tribunale

Il Consiglio di Stato ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato da una società contro il Comune di Pieve a Nevole (PT) in cui si chiedeva la riforma della sentenza del T.A.R. Toscana che aveva respinto il ricorso proposto dalla società per l’annullamento dell’ordinanza n. 92 in data 30 settembre 2015, con la quale il responsabile SUAP del Comune aveva di cessare immediatamente l’attività di raccolta di gioco lecito (VLT) ex art. 110, comma 6, lett. b), del T.U.L.P.S. nei locali siti nel territorio comunale a causa del mancato rispetto del distanziometro.

“L’ordinanza comunale -in punto di fatta basata sul mancato rispetto della distanza minima di legge da due “luoghi sensibili” identificati con una chiesa cattolica e con un centro socio ricreativo- è stata impugnata dalla società per: 1) incompetenza, violazione e/o falsa applicazione artt. 10, 11, 88, 100 e 110 T.U.L.P.S., art. 153 regolamento esecuzione del T.U.L.P.S., art. 107 T.U.E.L.; 2) violazione e/o falsa applicazione art. 4 legge regionale toscana 18 ottobre 2013, n. 57, artt. 3 e 135 Cod. Strada, artt. 3 e 7 l. 7 agosto 1990, n. 241, d.m. 5.11.2001, d.m. 14.6.1989 n. 236, D.P.R. 24.7.1996 n. 593, art. 136 e 146 l.r. toscana 10 novembre 2014 n. 65, eccesso di potere per illogicità manifesta, carenza dei presupposti, di istruttoria e di motivazione, violazione del principio di affidamento, disparità di trattamento; con il ricorso era altresì richiesto il risarcimento dei danni derivanti dal provvedimento impugnato.

1.3. Entrambi i motivi sono stati reputati infondati.

1.3.1. In riferimento al primo motivo, la motivazione è articolata come segue:

– l’art. 2 della legge regionale 18 ottobre 2013, n. 57 (Disposizioni per il gioco consapevole e per la prevenzione della ludopatia), nel testo vigente ratione temporis, ne ha previsto l’applicabilità ai luoghi pubblici, aperti al pubblico o ai circoli privati <<in cui siano presenti e accessibili gli apparecchi per il gioco lecito di cui all’ articolo 110, comma 6, del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773 (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza)>> (art. 2, lett. b) e c), l.r. 57 del 2013, come modificate dalla l.r. 23 dicembre 2014 n. 85);

– è pertanto infondata la prospettazione della ricorrente tendente a limitare l’applicazione della previsione alle sole autorizzazioni ex art. 86 T.U.L.P.S., essendo la stessa applicabile anche alle autorizzazioni ex art. 88, relative agli apparecchi per il gioco lecito di cui all’ articolo 110, comma 6, del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773 (come quella che ci occupa);

– sussiste perciò una competenza concorrente (con quella facente capo agli organi del Ministero dell’interno) dell’amministrazione comunale in ordine all’applicazione della legge regionale n. 57 del 2013, in quanto prevista dall’art. 13 (che attribuisce ai comuni, nei quali sono ubicati i centri di scommesse e gli spazi per il gioco con vincita in denaro, <<funzioni di vigilanza sull’osservanza dei divieti di cui all’articolo 4>>) e 14 (che attribuisce ai comuni l’esercizio ed una parte preponderante del gettito dei poteri sanzionatori in materia) della l.r. 18 ottobre 2013, n. 57, da reputarsi coerenti con l’attinenza delle previsioni sulle limitazioni territoriali all’insediamento di sale da gioco alla materia del governo del territorio riconosciuta dalla sentenza della Corte Costituzionale 18 luglio 2014, n. 220;

– è infondata la tesi proposta dalla ricorrente circa l’incompetenza del Comune, per due ulteriori ordini di considerazioni:

— a) per effetto di ragioni squisitamente processuali, non avendo la società impugnato la clausola di riserva delle valutazioni dell’amministrazione comunale in ordine all’applicazione dell’art. 4 della legge regionale n. 57 del 2013, apposta all’atto impugnato;

— b) per ragioni sostanziali, non essendo possibile ravvisare nella fattispecie una forma di revoca dell’autorizzazione ex art. 88 T.U.L.P.S. già concessa dalla Questura di Pistoia, “trattandosi dell’autonomo esercizio di poteri inibitori propri dell’Amministrazione comunale riconosciuti dalla legge regionale e dall’assetto concreto dato al rapporto dal provvedimento concessorio non espressamente impugnato.”;

