Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Terza) ha respinto – tramite sentenza – il ricorso presentato contro l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Agenzia delle Dogane – Direzione Interregionale per la Campani e Ministero dell’Economia e delle Finanze in cui si chiedeva l’annullamento, previa adozione delle idonee misure cautelari, della nota dell’Agenzia delle Dogane – DTV Campania e Calabria – Ufficio dei Monopoli per la Campania – Sede di Napoli prot. 15071/RU del 22 marzo 2021, comunicata a mezzo pec, con la quale l’amministrazione resistente dichiarava la “decadenza della concessione della rivendita di generi di monopolio in Acerra (NA)”.

Si legge: “La ricorrente espone di essere concessionaria della licenza per la gestione della rivendita ordinaria di generi di monopolio, sita in Acerra (NA) (…). Aggiunge che con contratto stipulato in data 3.11.2014, diveniva, altresì, concessionaria della ricevitoria lotto con sede di esercizio presso la predetta rivendita.

Espone la ricorrente che con provvedimento prot. n. 67148/RU del 9.10.2020 dell’Ufficio dei Monopoli per la Campania-Sede di Napoli, Sezione Giochi e Tabacchi, notificato in data 14.10.2020, è stata revocata la concessione per la raccolta del gioco del Lotto (…) a causa di gravi irregolarità nella tenuta della contabilità.

Con nota prot. n. 1668/RU del 13.1.2021, notificata in pari data tramite pec, è stata data comunicazione di avvio del procedimento ai sensi dell’art. 7 della L.241/1990 per la decadenza della concessione relativa alla rivendita tabacchi in Acerra (NA).

In data 22.3.2021, l’Ufficio dei Monopoli per la Campania-Sede di Napoli – in virtù del combinato disposto degli artt. 6, 9 e 18 della L.1293/1957, secondo cui non può gestire una rivendita di generi di monopolio chi sia stato rimosso da altre mansioni inerenti i rapporti con l’ADM – ha comunicato, a mezzo pec, il provvedimento con il quale è stata dichiarata la decadenza dalla concessione della rivendita di generi di monopolio in Acerra (NA) a carico della (…).

La ricorrente impugna detto provvedimento, lamentando: Violazione e falsa applicazione degli artt. 6, 13 E 18 legge n. 1293/1957 e artt. 93 E 94 D.P.R. n. 1074 del 14 ottobre 1958. Violazione art. 3 L. N. 241/1990 – difetto di istruttoria e motivazione, eccesso di potere sotto vari profili: contesta in particolare al ricorrente che la revoca della concessione del Lotto possa comportare automaticamente anche la decadenza della concessione ordinaria della rivendita di tabacchi.

Invero, assume che la decadenza automatica della concessione è stabilita espressamente solo per il gioco del Lotto, laddove il titolare abbia perso la titolarità della rivendita di generi di monopolio, e non viceversa; laddove alle concessioni del gioco del Lotto si applicherebbero le norme sulla rivendita di generi di monopolio (nella specie, la L. n. 1293/1957), e non viceversa.

Per cui, seppur vero che in base al combinato disposto dell’art. 6, n. 9, art. 13 e art. 18, della l. n. 1293/57, non può gestire una rivendita di generi di monopolio chi sia stato rimosso da altre mansioni inerenti a rapporti con l’Amministrazione dei monopoli di stato, se non sono decorsi almeno cinque anni dal giorno della rimozione, tuttavia l’assimilazione della rimozione dalle mansioni suindicate – per la perdita delle condizioni soggettive alla revoca della concessione per mancato o ritardato versamento dei proventi del lotto – non potrebbe essere effettuata dalla P.A. in maniera automatica, ma andrebbe valutata in relazione al caso concreto, alla gravità o meno delle infrazioni commesse.

Ciò anche con riferimento alla portata dell’art. 34 della L. n. 1293/1957 che regola la diversa ipotesi della “revoca” della concessione. In altri termini, nella fattispecie un’unica isolata violazione afferente ad un altro e diverso rapporto concessorio (gioco del Lotto) è stata assunta a fondamento, in via del tutto automatica, per la decadenza della diversa concessione della rivendita di tabacchi, quando la norma speciale per le rivendite – specificamente il potere di revoca di cui all’art. 34 – esclude qualsivoglia automatismo.

In via ulteriore, la parte solleva dubbi di legittimità costituzionale degli artt. 6 n.9, 13, 18 e 34 della L.1293/1957 sollevata da parte ricorrente in relazione all’art. 3 della Costituzione per ingiustificata disparità di trattamento, atteso che mentre nel caso di decadenza , nell’interpretazione datane dall’amministrazione e dalla giurisprudenza prevalente, una sola condotta sarebbe idonea a determinare la recisione del rapporto concessorio, nell’ipotesi dell’art. 34 (revoca), una eventuale condotta di disvalore relativamente al rapporto gestorio potrebbe acquisire rilevanza ai fini della risoluzione solo se caratterizzata in termini di abitualità.

