La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso avverso la sentenza del 30/09/2020 della Corte di Appello di Genova, che confermava la sentenza di condanna nei confronti della ricorrente per il reato di cui all’art. 4, comma 4 bis, L. n.401/1989, pronunciata dal Tribunale di Savona in data 4/2/2016.

Si legge: “Deduce, con il primo motivo, il vizio di violazione di legge ex art. 606, comma primo, lett.b), cod. proc. pen., in relazione agli artt. 49,51,52 e 56 del T.F.U.E., con riferimento all’art. 4 L. 401/1989, ed in relazione agli artt. 4 e 27 Cost. In sintesi, con un primo profilo di censura, la difesa contesta l’affermazione del giudice di seconde cure per cui il centro della (…) era solo apparentemente un centro di elaborazione dati. Richiamata la giurisprudenza inerente i diversi ruoli propri del CTD e del bookmaker, la difesa afferma che il centro della propria assistita era effettivamente, e non solo apparentemente, un centro di elaborazione dati e ciò in quanto la (…)  svolgeva in favore della società (…) sia attività di promozione e commercializzazione, favorendo l’apertura del c.d. “conto-gioco” e creando così un rapporto diretto tra scommettitore e bookmaker, sia attività di c.d. intermediazione telematica, favorendo la raccolta e la trasmissione delle scommesse anonime, cioè delle scommesse dei clienti che non sono titolari di personali conti-gioco. Viene dunque specificato che il bookmaker utilizzava due diversi conti per tenere la contabilità: un conto relativo alle ricariche dei conti-gioco dei giocatori e un diverso conto, denominato “termine virtuale”, rela- tivo alle scommesse anonime. Proprio quest’ultimo sarebbe stato il conto utilizzato dalla cliente rinvenuta all’interno dell’esercizio della (…) in occasione del controllo operato dalla Guardia di Finanza, sul cui esito il giudice di seconde cure avrebbe fondato il proprio giudizio di colpevolezza. Chiarito ciò, con un secondo profilo di censura, la difesa si duole perché la Corte d’Appello, nel ritenere la propria assistita responsabile del reato contestato, non avrebbe adeguatamente valutato le ragioni che hanno determinato il mancato possesso del titolo concessorio da parte della Società (…) e della licenza ex art. 88 T.U.L.P.S da parte della (…).

Nel caso di specie, infatti, il bookmaker comunitario non avrebbe potuto conseguire il titolo concessorio italiano a causa delle limitazioni imposte dalla normativa statale. In particolare, la difesa sottolinea che il bookmaker ha iniziato ad esercitare la propria attività del novembre 2011, pertanto non ha potuto partecipare al c.d. bando Bersani del 2006 – che comunque lo avrebbe costretto a sottostare a clausole assolutamente discriminatorie – e, poiché nel 2011 l’AAMS non ha bandito alcuna gara per il rilascio di nuove concessioni, la (…) e i CTD della cui collaborazione essa si avvaleva per fornire i propri servizi in Italia sarebbero stati costretti a svolgere le loro attività sul territorio italiano in mancanza del titolo concessorio.

Successivamente, il bookmaker comunitario avrebbe autonomamente e legittimamente deciso di non partecipare al c.d. bando Monti del 2012, ritenendo le clausole in esso contenute irragionevoli, discriminatorie e lesive del principio di libera iniziativa economica. La (…), quindi, non avrebbe potuto conseguire la licenza di P.S. in quanto affiliata ad un bookmaker comunitario privo del titolo concessorio italiano a causa di una normativa interna discriminatoria. Per quanto sopra, la difesa invoca la disapplicazione dell’art. 88 T.U.L.P.S. perché, nella misura in cui dispone che l’autorizzazione di polizia può essere concessa solo ai soggetti che abbiano ottenuto le previste concessioni, contrasterebbe con gli artt. 43 e 49 Trat- tato C.E. impedendo ai titolari del c.d. “Sportello Virtuale” di conseguire la licenza di PS qualora essi siano affiliati ad un bookmaker comunitario privo del titolo con- cessorio italiano a causa delle limitazioni imposte dalla normativa statale. La difesa, con un terzo profilo di censura, contesta poi la sussistenza del reato addebitato alla propria assistita affermando che non sussistono motivi all’ini- bizione dell’esercizio dell’attività del bookmaker, e di conseguenza della ricorrente, in quanto la stessa CGUE, con la pronuncia “Biasci” del 13/9/13, avrebbe ricono- sciuto ad un bookmaker comunitario la possibilità di offrire il servizio transfrontaliero “puro”, ossia la possibilità di distribuire in Italia i medesimi servizi di scom- messe che si offrono all’estero per mezzo di cedlintemet point ubicati nello Stato italiano.