– non sussiste violazione dell’art. art. 107 (in visione coordinata con gli artt. 50, 5° comma, e 54, 1° comma) del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267, non trattandosi dell’esercizio di poteri contingibili e urgenti in materia di sanità o di ordine e sicurezza pubblica, ma di normali poteri gestionali in materia di prevenzione della ludopatia previsti dagli artt. 13 e 14 della l.r. n. 57 del 2013;

– è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della legge regionale 18 ottobre 2013, n. 57, con riferimento alle problematiche originate dall’art. 7, comma 10, del d.l. 13 settembre 2012, n. 158, convertito nella legge 8 novembre 2012, n. 189, sollevata dalla difesa della ricorrente, in relazione alle previsioni dell’art. 117, comma 2, lett. h), e comma 3, della Costituzione, alla stregua di quanto ritenuto dall’ordinanza di rimessione del T.a.r. Puglia, Lecce, sezione I, 23 aprile 2015, n. 2529, riferita ad una legge regionale pugliese che prevede misure sostanzialmente analoghe a quelle previste dalla legge regionale toscana n. 57 del 2013.

1.3.2. In riferimento al secondo motivo, relativo prevalentemente al calcolo delle distanze dell’esercizio della ricorrente dai “luoghi sensibili”, si è rilevato che:

a) non sussiste una norma che imponga all’amministrazione di procedere al calcolo delle distanze in contraddittorio con l’interessato;

b) ai sensi dell’art. 4 della l.r. 18 ottobre 2013, n. 57, la detta distanza deve essere “misurata in base al percorso pedonale più breve” e, quindi, “con riferimento alla segnaletica (soprattutto per quello che riguarda gli attraversamenti pedonali) attualmente esistente, senza possibilità di sollevare le contestazioni mosse da parte ricorrente (non rispondenza degli attraversamenti pedonali attualmente esistenti al codice della strada) che presuppongono la contestazione di attività amministrativa del tutto autonoma (l’apposizione della segnaletica e le relative ordinanze di regolazione del traffico) che non risulta essere stata ritualmente proposta in sede giurisdizionale”;

c) il calcolo delle distanze effettuato dal Settore tecnico manutentivo del Comune di Pieve a Nievole (di cui al verbale 16 luglio 2015) non appare “caratterizzato da errori rilevabili in sede di legittimità”;

d) per quel che riguarda il c.d. centro AUSER, sussisteva, al momento dell’emanazione dell’atto impugnato, una convenzione (quella dd. 3 settembre 2015) relativa alla concessione dell’immobile fino al 31 agosto 2018, che prevedeva in allegato un programma di attività;

e) l’art. 4 della l.r. 18 ottobre 2013, n. 57 non prevede, relativamente ai “centri socio-ricreativi e sportivi”, standard di utilizzazione per un minimo di ore giornaliere, settimanali o mensili, ma solo la sussistenza e l’operatività del centro, “così togliendo ogni rilevanza alle soggettive (e opinabili) valutazioni della ricorrente in ordine alla sostanziale inoperatività della struttura (comunque smentite alla documentazione versata in giudizio dall’Amministrazione comunale)”.

1.4. La sentenza ha inoltre escluso la rilevanza di un “presunto affidamento maturato dalla ricorrente” per i procedimenti edilizi che hanno preceduto l’apertura della sala giochi, in quanto l’attività edilizia è finalizzata ad un’utilizzazione commerciale dell’immobile “che non si esaurisce nella destinazione a sala giochi”.

1.5. Il ricorso è stato perciò respinto, sia quanto all’azione di annullamento che quanto all’azione risarcitoria.

1.5.1. Al rigetto del ricorso della società, è seguita la dichiarazione di improcedibilità per sopravvenuta carenza di interesse del ricorso incidentale presentato dal Comune di Pieve a Nievole, impugnando l’autorizzazione ex art. 88 T.U.L.P.S. (come da provvedimento del 6 luglio 2015, Cat. 11E-2015 P.A.S.I. prot. n. 59/2015 della Questura di Pistoia) rilasciata alla ricorrente e ponendo a base dell’impugnazione l’omessa valutazione da parte della questura delle limitazioni di localizzazione previste dall’art. 4 della l.r. 18 ottobre 2013, n. 57.

1.5.1. La società ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese di lite in favore del Comune di Pieve a Nievole; le spese sono state compensate nei confronti delle amministrazioni statali (Ministero dell’interno e Questura di Pistoia) costituite in giudizio, ma “che non hanno sostanzialmente svolto attività difensiva”.