Si è costituita in giudizio l’amministrazione intimata, depositando memoria e documenti e contestando la fondatezza della domanda.

Alla odierna udienza in camera di consiglio, tenutasi con modalità da remoto ai sensi dell’art. 25 DL 137/2021, uditi i difensori in videoconferenza, il ricorso è stato trattenuto in decisione, previo avviso di possibile definizione con sentenza in forma semplificata ex art. 60 cpa.

Va preliminarmente dato atto della sussistenza delle condizioni per procedere ad immediata definizione nel merito del presente giudizio, secondo quanto rappresentato alla difesa delle parti, in quanto lo stesso è manifestamente infondato.

La censura relativa alla violazione e falsa applicazione degli artt. 6, 13 E 18 legge n. 1293/1957 e artt. 93 E 94 D.P.R. n. 1074 del 14 ottobre 1958, invero, non coglie nel segno.

Con riferimento alla concessione di generi di monopolio, l’ordinamento prevede due distinte cause di disdetta o revoca.

La prima è contenuta nell’art. 34, n. 9 e n. 10, della legge n. 1293 del 1957 ai sensi del quale la disdetta o revoca avviene in caso di “violazione abituale” o di “violazione persistente” delle norme relative alla gestione ed al funzionamento delle rivendite, al ricorrere degli specifici presupposti ivi stabiliti.

La seconda è contenuta nel combinato disposto degli artt. 6, 13, 18, della medesima legge n. 1293 del 1957. L’art. 18 sancisce che “Alle rivendite si applicano le disposizioni degli artt. 6, 7, 12 e 13”; quindi l’art. 6, n. 9, prevede che “Non può gestire un magazzino chi: […] sia stato rimosso dalla qualifica di gestore, coadiutore o commesso di un magazzino o di una rivendita, ovvero da altre mansioni inerenti a rapporti con l’Amministrazione dei monopoli di Stato, se non siano trascorsi almeno cinque anni dal giorno della rimozione”; infine, l’art. 13 stabilisce che “Il magazziniere decade dalla gestione: a) quando ricorra nei di lui confronti uno dei casi di esclusione previsti dall’art. 6”.

Alla luce del quadro normativo su riferito, la decadenza della titolarità della rivendita ordinaria dei generi di monopolio disposta ai sensi degli artt. 6, 13, 18, della legge n. 1293 del 1957, si pone quale atto conseguenziale rispetto all’atto presupposto rappresentato dalla decadenza della concessione della ricevitoria del gioco del lotto (ricorrendo i presupposti di legge previsti per quest’ultima).

La decadenza dalla concessione del gioco del lotto, che comporta il venire meno del rapporto di fiducia con l’amministrazione, costituisce causa di per sé idonea a recidere anche il rapporto di fiducia in ordine al diverso rapporto relativo alla rivendita e quindi a cagionare la decadenza della titolarità della stessa.

Al riguardo, la perdita del rapporto di servizio con l’amministrazione (nella specie per la decadenza della ricevitoria) comporta la “perdita delle condizioni soggettive della concessione, legittimando, in ragione del venir meno dell’elemento fiduciario, alla revoca del titolo di gestione” (Consiglio di Stato, Sez. IV, 15 settembre 2015, n. 4313).

In altri termini, la decadenza dal primo rapporto nella specie non contestata, comporta, salvo specifiche ragioni contrarie, la decadenza anche dal secondo rapporto, sicché il venire meno della prima concessione determina in modo conseguenziale il venire meno della seconda, e tanto in maniera assolutamente vincolata.

Sulla base di queste diposizioni e del presupposto della revoca della concessione della ricevitoria, l’amministrazione, dopo avere assicurato il contraddittorio procedimentale, ha decretato la decadenza della titolarità della rivendita ordinaria dei generi di monopolio.

Peraltro l’art. 6, punto 9, della legge n. 1293/1957, non attribuisce alcun potere discrezionale all’Amministrazione al fine di valutare le conseguenze del venir meno in capo ad un determinato soggetto dell’altro rapporto inerente l’Amministrazione dei monopoli di Stato, ma determina semplicemente e tassativamente un effetto preclusivo in capo al medesimo soggetto alla gestione di una rivendita di generi di monopolio.

Nello specifico, alla luce del complesso ordito normativo, regolamentare e contrattuale su cui si basa il rapporto concessorio , emerge come il rapporto sottostante alla gestione della rivendita di generi di monopolio sia basato su un regime approntato ad una particolare severità che si fonda sul principio dell’intuitu personae.

Ne deriva che per l’attuale ricorrente l’essere incorsa nella rimozione da altre mansioni inerenti a rapporti con l’Amministrazione (nel caso in esame nella decadenza dalla gestione della ricevitoria del lotto per omessi versamenti del gioco del lotto ) oltre ad essere prevista dalla tassativa preclusione recata dai nn. 6, punto 9, e 13 della citata legge n. 1293/1957, integra una fattispecie di perdita delle condizioni soggettive della concessione stessa, legittimando ulteriormente, in ragione del venir meno dell’elemento fiduciario sotteso al rapporto concessorio, la revoca del titolo di gestione della rivendita.

