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Il Tar Lombardia (sezione staccata di Brescia) ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato da una società contro il Comune di Cremona in cui si chiedeva l’annullamento dell’ordinanza del Comune di Cremona del 13 dicembre 2016, recante “Disciplina comunale degli orari di esercizio delle sale da gioco d’azzardo lecito e degli orari di funzionamento degli apparecchi da gioco di cui all’art. 110 commi 6 e 7 del testo unico di pubblica sicurezza”.

Per il Tar “L’art. 14 del regolamento adottato dal Comune di Cremona per regolare l’esercizio dell’attività di gioco d’azzardo lecito prevede che “L’attività delle sale da gioco d’azzardo lecito nonché il funzionamento degli apparecchi di cui all’art. 110 commi 6 e 7 del T.U.L.P.S. possono essere effettuati secondo i seguenti criteri: a. non prima dell’inizio dell’orario giornaliero scolastico; b. termine entro un orario compatibile con le esigenze di tutela della quiete pubblica; c. sospensione nelle ore centrali in relazione all’orario di uscita dagli istituti scolastici degli studenti ed al tempo libero delle fasce più fragili della cittadinanza. Il Sindaco, con propria ordinanza, stabilirà le fasce orarie eventualmente anche in considerazione delle zone (residenziali, periferiche, ecc.) e delle problematiche di rumore, di disturbo della quiete pubblica, di intralcio alla viabilità eventualmente riscontrate. La durata massima consentita di apertura e di funzionamento degli apparecchi da gioco non dovrà superare le 8 ore”.

L’ordinanza, attuativa di tale disposizione sarebbe, per parte ricorrente, illegittima, in primo luogo perché avrebbe esteso l’intervento regolatore anche agli apparecchi di “mero intrattenimento”, che non erogano vincite in denaro.

La censura è, però, priva di fondamento in fatto.

Una puntuale lettura dell’ordinanza impugnata, infatti, mette in evidenza come le limitazioni orarie siano state disposte in riferimento al solo funzionamento degli apparati di cui al comma 6 dell’art- 110 del TULPS e, dunque, per quelli che prevedono la possibilità di vincita in denaro.

Non può, dunque, essere ravvisata la dedotta disparità di trattamento dovuta all’equiparazione di due realtà diverse, nonché l’illogica limitazione dell’esercizio del gioco di puro intrattenimento.

Nella seconda doglianza le censure prendono le mosse dalla considerazione che, incontestato il potere comunale di intervenire sugli orari di funzionamento degli apparecchi in un’ottica di contrasto al fenomeno del gioco patologico, sarebbe indispensabile che la disciplina in concreto adottata fosse, oltre che ragionevole e proporzionata agli obiettivi perseguiti, radicata su un’istruttoria completa e attendibile (cfr., Consiglio di Stato, Sez. V, 30 giugno 2014, sentenze nn. 3271 e 3272 del 2014; cfr., altresì, T.A.R. Veneto, Sez. III, 8 settembre 2016, ordinanza n. 480; Id., 7 dicembre 2016, sentenza n. 1346).

Invero la giurisprudenza ha già chiarito che, al fine di giustificare l’esercizio del potere censurato, non sono sufficienti generiche considerazioni relative all’impatto economico e sociale del fenomeno dell’intrattenimento lecito, che è cosa ben diversa dalla c.d. “ludopatia” o “gioco d’azzardo patologico” (cfr., T.A.R. Toscana, Sez. II, 10 gennaio 2017, ordinanza n. 6), ma debbono essere compiuti appositi studi che facciano emergere i dati epidemiologici, statistici e clinici da cui poter inferire la supposta maggiore pericolosità per la salute delle persone degli apparecchi di cui all’art. 110, comma 6 T.U.L.P.S. anche rispetto agli altri servizi di gioco (cfr., T.A.R. Toscana, Sez. II, 26 ottobre 2015, sentenza n. 1415), l’efficacia delle misure e la loro adeguatezza, tenuto conto della necessità di bilanciare esigenze di tutela della sicurezza e della salute pubblica, da una parte, e l’interesse alla libera iniziativa economica, dall’altra (cfr., T.A.R. Marche, 6 novembre 2015, sentenza n. 814).