2. La società ha avanzato appello con cinque motivi.

2.1. Il Ministero dell’interno ha svolto costituzione soltanto formale.

2.2. Si è costituito per resistere al gravame il Comune di Pieve a Nievole.

2.3. Con ordinanza cautelare n. 4077 del 22 settembre 2016 si è dato atto della rinuncia dell’appellante all’istanza cautelare di sospensione dell’esecutività della sentenza appellata.

2.4. Dopo un rinvio dato all’udienza del 9 maggio 2019, su concorde richiesta delle parti, alla pubblica udienza del 10 ottobre 2019 la causa è stata trattenuta in decisione, previo deposito di memorie conclusive e di memorie di replica delle parti.

3. Preliminarmente va detto dell’eccezione del Comune di improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse in quanto la società ricorrente:

– non ha impugnato il decreto di revoca della licenza dell’attività di VLT che il Questore di Pistoia ha emesso in data 15 aprile 2016 dopo la sentenza di primo grado;

– ha dismesso qualsiasi collegamento con i locali di Pieve a Nievole, presso i quali è stata aperta una nuova attività commerciale da parte di diversa società;

– ha omesso di impugnare la sentenza di primo grado nella parte in cui avrebbe rigettato la domanda risarcitoria, che non sarebbe stata nemmeno evocata nella memoria e che sarebbe rimasta del tutto sfornita di prova.

3.1. L’eccezione non merita accoglimento, avuto riguardo al disposto dell’art. 34, comma 3, Cod. proc. amm., avendo la ricorrente riconosciuto di avere cessato l’attività di VLT, ma anche espressamente dichiarato di avere interesse alla decisione ai fini della domanda risarcitoria.

3.1.2. Quanto a quest’ultima, è infondato l’assunto della difesa comunale che la facoltà di proporla sarebbe definitivamente preclusa, perché la ricorrente avrebbe avuto l’onere di impugnare specificamente la pronuncia di rigetto di primo grado, mentre non ha avanzato alcun motivo di appello concernente il risarcimento dei danni.

Orbene, come dedotto dalla società ricorrente, il giudice di primo grado ha ritenuto assorbita la domanda risarcitoria dal rigetto della domanda di annullamento. L’assorbimento è palesato dalla consequenzialità della decisione sull’una domanda rispetto a quella sull’altra, di cui all’ultima parte della motivazione (“Il ricorso deve pertanto essere rigettato, sia per quello che riguarda l’azione di annullamento che per quello che riguarda l’azione risarcitoria”: cfr. pag. 16); la sentenza non contiene alcuna ragione di rigetto specificamente riferita alla domanda di risarcimento dei danni.

Non è condivisibile, al riguardo, l’asserzione dell’appellato che la domanda risarcitoria sarebbe stata rigettata nel merito perché nella sentenza è detto che i danni dei quali con il ricorso introduttivo era chiesto il risarcimento sarebbero stati “non provati o quantificati in qualche modo” (pag. 4 della sentenza): l’espressione ha portata meramente espositiva e non decisoria, in quanto contenuta in un inciso della parte in fatto della motivazione e non ribadita né richiamata nella parte in diritto.

Di conseguenza, l’eventuale accoglimento dell’appello consentirebbe alla società di proporre in separato giudizio la domanda di risarcimento danni, in quanto assorbita in primo grado e non riproposta in appello, perciò da intendersi soltanto rinunciata ai sensi dell’art. 101, comma 2, Cod. proc. amm. (cfr. Cons. Stato, III, 22 agosto 2018, n.5014).

3.2. Né può rilevare, ai fini dell’improcedibilità del ricorso, la revoca sopravvenuta della licenza dell’attività da parte del Questore di Pistoia, in quanto provvedimento consequenziale alla sentenza di primo grado e comunque con efficacia ex nunc, tale da non precludere l’accesso della società all’eventuale autonomo giudizio risarcitorio.

3.3. L’eccezione in rito del Comune di Pieve a Nievole va quindi respinta.

4. Nel merito, col primo motivo di appello (Erronea decisione circa la dedotta “Questione di costituzionalità dell’art. 4 legge regionale toscana 18 ottobre 2013 n. 57 in relazione all’art. 7 comma 10 Decreto Legge n. 158/2012 convertito con L. n. 189/2012 per violazione degli artt. 3, 41, 97 e 117 c. 2 lett. h) e c. 3 Costituzione della Repubblica Italiana”) viene sostanzialmente riproposta la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4 della legge della Regione Toscana n. 57 del 2013, a norma del quale, nel testo applicabile ratione temporis, “E’ vietata l’apertura di sale da gioco e di spazi per il gioco che siano ubicati ad una distanza inferiore a 500 metri, misurata in base al percorso pedonale più breve, da istituti scolastici di qualsiasi grado, luoghi di culto, centri socio-ricreativi e sportivi o strutture residenziali o semiresidenziali operanti in ambito sanitario o socio-assistenziale”. Si richiama allo scopo l’ordinanza di rimessione della questione di legittimità costituzionale di analoga disposizione della legge regionale pugliese da parte del T.a.r. della Puglia – Lecce, n. 2529 in data 23 aprile 2015.