A sostegno della propria tesi, la difesa sottolinea che proprio in tale occasione la Corte del Lussemburgo, pur riconoscendo che la necessità per un operatore di disporre sia di una concessione che di un’autorizzazione di polizia per poter accedere al mercato di cui trattasi non è in sé sproporzionata rispetto all’obbiettivo perseguito dal legislatore nazionale, ha affermato che “(…) poiché autorizzazioni di polizia sono rilasciate unicamente ai titolari di una concessione, le irregolarità commesse nell’ambito della procedura di concessione di queste ultime viziano an- che la procedura di rilascio di autorizzazioni di polizia. La mancanza di autorizza- zione di polizia non potrà perciò essere addebitata a soggetti che non siano riusciti a ottenere tali autorizzazioni per il fatto che il rilascio di tale autorizzazione pre- suppone l’attribuzione di una concessione, di cui i detti soggetti non hanno potuto beneficiare in violazione del diritto dell’Unione”. A fortiori la difesa richiama anche la sentenza “Costa-Cifone” del 16/02/2012, con la quale la CGUE ha affermato che qualsiasi ostacolo e/o impedimento posto dalla normativa nazionale a carico del bookmaker comunitario per il conseguimento del titolo concessorio, discrimina au- tomaticamente l’attività dei c.e.d./c.t.d. ad esso affiliati e, dunque, uno Stato membro non può applicare una sanzione penale per il mancato espletamento di una formalità amministrativa qualora l’adempimento di tale formalità venga rifiu- tato o sia reso impossibile dallo Stato membro interessato in violazione del diritto dell’Unione. 2.2. Deduce, con il secondo motivo, il vizio di violazione di legge ex art. 606, comma primo, lett.b), cod. proc. pen., in relazione all’art. 4 L.401/1981 in combinato disposto con l’art 88 T.U.L.P.S. nonché in relazione al D.M. 156/2001, al D. Direttoriale 21 marzo 2006 (così come integrato dal Decreto 25 giugno 2007), all’art. 24, commi 11-26, L.88/2009 e all’art. 2, commi 2 bis e 2 ter, del D.L. 40/2010 (convertito nella L. n.73/2010); deduce, inoltre, i vizi di mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione e mancata assunzione di prova decisiva ex art. 606, comma primo, lett.d) ed e), cod. proc. pen. In sintesi, la difesa ritiene che il bookmaker “(…)” abbia subito una discriminazione per causa dell’art.1, comma 643, L. 190/2014 e dell’art.1, comma 926, L. 208/2015, che, nel settore delle scommesse, avrebbero rispettivamente introdotto e prorogato una sanatoria con finalità solo fiscale, su- bordinando il rilascio del titolo abilitativo per l’attività di gestione e raccolta delle stesse alla compilazione di una dichiarazione di pagamento dell’imposta unica a titolo di emersione della pregressa evasione. La difesa è dell’avviso che una sana- toria siffatta sia lesiva degli artt. 3 Cost., 107 e 109 T.F.U.E. in quanto permette- rebbe la regolarizzazione solo ai soggetti evasori, escludendo, per contro, i sog- getti che l’imposta l’hanno sempre corrisposta.