Nella fattispecie i riferimenti contenuti nell’impugnata ordinanza non sono genericamente relativi a fatti notori, come si sostiene nel ricorso, in quanto si dà atto del fatto che Cremona è la terza città in Lombardia e la ventesima città fra oltre cento province italiane dove ha attecchito il fenomeno delle slot machine con un impatto notevole se si pensa che per ogni 117 abitanti c’è una slot machine. Si dà, inoltre, atto che i dati forniti dalla ASL evidenziano come il numero delle persone e delle famiglie alle prese con il gioco d’azzardo patologico sia ulteriormente lievitato.

E, ancora, i cenni contenuti nelle premesse dell’ordinanza risultano essere solo la sintesi della complessa istruttoria compiuta dai competenti Uffici, coinvolgendo anche le associazioni di categoria e di cui si dà atto nella relazione tecnica depositata nel corso del giudizio.

Pertanto, se è pur vero che la determinazione degli orari di cui alla ordinanza in parola non risulta essere supportata da una specifica istruttoria, non si può trascurare che tale provvedimento rappresenta un mero atto attuativo delle disposizioni regolamentari, queste sì, elaborate sulla scorta di una compiuta istruttoria. Al fine di dimostrare come le prescrizioni dell’ordinanza censurata rappresentino una mera attuazione del regolamento, basti ricordare che, con le sue linee guida, l’atto di indirizzo consigliare aveva già limitato a otto le ore di esercizio, poi incise minimamente dal Sindaco, che le ha ridotte solo a sette, individuandole peraltro, in conformità al dettato del regolamento, nelle fasce orarie in cui vi è minore afflusso in particolare della popolazione giovane e anziana.

Per tale profilo il ricorso non può, dunque, essere accolto, trovando, l’ordinanza, puntuale fondamento nella compiuta istruttoria che ha condotto alla già ricordata disposizione regolamentare, la cui natura puntuale e immediatamente lesiva revoca in dubbio la sussistenza dell’interesse concreto e attuale alla decisione del ricorso, atteso che, nella migliore delle ipotesi, senza la caducazione del regolamento nei cui confronti non sono mosse specifiche censure, il risultato massimo ottenibile sarebbe l’ampliamento dell’orario di una sola ora, ovvero una diversa distribuzione delle ore di esercizio che, però, non è stata esplicitamente richiesta.

Emerge con evidenza come l’eventuale illegittimità sarebbe, dunque, da ricercare nel regolamento e non anche nell’ordinanza che lo ha attuato, ma l’impugnazione, peraltro non mirata espressamente alla sua caducazione, perché rivolta sempre avverso l’ordinanza, sarebbe comunque tardiva, data l’immediata lesività delle disposizioni.

Anche sotto il profilo della proporzionalità della disposizione rispetto alla necessaria tutela della libertà di iniziativa economica, l’eventuale violazione non si manifesta nell’individuazione degli orari (quelli serali, poi, fissano senz’altro una fascia oraria di sicuro interesse per il gestore), ma nella drastica riduzione delle ore di esercizio che, però, è derivata, come già più sopra evidenziato, dal regolamento, che l’ha stabilita in otto ore giornaliere, ma non è stato tempestivamente ed espressamente impugnato.

Infine, anche la terza censura non appare fondata, atteso che l’adozione di differenti orari in ragione di differenti zone era una possibilità riconosciuta al Sindaco e non un obbligo: possibilità di scarsa rilevanza, considerato che lo scopo principale dell’ordinanza non è quello di garantire l’ordine pubblico, ma la salute, contrastando la ludopatia.

Così respinto il ricorso, le spese del giudizio seguono l’ordinaria regola della soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, che liquida, a favore dell’Amministrazione, nella somma di euro 2.000,00 (duemila/00), oltre ad accessori, se dovuti”.

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