Parte ricorrente contesta invero l’automatismo di tale conseguenza, rilevando come si sarebbe dovuto compiere un giudizio di proporzionalità con la violazione inerente il rapporto di ricevitoria del gioco del lotto, e spiega censura di illegittimità costituzionale della normativa richiamata, intesa nel senso applicato dalla PA, indicando quale tertium comparationis la normativa sulla revoca della concessione di rivendita tabacchi, che presuppone un accertamento concreto della gravità delle infrazioni commesse.

In proposito , il disposto normativo di cui all’art. 34 della L.1293/1957 regola l’ ipotesi della “revoca” della concessione, e statuisce che “l’Amministrazione può procedere … alla revoca della gestione delle rivendite” al ricorrere di determinate situazioni. Emerge quindi come la revoca della gestione delle rivendite, diversamente dalla decadenza, non si applica in maniera automatica ma è correlata all’esercizio del potere discrezionale della P.A..

Sicché, secondo parte ricorrente – in considerazione del fatto che la decadenza opera per il venir meno dell’elemento fiduciario e, al contempo, anche la normativa in materia di revoca presupporrebbe un’ipotesi di violazione degli obblighi del concessionario che compromettono il rapporto fiduciario – la decadenza, in conformità al disposto costituzionale di cui all’art. 3, dovrebbe anch’essa essere oggetto di discrezionalità dell’amministrazione, e, dunque, di un’adeguata istruttoria per effetto dell’analisi del caso concreto, tenuto conto sia della gravità della violazione in riferimento all’interesse pubblico ed al fondamento del rapporto fiduciario, che della condotta posta in essere dal concessionario relativamente alla gestione della rivendita ordinaria di tabacchi.

Osserva il Collegio come la sovrapposizione tra decadenza e revoca, configurata da parte ricorrente, non coglie nel segno.

Preliminarmente, appare doveroso evidenziare i tratti distintivi dei due istituti presi in esame.

Da un lato, la decadenza, diretta alla rimozione di un precedente atto, consegue al venir meno dei requisiti di idoneità per la costituzione e la permanenza del rapporto, ovvero per l’inadempimento di obblighi imposti dal provvedimento, o, ancora, per il mancato esercizio delle facoltà che derivano dal provvedimento stesso.

D’altra parte, invece, la revoca, codificata dal legislatore del 2005 all’art. 21 quinquies L. 241/1990, è adottata, con effetto ex nunc, per sopravvenuti motivi di pubblico interesse, per mutamento della situazione di fatto, nonché per una nuova valutazione dell’interesse pubblico originario.

Orbene, è di tutta evidenza che gli istituti in commento si fondano su presupposti differenti, laddove soltanto nel caso della revoca, in quanto espressione del potere di autotutela riconosciuto in capo all’amministrazione, ha luogo una nuova ponderazione degli interessi pubblici e/o privati che vengono in rilievo, e non anche nel caso di decadenza dell’atto amministrativo.

Pertanto, se è vero che la decadenza deriva dalla violazione di un diverso rapporto è pur vero che tale violazione consegue da fatti, specificamente indicati, che hanno minato in radice il rapporto fiduciario che intercorre tra l’Agenzia Dogane e Monopoli e il concessionario, precipuamente basato sull’intuitu personae, e dunque, non può che riflettersi anche sulle altre relazioni sussistenti tra le stesse parti.

In tale situazione resta, evidentemente, esclusa la necessità di ogni altra specifica valutazione della condotta tenuta dal soggetto destinatario della revoca della gestione della rivendita di generi di monopolio con riferimento all’altra mansione inerente rapporti con l’Amministrazione dei monopoli di Stato oggetto di revoca –nella specie quella della revoca in capo alla ricorrente della ricevitoria del lotto (cfr. da ultimo Consiglio di Stato – Sezione IV 20/05/2020 n. 3195).

L’amministrazione ha quindi fatto correttamente applicazione delle disposizioni normative disponendo la decadenza della rivendita di monopoli sulla base della decadenza della concessione relativa al gioco del lotto, e la dedotta questione di costituzionalità appare manifestamente infondata.

Per quanto attiene infine la contestazione mossa in relazione al preteso difetto di motivazione, va rilevato come il provvedimento con cui viene disposta la decadenza dalla gestione della rivendita de qua è adeguatamente motivato e reca palese ed esaustiva indicazione dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche che lo hanno determinato, tra cui la precisa indicazione del provvedimento che ha statuito la fattispecie ostativa alla conservazione della gestione della rivendita ordinaria in capo alla ricorrente – prot. n. 67148 del 09/10/2020 – non opposto e dunque consolidatosi.

In conclusione, il ricorso è infondato e va respinto.

In considerazione della natura della controversia, nonché dell’indeterminatezza del valore della causa, le spese di giudizio vengono compensate.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate”.