4.1. L’infondatezza della questione di legittimità costituzionale, e quindi del motivo di appello, si desume dalla motivazione della sentenza della Corte Costituzionale dell’11 maggio 2017, n. 108, che ha dichiarato non fondata la questione posta dalla su richiamata ordinanza del Tribunale amministrativo regionale della Puglia, sulla quale è basata la censura dell’appellante.

Nel rinviare integramente alla motivazione della sentenza della Corte Costituzionale, è qui sufficiente riportarne le massime ufficiali n. 40109 e n. 40111, secondo le quali:

È dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 7 della legge reg. Puglia n. 43 del 2013, censurato dal TAR Puglia – in riferimento all’art. 117, secondo comma, lett. h), Cost. – nella parte in cui vieta il rilascio dell’autorizzazione all’esercizio di sale da gioco e all’installazione di apparecchi da gioco nel caso di ubicazione a distanza inferiore a cinquecento metri pedonali dai luoghi c.d. “sensibili” ivi indicati. Lungi dal disciplinare alcuno degli aspetti del gioco d’azzardo ricadenti nella competenza statale esclusiva in materia di “ordine pubblico e sicurezza”, la disposizione censurata persegue in via preminente finalità di carattere socio-sanitario rientranti nella materia di legislazione concorrente “tutela della salute” (art. 117, terzo comma, Cost.), essendo il legislatore regionale intervenuto (con una misura di “prevenzione logistica”) per evitare la prossimità delle sale e degli apparecchi da gioco a luoghi ove si radunano soggetti psicologicamente più esposti all’illusione di conseguire vincite e facili guadagni e al conseguente rischio di cadere vittime della “dipendenza da gioco d’azzardo” o “ludopatia” (disturbo del comportamento assimilabile, per certi versi, alla tossicodipendenza e all’alcoolismo). Né la circostanza che l’autorità comunale, applicando la disposizione censurata, possa inibire l’esercizio di un’attività autorizzata dal questore implica alcuna interferenza con le diverse valutazioni (finalizzate alla prevenzione dei reati e alla tutela dell’ordine pubblico) demandate dal TULPS all’autorità di pubblica sicurezza. (Precedente citato: sentenza n. 300 del 2011). Per costante giurisprudenza, ai fini dell’individuazione della materia nella quale si colloca la norma censurata, si deve tener conto dell’oggetto, della ratio e della finalità della disciplina da essa stabilita, tralasciando gli aspetti marginali e gli effetti riflessi, così da identificare correttamente e compiutamente anche l’interesse tutelato. (Precedenti citati: sentenze n. 175 del 2016, n. 245 del 2015, n. 140 del 2015 e n. 167 del 2014). Nella materia di competenza statale “ordine pubblico e sicurezza” – che attiene alla prevenzione dei reati e al mantenimento dell’ordine pubblico, inteso quale complesso dei beni giuridici fondamentali e degli interessi pubblici primari sui quali si regge la civile convivenza nella comunità nazionale – ricadono gli interventi legislativi volti a contrastare il gioco illegale, a disciplinare direttamente le modalità di installazione e di utilizzo degli apparecchi da gioco leciti e a individuare i giochi leciti; al contrario, la fissazione di distanze minime delle sale da gioco rispetto a luoghi cosiddetti “sensibili” rientra nella materia di legislazione concorrente “tutela della salute”, nella quale la Regione può legiferare rispettando i principi fondamentali della legislazione statale. (Precedenti citati: sentenze n. 72 del 2010 e n. 237 del 2006; sentenze n. 118 del 2013, n. 35 del 2011 e n. 129 del 2009; sentenza n. 300 del 2011);

È dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 7 della legge reg. Puglia n. 43 del 2013, n. 43, censurato dal TAR Puglia – in riferimento all’art. 117, terzo comma, Cost., per violazione del principio fondamentale in materia di “tutela della salute” posto dall’art. 7, comma 10, del d.l. n. 158 del 2012 – nella parte in cui vieta il rilascio dell’autorizzazione all’esercizio di sale da gioco e all’installazione di apparecchi da gioco nel caso di ubicazione a distanza inferiore a cinquecento metri pedonali dai luoghi c.d. “sensibili” ivi indicati. Dalla evocata norma interposta si ricava soltanto il principio della legittimità di interventi di contrasto della ludopatia basati sul rispetto di distanze minime dai luoghi “sensibili”, non anche quello della necessità della previa definizione della pianificazione a livello nazionale (con la partecipazione di plurimi soggetti istituzionali) prefigurata dalla medesima norma statale. Tale pianificazione non è mai avvenuta, non essendo stato emanato il decreto interministeriale che doveva definirne i criteri, e ciò rende l’intero meccanismo inoperante, non potendo ritenersi che la mancanza di detto decreto paralizzi sine die la competenza legislativa regionale. La successiva legislazione statale (artt. 14 della legge n. 23 del 2014 e 1, comma 936, della legge n. 208 del 2015) dimostra che gli enti locali – e, a fortiori, le Regioni tramite lo strumento legislativo – potevano adottare medio tempore discipline regolatrici delle distanze delle sale da gioco dai luoghi “sensibili” pur in assenza della pianificazione prevista dal d.l. n. 158 del 2012, e che i criteri per la dislocazione delle sale da gioco, anche nell’ottica della tutela della salute, non dovevano essere necessariamente fissati in forza del citato art. 7, comma 10. (Precedenti citati: sentenza n. 158 del 2016; sentenza n. 220 del 2014).

4.2. Il primo motivo va quindi respinto.

5. Col secondo motivo (Erronea decisione su questione fondamentale della controversia. Incompetenza. Violazione e/o falsa applicazione artt. 10, 11, 88, 100 e 110 TULPS, art. 153 regolamento esecuzione TULPS, art. 107 TUEL. Eccesso di potere per illogicità manifesta, carenza di potere e dei presupposti, sviamento di potere) l’appellante torna a sostenere che:

– con l’ordinanza dirigenziale impugnata sarebbe stata sostanzialmente annullata l’autorizzazione ex art. 88 T.U.L.P.S. rilasciata dalla Questura di Pistoia;

– l’art. 153 del r.d. 6 maggio 1940, n. 635 (Regolamento per l’esecuzione del T.U.L.P.S.) prevede la possibilità di revocare la licenza “per ragioni di igiene”, da riportarsi alle ragioni di “sanità pubblica”, tra cui la prevenzione della ludopatia, ma soltanto da parte della Questura, come risulterebbe confermato dal richiamo operato nel preambolo della legge regionale n. 57 del 2013 all’art. 5 del d.l. n. 158 del 2012 e all’art. 4, comma 1, lett. c) dello statuto regionale, nonché dal comportamento adottato, nel caso di specie, dal Comune di Pieve a Nievole nei suoi rapporti con la Questura di Pistoia;

– a tale ragionamento non si potrebbe opporre l’art. 13 della legge regionale n. 57 del 2013, che si limiterebbe ad attribuire ai comuni soltanto le funzioni di vigilanza in ordine al rispetto dei requisiti in materia di distanze dai luoghi sensibili per l’esercizio dell’attività in questione, non anche il potere di incidere direttamente sulle autorizzazioni rilasciate ex art. 88 T.U.L.P.S. dal Ministero dell’interno;

– non ha pregio l’argomento della sentenza appellata che fa leva sulla mancata impugnazione della clausola di riserva delle valutazioni dell’amministrazione comunale in ordine all’applicazione dell’art. 4 della legge regionale, in quanto la clausola non conterrebbe alcun riferimento al potere del Comune di intervenire sull’autorizzazione medesima, bensì un mero richiamo al rispetto dei limiti previsti da legge o regolamento, tra cui quelli della legge regionale n. 57 del 2013, come dimostrato -tra l’altro- dalla proposizione del ricorso incidentale da parte del Comune proprio al fine di impugnare la stessa autorizzazione rilasciata dalla Questura ex art. 88 T.U.L.P.S.;

– in aggiunta, l’ordinanza comunale sarebbe stata emessa in violazione dell’art. 107 T.U.E.L., posto che l’adozione di tale provvedimento (comportante esercizio di poteri in materia di salute e pubblica sicurezza) non rientra tra le funzioni delegabili da parte del Sindaco ad un responsabile di un ufficio o di un servizio.

