dalla decadenza della concessione della ricevitoria del gioco del lotto (ricorrendo i presupposti di legge previsti per quest’ultima).

49. La rimozione da altre mansioni inerenti a rapporti con AAMS (nel caso in esame determinata dalla decadenza della concessione per il gioco del lotto) integra una fattispecie di perdita delle condizioni soggettive della concessione, legittimando, in ragione del venir meno dell’elemento fiduciario, la revoca del titolo di gestione della rivendita (Consiglio di Stato, Sez. IV, 15 settembre 2015, n. 4313).

50. In considerazione del richiamato quadro normativo e del presupposto di fatto costituito dalla revoca della concessione della ricevitoria del lotto, deve, pertanto, escludersi la sussistenza delle carenze istruttorie e motivazionali dedotte dal ricorrente con il quinto motivo di ricorso.

51. In definitiva, per le ragioni sin qui esposte, il ricorso deve essere integralmente respinto.

52. In considerazione della natura della controversia e degli interessi coinvolti nella stessa, si ritiene che sussistano i presupposti di legge per la integrale compensazione delle spese di lite tra tutte le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate”.