La (…), infatti, non avrebbe potuto partecipare a detta sanatoria in quanto, avendo sempre adempiuto al versamento dell’imposta unica, non avrebbe avuto alcuna situazione fiscale da regolarizzare. Se dunque detta sanatoria fosse stata aperta anche ai soggetti non evasori, la (…) vi avrebbe potuto partecipare e la (…) avrebbe conseguentemente potuto ottenere la licenza ex art. 88 TULPS. La difesa conclude la doglianza affermando che, in ogni caso, il giudice estensore della sentenza gravata, contestando alla ricorrente il mancato possesso dell’autorizzazione ex art. 88 T.U.L.P.S., sarebbe incorso in un grave travisamento dei fatti in quanto l’attività svolta dalla propria assistita non potrebbe comunque considerarsi abusiva, e quindi illecita ex art. 4 L.401/1989, perché espressamente autorizzata in virtù della comunicazione effettuata alla Questura ai sensi dell’art. 1, comma 644, della legge n.190/2014, che, recependo i dettami della sentenza Biasci emessa dalla CGUE nel 2013, avrebbe consentito ad un rappresentante fi- sico italiano di svolgere attività transfrontaliera per conto di un bookmaker comu- nitario senza necessità di licenza ex art. 88 T.U.L.P.S. 2.3. Deduce, con il terzo motivo, il vizio di violazione di legge ex art. 606, comma primo, lett.b), c), d), cod. proc. pen., in relazione all’art. 4 L. 401/1989. In sintesi, la ricorrente assume che, in ogni caso, non sarebbe configurabile l’elemento soggettivo del reato data la frammentarietà e la caoticità del quadro normativo e giurisprudenziale, che determinerebbero l’inevitabilità dell’ignorantia legis, e ciò specialmente in considerazione del fatto che la (…) aveva superato i controlli diretti a verificare il possesso dei requisiti ex art. 11 T.U.L.P.S. ed aveva ottenuto una pronuncia favorevole sia in sede penale che tributaria, venendosi conseguentemente a sentire legittimata ad esercitare la sua attività lavorativa. 2.4. Deduce, con il quarto ed ultimo motivo, il vizio di mancata assunzione di prova decisiva ex art. 606, comma primo, lett.d), cod. proc. pen., ed il vizio di violazione di legge ex art. 606, comma primo, lett.b), cod. proc. pen., in relazione agli artt. 4 e 27 Cost., e agli artt.49,51,52 e 56 del T.F.U.E con riferimento all’art. 4, comma 4 bis, L.401/1989. In sintesi, si censura l’affermazione con cui la Corte di Appello ha ritenuto inaccoglibili le doglianze difensive in punto di carenze istruttorie. Ad avviso della difesa, infatti, il giudice di seconde cure avrebbe erroneamente escluso l’ammis- sione di prove documentali fondamentali per valutare la posizione del bookmaker con riferimento al “Bando Monti 2012” in quanto atte a dimostrare la discrimina- zione da questi subita. 2.5. Per i motivi sopra sintetizzati, la ricorrente chiede: – in via principale: l’annullamento della sentenza impugnata e, in ogni caso, la disapplicazione degli artt. 88 T.U.L.P.S. e 4 L. 401/1989 perché in contrasto con gli artt. 49 e 56 TFUE, con conseguente assoluzione dell’imputato perché il fatto non sussiste. – in via subordinata: l’assoluzione ex 131 bis, cod. pen., per la particolare tenuità del fatto, anche in considerazione del fatto che la (…) in data 19/02/2016 ha cessato la sua attività.- in via di ulteriore subordine: 1) di sollevare questione di legittimità costituzionale della norma di cui all’art. 1, comma 643, L.190/2014 in relazione agli artt. 3, 4, 10, 11, 13, 15, 23, 25, 41, 43, 53, 79 e 112 della Costituzione, per non aver previsto la possibilità di ottenere un titolo abilitativo anche a coloro che hanno già regolarmente pagato l’imposta unica, e dell’art. 1, comma 644, L.190/2014 per la violazione dell’art. 117 Cost in relazione all’art. 4 prot. 7 CEDU e agli artt. 5 e 6 CEDU; 2) di chiedere alla CGUE se gli articoli 49,56,107 e 109 TFUE ostano a una normativa nazionale come quella introdotta dalla sanatoria fiscale ex legge di stabilità n.190 del 2014, laddove con l’adozione dell’istituto del condono ha dato la possibilità agli evasori di conseguire la “regolarizzazione fiscale” ottenendo la riduzione di un terzo dell’imposta; 3) di chiedere altresì alla CGUE di fornire chiara ed univoca interpretazione degli artt. 49 e 56 TFUE in relazione alla disciplina nazionale in materia di giochi e scommesse. In particolare chiede la formulazione del seguente quesito: se gli artt. 49 e 56 TFUE ostino a una normativa di uno stato membro