5.1. Il motivo è infondato sotto tutti i profili, atteso che:

– risulta già dal detto pronunciamento della Corte Costituzionale la legittimità dell’attribuzione ai comuni di una competenza “concorrente” con quella delle questure, ai sensi del T.U.L.P.S., dato che la circostanza che “l’autorità comunale, applicando la disposizione censurata, possa inibire l’esercizio di un’attività autorizzata dal questore”, come si legge anche nella massima su riportata, non “implica alcuna interferenza con le diverse valutazioni (finalizzate alla prevenzione dei reati e alla tutela dell’ordine pubblico) demandate dal TULPS all’autorità di pubblica sicurezza” ; come sopra fatto presente, la Corte Costituzionale ha scrutinato e dichiarato costituzionalmente legittima una previsione contenuta nella legge regionale della Puglia 13 dicembre 2013, n. 43 art. 7, che include le sale scommesse ex art. 88 T.U.L.P.S. tra gli esercizi assoggettati ai limiti distanziometrici (“l’esercizio delle sale da gioco e l’installazione di apparecchi da gioco di cui all’articolo 110, comma 6, del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, emanato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, nonché ogni altra tipologia di offerta di gioco con vincita in denaro sono soggetti al regime autorizzatorio previsto dalle norme vigenti”); dinanzi alla Corte Costituzionale era stata sollevata anche la censura concernente la circostanza che la disciplina contenuta nel predetto articolo della legge regionale relativa alle “distanze coinvolgerebbe anche gli esercizi che accettano scommesse, soggetti al controllo dell’autorità di pubblica sicurezza ai sensi dell’art. 88 del TULPS”; la Corte ha, come detto, sostanzialmente disatteso la questione, avuto riguardo al parametro devoluto al proprio giudizio (sussistenza della competenza esclusiva dello Stato in materia di ordine pubblico), ed ha richiamato sia il disposto di cui all’art. 7 comma 10 del decreto legge 13 settembre 2012, n.158 che la successiva disciplina nazionale in materia;

– la legge regionale toscana n. 57 del 2013, nel testo risultante dalle modificazioni apportate con la legge regionale 23 dicembre 2014, n. 85, come bene ricostruita dal primo giudice, ha legiferato in termini tali che gli artt. 2 e 4, nel testo vigente ratione temporis, fissano il limite del divieto della distanza inferiore a 500 metri dai luoghi sensibili, per gli esercizi in cui sono presenti e accessibili “apparecchi per il gioco lecito di cui all’art. 110, comma 6, del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773 (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza)”;

– l’esercizio facente capo alla ricorrente aveva ad oggetto appunto il gioco lecito tramite videoterminali (VLT), ai sensi dell’art. 110, comma 6, lett. b), T.U.L.P.S., sicché il riferimento all’art. 88 contenuto nell’autorizzazione di cui al provvedimento del 6 luglio 2015 non può essere inteso come riguardante la mera attività di raccolta di scommesse, bensì, nel caso di specie, anche l’impiego dei videoterminali, secondo quanto esplicitato nello stesso provvedimento;

– essendo, peraltro, incontestato che la società ricorrente avrebbe dovuto esercitare la detta attività di raccolta di gioco lecito tramite videoterminali, l’avvenuto rilascio dell’autorizzazione del questore non era affatto di ostacolo all’intervento dell’ente comunale, in conformità alla previsione normativa regionale;

– in tale ultimo senso è, oltre alla già citata giurisprudenza costituzionale, l’univoca giurisprudenza amministrativa, che ha ripetutamente evidenziato come si tratti di “titoli che evidentemente sono preordinati al soddisfacimento di interessi diversi. Infatti, mentre l’autorizzazione di polizia mira al contrasto dei fenomeni di criminalità legati al mondo delle scommesse, la S.C.I.A. consente di verificare il rispetto di quegli altri interessi che devono essere tutelati nell’esercizio dell’attività commerciale in questione, tra i quali spicca quello della tutela del consumatore rispetto alla cd. ludopatia” e come “quest’ultimo rappresenta un “motivo imperativo di interesse generale” che giustifica restrizioni all’attività in questione, senza che possa venire in dubbio un eventuale contrasto con la disciplina dell’Unione europea” (così Cons. Stato, IV, 16 giugno 2017, n. 2957, nonché, tra le altre, Cons. Stato, V, 27 giugno 2017, n. 3138, Cons. Stato, IV, 11 ottobre 2018, n. 5846, Cons. Stato, V, 6 settembre 2018, n. 5237) ;

– in tale quadro ordinamentale, il Comune di Pieve a Nievole ha esercitato una competenza riconosciuta agli enti locali dagli artt.13 (che attribuisce ai comuni “funzioni di vigilanza sull’osservanza dei divieti di cui all’art. 4”) e 14 (che attribuisce ai comuni poteri sanzionatori in materia) della legge regionale n. 57 del 2013;

