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Il Tar Veneto ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro Ministero dell’Interno e Adm in cui si chiedeva l’annullamento del provvedimento del Questore della provincia di Belluno con il quale era stata rigettata la richiesta di rilascio della licenza di pubblica sicurezza per la commercializzazione del gioco pubblico.

Per il Tar “l’attività di raccolta delle scommesse (per la sua intrinseca natura di attività ove si gestisce una gran quantità di denaro), ben potendo essere oggetto di infiltrazioni criminali, giustifica il comportamento dell’Amministrazione dell’Interno la quale, a maggior tutela della sicurezza pubblica ed a maggior garanzia della prevenzione dei reati, nell’esercizio del suo ampio potere discrezione di cui gode in subiecta materia, similmente a quanto avviene in materia di rilascio del porto d’armi, vigila scrupolosamente sui requisiti morali di coloro che richiedono le autorizzazioni di cui all’art. 88 T.U.L.P.S., dando rilevanza a qualunque segnale, fondato su situazioni di fatto (come appunto avvenuto nel caso di specie), che possa indurre ad operare un giudizio prognostico negativo in merito al futuro comportamento del soggetto istante, senza che tale prognosi debba necessariamente rivestire elevate percentuali di probabilità, ben potendo giustificarsi il rigetto dell’istanza anche sulla base di semplici sospetti, purché fondati su specifiche situazioni di fatto e connotati dal requisito della gravità.

Occorre, altresì, evidenziare che, con specifico riferimento all’attività di gioco da svolgersi nei locali situati in Belluno, il Collegio si è già pronunciato con sentenza 24 novembre 2016, rigettando il ricorso proposto da altro soggetto avverso il provvedimento della Questura di Belluno che aveva negato il rilascio della licenza di pubblica sicurezza; allo stesso modo, con sentenza 27 settembre 2016, il Collegio ha già respinto il ricorso proposto da (…) avverso l’analogo provvedimento di diniego adottato dalla Questura di Vicenza.

Venendo al merito della presente controversia, il Collegio non ritiene condivisibile quanto affermato dal ricorrente in ordine alla circostanza che i rapporti intrattenuti dal medesimo con gli altri due soggetti sarebbero dovuti unicamente alla “instaurazione di rapporti commerciali” (pag.5 del ricorso) e che tali rapporti avrebbero natura di “normali relazioni che intercorrono fra un venditore ed un acquirente, fra cedente e cessionario” (pag. 6 del ricorso).

Si ritiene, al contrario, che il giudizio espresso dalla Questura di Belluno (laddove ha qualificato l’odierno ricorrente come “prestanome” dei soggetti interessati alla precedente istanza) non vìoli affatto i parametri normativi di cui agli articoli 11 e 88 r.d. n.773/1931 e sia, altresì, esente dal profilo di eccesso di potere per difetto di istruttoria lamentato nel ricorso, avendo la Questura di Belluno condotto una approfondita e dettagliata attività investigativa, adeguatamente esposta nell’impianto motivazionale del gravato provvedimento, all’esito della quale sono emersi numerosi fatti ben classificabili come indizi connotati dai requisiti della gravità, precisione e concordanza, idonei a sostenere il giudizio espresso dall’Amministrazione dell’Interno in ordine all’intensità dei rapporti intrattenuti dall’odierno ricorrente con gli altri due soggetti, rapporti che fuoriescono dalle normali relazioni commerciali.

Tutti questi elementi, unitamente considerati, depongono nel senso esposto dalla Questura di Belluno la quale ha formulato un giudizio logico, razionale e basato su elementi fattuali, come tale esente dai rilievi critici esposti nel ricorso.

Di conseguenza il primo motivo di ricorso deve essere rigettato.

Manifestamente infondato è, altresì, il secondo motivo di ricorso, non essendo l’Amministrazione tenuta a rispondere analiticamente e partitamente alle ragioni dedotte dal privato nella memoria procedimentale di cui all’art. 10, comma 1, lett. b) l.n. 241/1990, essendo necessario e sufficiente, come avvenuto nel presente caso, che le ragioni che hanno indotto la parte pubblica a discostarsi da quanto affermato dal privato in sede procedimentale trovino comunque adeguata emersione nell’impianto motivazionale del provvedimento conclusivo del procedimento, anche considerato che, nel caso di specie, il ricorrente ha omesso di indicare quali sarebbero gli spunti argomentativi dedotti nella memoria di cui al citato articolo 10 ed asseritamente ignorati dalla Questura di Belluno, non potendo la critica limitarsi ad una mera e generica contestazione di quanto opinato dall’Amministrazione dell’Interno e trasfuso nel gravato provvedimento.

Il secondo motivo di ricorso, pertanto, deve essere rigettato.

In definitiva il ricorso deve essere respinto.

Le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di lite liquidate in € 2.500,00 oltre accessori di legge”.

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