che prevede: a) il divieto penalmente sanzionato a carico di un soggetto che svolge atti- vità di raccolta e trasmissione di scommesse per conto di un operatore comunitario che è impossibilitato ad acquisire il titolo concessorio a causa: – della mancanza di concessioni, ad oggi scadute e prorogate illegittimamente; – della mancata par- tecipazione alle gare d’appalto del 2006 perché costituitosi in epoca successiva alla pubblicazione del bando; – della mancata partecipazione alla gara di appalto del 2012 a causa della non conformità del regime concessorio interno agli artt. 43 e 49 TCE. b) l’espletamento di gare d’appalto al fine di allineare le concessioni “stori- che” in scadenza al 2012 a quelle dell’ex Bando Bersani aventi termine finale nel 2016; c) la prescrizione inserita nel bando di gara, quale requisito di partecipa- zione, di un fatturato minimo di Euro 2.000.000,00 nell’ultimo biennio escludendo così l’ingresso di nuovi operatori nel mercato italiano delle scommesse; d) la prescrizione contenuta nel bando di gara di un irragionevole corrispet- tivo del c.d. “diritto di gestione” e di esosi costi per l’esercizio della raccolta, tali da non consentire agli operatori comunitari la possibilità di conseguire un risultato economico positivo nella gestione delle scommesse del tutto carente di libertà di autonomia organizzativa e imprenditoriale;e) la prescrizione contenuta nel bando della durata delle concessioni rila- sciate limitata a soli 40 mesi, rispetto ai 6 e 9 anni della durata dei precedenti bandi del 1999 e del 2006; f) la prescrizione, contenuta nell’ultimo bando 2012, di un numero delle concessioni limitato a 2000, incluse i n.671 c.d. “concessionari storici”, che dunque godono di una posizione privilegiata, essendo sul mercato da oltre 17 anni; g) la clausola inserita nello schema della Convenzione all’art. 23, comma 2, che subordina l’ipotesi pattizia della decadenza ad una valutazione discrezionale di AAMS anziché di un’autorità giudiziaria; h) la limitazione in relazione al numero e alle modalità di rilascio del titolo concessorio per lo svolgimento dell’attività di esercizio e raccolta di scommesse c.d. “terrestre” e, in particolare, l’esistenza di un regime concessorio che prevede un numero limitato di titoli concessori per l’esercizio e la raccolta del gioco c.d. “terrestre” (rilasciati attraverso la partecipazione a procedure di evidenza pubblica indette a distanza di 6 o 9 anni) e, al contempo però, introduce la liberalizzazione dell’esercizio della raccolta di scommesse c.d. ” a distanza”; i) la previsione di un titolo autorizzatorio il cui rilascio ex art. 88 T.U.L.P.S. è subordinato al previo ottenimento della concessione; I) l’esistenza di un indirizzo generale di tutela dei titolari di concessioni ri- lasciate in epoca anteriore sulla base di procedura che illegittimamente ha escluso una parte degli operatori e ai quali è stata altresì automaticamente rilasciata l’au- torizzazione per la raccolta “a distanza” (prorogata di diritto dalla Legge comuni- taria n.88/99); m) la presenza di disposizioni che garantiscono di fatto il mantenimento delle posizioni commerciali acquisite al termine di una procedura che illegittima- mente ha escluso una parte degli operatori; n) la fissazione di ipotesi di decadenza della concessione e di incamera- mento di cauzioni di entità molto elevata, tra le quali l’ipotesi che il concessionario gestisca direttamente o indirettamente attività transfrontaliere di gioco assimilabili a quelle oggetto della concessione; o) la presenza di condizioni, clausole e modalità di rilascio di concessione formulate in modo poco chiaro e soggette ad arbitraria interpretazione dell’Ammi- nistrazione pubblica; p) la previsione di un obbligo di cessione a titolo oneroso dell’uso di beni materiali e immateriali di proprietà che costituiscono la rete di gestione e di rac- colta del gioco in caso di cessazione dell’attività per scadenza del termine finale della concessione.- in via istruttoria: chiede l’assunzione di tutti i mezzi istruttori espletati nel corso del dibattimento di primo grado e la rinnovazione dei mezzi istruttori non ammessi nei precedenti gradi di giudizio, con particolare riguardo agli elementi volti a dimostrare la discriminazione subita dal bookmaker con riferimento al Bando Monti e alle Leggi di stabilità del 2015 (L. 190/2014) e 2016 (L.208/2015).