– in merito alla portata di tali disposizioni della disciplina regionale è sufficiente fare rinvio alla motivazione della sentenza gravata, che integramente si conferma, così come si richiama e si conferma quanto all’interpretazione da dare alla clausola di riserva contenuta nell’autorizzazione rilasciata dal Questore di Pistoia, da intendersi riferita appunto al (distinto) esercizio da parte dell’amministrazione comunale dei poteri alla stessa conferiti per assicurare il rispetto delle limitazioni territoriali all’installazione di sale da gioco lecito;

– il provvedimento impugnato, adottato nell’esercizio di detta competenza, quindi non è affatto un provvedimento di secondo grado, di revoca, dell’autorizzazione rilasciata dalla Questura di Pistoia;

– ancora, il provvedimento impugnato, adottato nell’esercizio di detta competenza, non è un’ordinanza contingibile e urgente, né altro tipo di provvedimento la cui emanazione sia riservata al sindaco, ma rientra nei compiti del dirigente o del dipendente investito di funzione apicale, quali delineati dall’art. 107 T.U.E.L. (cfr. Cons. Stato, V, 23 ottobre 2014, n. 5251).

5.2. Il secondo motivo di appello va perciò respinto.

6. Col terzo motivo (Erronea decisione su questione fondamentale della controversia. Violazione dell’art. 2697 codice civile, art. 46, 63 e 64 codice processo amministrativo. Violazione e/o falsa applicazione art. 4 legge regionale toscana 18 ottobre 2013 n. 57, art. 3, 40 e 135 Codice della Strada, art. 3 e 7 legge 7 agosto 1990, n. 241, D.M. 5.11.2001, D.M. 14.6.1989 n. 236, D.P.R. 24.7.1996 n. 503, art. 136 e 146 legge regionale toscana 10 novembre 2014 n. 65, oltre che eccesso di potere sotto vari profili) l’appellante torna a sostenere che:

– alla luce della documentazione prodotta in primo grado dalla società (una relazione tecnica e un articolato “parere legale”, con planimetrie e fotografie dei luoghi di attraversamento pedonale), si evincerebbe come la sala scommesse si trovi a distanza di legge dall’edificio di culto;

– il Comune ha opposto quattro planimetrie di non chiara provenienza, senza allegare fotografie e senza spiegare come abbia calcolato le distanze;

– tale calcolo risulterebbe “a tutt’oggi incomprensibile”, anche perché i documenti prodotti dalla società non sarebbero stati contestati, così come sarebbe incomprensibile come il T.a.r. abbia potuto reputare attendibile la nota della polizia municipale;

– il percorso individuato dalla società appellante sarebbe conforme alla normativa sulla segnaletica stradale, mentre quello indicato dal Comune “mai potrebbe rispettare il Codice della Strada in quanto la segnaletica presente sul medesimo non risulterebbe conforme alla suddetta normativa” (in particolare quanto a “dimensioni strisce, scarsa visibilità, mancanza cartellonistica verticale, etc.”).

6.1. Il motivo non merita favorevole apprezzamento, atteso che:

– l’art. 4, comma 1, della legge regionale n. 57 del 2013 impone di misurare la distanza “in base al percorso pedonale più breve”;

– allo scopo l’amministrazione comunale ha proceduto al sopralluogo del 16 luglio 2015 alla presenza del Comandante della Polizia Municipale, dell’istruttore dell’ufficio SUAP e del funzionario dell’ufficio tecnico, come da relativo verbale prodotto in giudizio con i quattro allegati grafici, che rappresentano i percorsi e le distanze dai luoghi sensibili dell’esercizio della società ricorrente sito in (…), accertate con apposito strumento di misurazione convenzionale;

– le risultanze di tale verbale di sopralluogo (da cui si evince una distanza dal luogo di culto di m. 437,00) sono contestate dalla società ricorrente –mediante “parere legale” e relazione tecnica di parte- sostenendo la non conformità al codice della strada del percorso pedonale preso a parametro di misurazione: va sottolineato che si tratta del percorso pedonale consentito, secondo la segnaletica stradale comunale, alla data della misurazione e che comunque esso è contraddistinto da marciapiedi e attraversamenti pedonali; con la conseguenza che -come già rilevato dalla sentenza di primo grado- la non conformità di questi ultimi alle indicazioni del codice del strada non vale a porre nel nulla la distanza effettiva, quale è possibile percorrere dal luogo di culto per raggiungere la sala giochi; ciò che costituisce l’unico dato rilevante ai fini della ratio del divieto.

6.2. Il terzo motivo va perciò respinto.

7. Col quarto motivo è censurata la decisione di primo grado nella parte concernente il mancato rispetto della distanza della sala giochi dal c.d. centro sociale AUSER.