Con una successiva memoria difensiva, tempestivamente depositata a mezzo PEC presso la cancelleria di questa Corte in data 24.07.2021 ed in data 26.07.2021, la ricorrente chiede in primo luogo che sia dichiarata l’intervenuta estinzione del reato per decorso del relativo termine prescrizionale che, a suo av- viso, è da individuare in 6 anni ai sensi dell’art. 157 c.p. In secondo luogo, rinnova la richiesta di rimessione degli atti alla CGUE ex art. 267 TFUE affinché fornisca chiara ed univoca interpretazione degli articoli 49 e 56 TFUE in relazione alla disciplina nazionale in materia di giochi e scommesse, e chiede in particolare la formulazione dei seguenti ulteriori quesiti: a) se, gli artt. 49, 56, 106 TFUE ostino a una normativa nazionale che de- termina la proroga delle vecchie concessioni e degli altri diritti di raccolta rilasciati con bandi di gara o con procedura di sanatoria la cui scadenza era stata fissata per giugno 2016 ; se gli artt. 49, 56 e 106 TFUE ostino a una normativa nazionale che tramite la tecnica dell’affidamento diretto, realizzato per mezzo di un atto di proroga, realizzi un’indebita chiusura del mercato nazionale; se gli artt. 49, 56 e 106 TFUE ostino a una normativa nazionale che, in assenza di un contestuale espletamento di una nuova procedura di gara, autorizzi tutte le concessioni dichia- rate illegittime dalle successive pronunce della CGUE, a operare sul mercato na- zionale, impedendo l’accesso ai nuovi operatori stranieri. b) se gli artt. 49, 56, 107 e 109 TFUE ostino a una normativa nazionale che, in relazione alla Sanatoria Fiscale ex legge di stabilità n.190/2014, attraverso l’adozione dell’istituto del condono, ha previsto la possibilità per gli evasori di con- seguire una regolarizzazione fiscale ma non ha concesso la stessa opportunità a coloro che hanno regolarmente pagato l’imposta. c) se gli artt. 43 e 49 CE ostino a un monopolio relativo a giochi e scom- messe, qualora nello Stato membro di cui trattasi manchi una politica coerente e sistematica di limitazione del gioco d’azzardo, in quanto gli organizzatori in pos- sesso di concessione statale, titolari di imprese private, sollecitano e pubblicizzano la partecipazione ad altri giochi d’azzardo – quali scommesse sportive e lotterie statali – e in quanto è consentito che altri giochi potenzialmente idonei a creare dipendenza in misura uguale o maggiore – quali i giochi con apparecchi automatici – possono essere diffusi in maniera massiccia nel territorio nazionale.d) se gli artt. 49 e 56 TFUE ostino a una normativa di uno Stato membro che non consente ad un operatore comunitario, titolare di una regolare licenza rilasciata dalle autorità pubbliche del proprio Paese di stabilimento, nonché al terzo da quest’ultimo incaricato, la diffusione online dei propri servizi nel territorio di un altro Paese, attraverso un contatto diretto fra il consumatore e l’operatore e at- traverso un possibile controllo fisico, per finalità di pubblica sicurezza, da parte degli intermediari dell’operatore presenti sul territorio.

1. Il ricorso è manifestamente infondato. 2. Occorre preliminarmente affrontare la questione concernente l’asserita prescrizione del reato contestato.

La ricorrente erra nell’individuare in 6 anni il termine di prescrizione del reato a lei addebitato. Ed infatti, ai sensi dell’art. 157 c.p., il reato ex art. 4, comma 4-bis, L.401/1989 è soggetto ad un termine prescrizionale base di 6 anni, aumentato di un quarto ex art. 161, comma secondo, cod. pen., per effetto delle cause interruttive verificatesi nel corso del giudizio. Il reato contestato alla (…), dunque, è soggetto ad un termine prescrizionale complessivo di 7 anni e mezzo e, poiché la data di consumazione è quella del 26 marzo 2014, esso non risulta an- cora prescritto alla data odierna. 3. Tanto premesso, può procedersi alla trattazione congiunta del primo e del quarto motivo di ricorso, attesa l’intima connessione dei profili di doglianza. I motivi sono inammissibili in quanto ripropongono questioni di diritto già costantemente decise dalla giurisprudenza sovranazionale e nazionale in senso opposto rispetto a quanto sostenuto dal ricorrente. Come noto, la normativa amministrativa prevede che le attività di raccolta e di gestione delle scommesse siano esercitabili solo da soggetti che abbiano ottenuto al termine di una pubblica gara una delle concessioni, di cui lo Stato fissa il numero complessivo. I medesimi soggetti debbono ottenere anche un’autorizzazione di polizia che, ai sensi dell’art. 88 T.U.L.P.S., «può essere concessa esclusivamente a soggetti concessionari o autorizzati da parte di Ministeri o altri enti ai quali la legge riserva la facoltà di organizzazione e gestione delle scommesse, nonché a soggetti incaricati dal concessionario o dal titolare di autorizzazione in forza della stessa concessione o autorizzazione». La proposta al pubblico di giochi d’azzardo senza concessione o autorizzazione di polizia è sanzionata penalmente ai sensi dell’art. 4, comma 4 bis, L. 401/1989. 3.1. La questione concernente la compatibilità di tale normativa con gli artt. 49 e 56 TFUE è già stata affrontata e risolta positivamente dalla CGUE, che, interrogata specificatamente sul punto, con la sentenza “Biasci” del 12/09/13, ha espressamente affermato che i principi europei di libertà di stabilimento e libera prestazione dei servizi non ostano a una normativa nazionale, come quella italiana, che, al fine di contrastare la criminalità collegata ai giochi d’azzardo, imponga alle società interessate a esercitare attività collegate ai giochi d’azzardo l’obbligo di ottenere un’autorizzazione di polizia, in aggiunta a una concessione rilasciata dallo Stato al fine di esercitare simili attività, e che limiti il rilascio di siffatta autorizza- zione segnatamente ai richiedenti che già sono in possesso di una simile conces- sione. La Corte di Giustizia è pervenuta a tale conclusione sul rilievo per cui l’ob- biettivo perseguito dalla normativa italiana, attinente alla lotta contro la criminalità collegata ai giochi d’azzardo, è idoneo a giustificare restrizioni alle libertà fonda- mentali, purché tali restrizioni soddisfino il principio di proporzionalità e nella mi- sura in cui i mezzi impiegati siano coerenti e sistematici (punto 23 sentenza Bia- sci). Orbene, rispetto all’obbiettivo perseguito dal legislatore italiano, la CGUE ha ritenuto non sproporzionata in sé la circostanza che un operatore debba disporre sia di una concessione sia di un’autorizzazione di polizia per poter accedere al mercato di cui trattasi (punto 27 sentenza Biasci). Tuttavia – ha proseguito la Corte – poiché le autorizzazioni di polizia sono rilasciate unicamente ai titolari di una concessione, irregolarità commesse nell’ambito della procedura di concessione di queste ultime vizierebbero anche la procedura di rilascio di autorizzazioni di polizia, perciò la mancanza di autorizzazione di P.S. non potrà essere addebitata a soggetti che non siano riusciti a ottenere tali autorizzazioni per il fatto di non aver potuto conseguire l’attribuzione di una concessione in violazione del diritto dell’Unione (punto 28 sentenza Biasci). La stessa Corte, con un precedente arresto (sentenza 16 febbraio 2012, Costa-Cifone, C-72/10 e C-77/10), ha affermato che quando una società estera svolge attività di gestione e raccolta delle scommesse in Italia esclusivamente attraverso CTD – ossia locali aperti al pubblico gestiti da operatori indipendenti contrattualmente legati alla società estera, nei quali gli scommettitori possono concludere scommesse sportive per via telematica accedendo direttamente al server della società ubicata in un altro Stato membro – grava sul bookmaker comunitario l’obbligo di ottenere una concessione per l’esercizio di attività di raccolta e di gestione delle scommesse in Italia, ciò che permetterebbe ai CTD di esercitare le loro attività.