7.1. Il motivo è improcedibile per carenza di interesse dal momento che, una volta accertato come sopra il mancato rispetto della distanza dalla chiesa cattolica, lo stato dei luoghi è sufficiente a sorreggere l’ordinanza impugnata.

7.2. Per la tale ragione di improcedibilità non merita approfondimento la censura ulteriore -non formulata con l’atto di appello, ma con gli scritti successivi- secondo cui, a dimostrazione dell’illegittimità del comportamento del Comune, vi sarebbe, all’interno del bar denominato “La Pieve” una sala giochi attiva accanto al centro sociale AUSER.

8. Con la memoria conclusiva viene formulata una nuova censura –dichiaratamente riferita ai criteri di misurazione delle distanze dai “luoghi sensibili” – ma sostanzialmente riferibile al vizio di disparità di trattamento, dato che si assume che, medio tempore, il Comune avrebbe consentito ad un’altra società di aprire e mantenere aperto nel territorio comunale un esercizio del tutto analogo a quello della società ricorrente, che non rispetterebbe affatto le distanze di legge, in quanto non sarebbero stati considerati due “obiettivi sensibili” che si trovano a distanza inferiore.

8.1. Anche sulla scorta di tale rilievo viene ribadita la richiesta istruttoria di verificazione o di consulenza tecnica d’ufficio al fine di accertare, nelle forme e secondo criteri di legge, le corrette distanze dell’edificio dove era collocata l’attività dell’appellante e i “luoghi sensibili” dell’epoca.

8.2. La richiesta va disattesa sia in ragione di quanto sopra ritenuto a proposito del terzo e del quarto motivo di appello, sia per la natura vincolata del provvedimento adottato nei confronti della società ricorrente, una volta constatato il mancato rispetto dell’art. 4 della legge regionale n. 57 del 2013, non essendo configurabile il vizio di eccesso di potere quando il termine di raffronto consiste in precedenti atti adottati in violazione di legge (cfr. Cons. Stato, IV, 16 maggio 2013, n. 2678).

9. Col quinto motivo (Erronea o mancata decisione su questione fondamentale della controversia. Violazione e/o falsa applicazione art. 4 legge regionale toscana 18 ottobre 2013 n. 57, art. 7 comma 10 Decreto legge n. 158/2012 convertito in legge con L. n. 189/2012, art. 136 e 146 legge regionale toscana 10 novembre 2014 n. 65, oltre che eccesso di potere sotto vari profili), l’appellante sostiene che il Comune sarebbe stato reso edotto che i lavori oggetto dei vari titoli edilizi relativi all’immobile di via (…) erano preordinati all’apertura della sala scommesse, e ciò anche in ragione delle particolari specifiche tecniche inserite nelle relative pratiche quali richieste dalla normativa di settore, senza che avesse opposto alcunché, laddove invece avrebbe dovuto rilevare immediatamente i motivi ostativi al rilascio dei titoli (tre CILA nelle diverse date indicate in ricorso e il certificato di agibilità dei locali) o comunque all’esecuzione dei lavori programmati, evitando alla società di impegnare notevoli risorse (oltre euro 120.000,00) per avviare l’attività.

9.1. Il motivo è infondato.

Per un verso, non vi è affatto la prova, ed è decisamente contestato dal Comune di Pieve a Nievole, che l’amministrazione comunale fosse stata resa edotta del fatto che le pratiche edilizie avviate riguardo ai locali di via (…) fossero finalizzate all’apertura di una sala giochi (VLT).

Per altro verso, come rilevato dal primo giudice, l’attività edilizia è risultata finalizzata ad un’utilizzazione commerciale dell’immobile e, come opposto dalla difesa comunale, non avrebbe potuto essere vietata, quanto alle opere oggetto di CILA (né quanto all’agibilità dei locali), considerato altresì che in tale sede non è riservata né consentita all’amministrazione comunale alcuna valutazione in merito alla destinazione dei locali all’esercizio di attività soggette a vincoli e limitazioni di diversa natura.

10. In conclusione, l’appello va respinto.

10.1. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo nei rapporti tra l’appellante e il Comune di Pieve a Nievole.

10.2. Sussistono invece giusti motivi di compensazione delle spese del grado tra l’appellante e le amministrazioni dello Stato, difese dall’Avvocatura generale dello Stato, considerata la resistenza opposta solo formalmente anche nel giudizio di appello.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta), definitivamente pronunciando sull’appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna l’appellante al pagamento delle spese processuali, che liquida, in favore del Comune di Pieve a Nievole, nell’importo complessivo di € 5.000,00 (cinquemila/00), oltre accessori come per legge; compensa le spese processuali con le altre parti costituite”.