In relazione a tale situazione, la CGUE ha chiarito che, in ossequio agli artt. 43 e 49 CE, non possono essere applicate sanzioni per l’esercizio di un’attività organizzata di raccolta di scommesse senza concessione o autorizzazione di polizia nei confronti di persone legate ad un operatore che era stato escluso da una gara in violazione del diritto dell’Unione.

3.2. Occorre tuttavia segnalare che questa Corte è intervenuta sul tema dell’esercizio abusivo di attività di gioco o scommessa, affermando il principio – ormai largamente consolidato – per cui qualora l’agente non si sia limitato alla mera trasmissione delle scommesse effettuate dai clienti ad un allibratore straniero, ma abbia posto in essere la condotta di cui all’art. 4, comma 4 bis, L. 401/1989 attraverso un’attività di intermediazione e raccolta diretta delle scommesse, rimane escluso ogni profilo discriminatorio nella partecipazione dell’allibratore straniero alle gare, dovendo escludersi la sussistenza di una ipotesi di servizio transfrontaliero “puro” offerto dall’operatore estero, sì che l’attività di esercizio di raccolta di scommesse e la conseguente necessità di titolo autorizzativo vanno individuate direttamente in capo all’operatore italiano (in tal senso, Sez.3, n.55329 del 16/07/2018 – 28/11/2018, Gambuzza, Rv. 275179 – 01; Sez.3, n.889 del 28/06/2017-dep.12/01/2018, Della Mura, Rv 271977-01; Sez.3, n.44381 del 15/09/2016 – dep.20/10/2016, Savastano, Rv.269282-01; Sez.3 n.19248 del 8/03/2012 – dep. 21/05/2012, De Rosa e altro, Rv.252623-01). Pertanto, quando il gestore di un centro scommesse italiano affiliato a un bookmaker straniero mette a disposizione dei clienti il proprio conto-gioco, con- sentendo la giocata senza far risultare chi la abbia realmente effettuata, il suo legame con detto bookmaker diviene irrilevante, configurandosi come una mera occasione per l’esercizio illecito della raccolta di scommesse (Sez.3, n.18590 del 9/01/2019-dep.3/05/2019, § 3.2 del Considerato in diritto). Ciò che si è verificato nel caso di specie. 4. Ed infatti, venendo proprio al caso di specie, la prova dell’illecita attività di intermediazione svolta dalla (…) per conto dell’allibratore straniero risulta pacificamente dalla sentenza impugnata, laddove si dà atto che la Guardia di Finanza, in occasione dell’accertamento operato presso l’esercizio della ricorrente, ha accertato la presenza di un cliente che aveva effettuato una scommessa utilizzando il conto-gioco del gestore del centro scommesse sottoposto a controllo. Del resto, anche dall’atto di impugnazione proposto in sede di legittimità (p.2 e p.23) si ricava che la ricorrente, oltre a svolgere attività di promozione e commercializzazione in favore del bookmaker comunitario – favorendo l’apertura di un “conto-gioco” e creando così un rapporto diretto tra scommettitore e bookmaker – svolgeva anche attività di intermediazione telematica, diretta alla raccolta delle scommesse c.d. anonime, ossia di coloro che non avevano un conto-gioco personale. Conseguentemente, le vicende della (…) e le discriminazioni che questa avrebbe subito in ragione del “bando Monti 2012”, quand’anche accertate, sarebbero del tutto irrilevanti nel caso di specie, in quanto l’attività di esercizio di raccolta di scommesse e la conseguente necessità di titolo autorizzativo vanno individuate direttamente in capo all’operatore italiano. Conferma ciò la circostanza per cui l’attività di intermediazione nella raccolta delle scommesse, oltre a poter configurare reato ex art. 4, comma 4 bis, L.401/1989 – anche quando è posta in essere per conto di un concessionario autorizzato – è espressamente vietata, in ogni sua forma, dall’art.2, comma 5, del regolamento disciplinante le scommesse di cui al D.M. n.111/2006. Dunque, la raccolta di scommesse, anche quando ha luogo mediante strumenti telematici, può avvenire lecitamente solo se posta in essere da parte di soggetti titolari di concessione, non essendo ammesso che soggetti terzi raccolgano le scommesse per conto di concessionari o titolari di reti svolgendo una mera intermediazione (Così, in motivazione, Sez.3, n.889 del 28/06/2017-dep.12/01/2018, Della Mura, §8).

Per quanto sopra, non si ritiene censurabile la sentenza impugnata nella parte in cui, proprio valorizzando l’esito dell’accertamento operato dalla Guardia di Finanza presso l’esercizio della ricorrente, ha confermato la responsabilità penale della (…) per il fatto oggetto di contestazione a prescindere da un’illegit- tima esclusione della (…) dai bandi di gara per il rilascio delle concessioni. 5. Poiché il profilo discriminatorio fatto valere con il primo, il quarto (ed implicitamente anche con il secondo) motivo di ricorso non assume alcun rilievo nel caso di specie, anche la doglianza inerente la mancata assunzione da parte della Corte di Appello dei documenti atti a dimostrare la discriminazione subita dal bookmaker si presenta inammissibile per mancanza del carattere di decisività della prova. In tema di ricorso per cassazione, infatti, deve ritenersi “decisiva”, secondo la previsione dell’art. 606, comma primo, lett. d), cod. proc. pen., la prova che, confrontata con le argomentazioni contenute nella motivazione, si riveli tale che, I 12 rr ove esperita, avrebbe sicuramente determinato una diversa pronuncia ovvero quella che, non assunta o non valutata, vizia la sentenza intaccandone la struttura portante (Sez. 3, n. 9878 del 21/01/2020 – dep. 12/03/2020, R.,Rv. 278670 – 01). 6. Anche il secondo motivo di ricorso non supera il vaglio di ammissibilità. Per i motivi sopra già esplicitati, non assume alcun rilievo nel caso di specie la discriminazione che il bookmaker maltese avrebbe subito per causa della sana- toria introdotta dall’art. 1, comma 643, L. 190/2014 e prorogata dall’art. 1, comma 926, L. 208/2015. Del resto, non è nemmeno condivisibile l’asserzione difensiva per cui, in ogni caso, l’attività svolta dalla (…) dovrebbe ritenersi lecita, in quanto auto- rizzata ex art. 1, comma 644, L.190/2014. A tal riguardo, la giurisprudenza di legittimità è ferma del ritenere che la sottoposizione dell’operatore al regime pre- visto dall’art. 1, comma 644, L.190/2014 non esplica alcun effetto sanante sull’il- lecito penale (Sez.3, n.13269 del 25/02/2021 – dep. 9 aprile 2021, Scarci, §12 del Considerato in diritto; Id., Sez.3, n.18498 del 25/01/2017- dep.13/04/2017, Arnnenio, Rv. 269694; Id., Sez.3, n.45488 del 15/09/2016 – dep. 28/10/2016, Ragone). 6.1. Ciò, d’altronde, si ricava dallo stesso tenore letterale della norma in quetsione: l’art. 1, comma 644, L.190/2014, infatti, si riferisce proprio ai soggetti che non aderiscono alla sanatoria di cui la precedente comma e a quelli che, pur avendovi aderito, ne sono decaduti. Nei confronti di tali categorie di soggetti, il comma 644, lungi dal sancire la sopravvenuta inutilità dei titoli concessori, fa espressamente salva l’applicazione della norma penale di cui all’art. 4, comma 4 bis, L. 401/1989 e configura una serie di obblighi e divieti specificatamente san- zionati in via amministrativa, tra cui, alla lett. e), l’obbligo di comunicare al Que- store territorialmente competente i propri dati anagrafici e l’esistenza dell’attività di raccolta di gioco con vincita in denaro. Ne consegue che, l’attività dei soggetti di cui al richiamato comma 644 – fra i quali rientra l’odierna ricorrente – non può essere ritenuta consentita perché si tratta di un’attività che, a differenza di quella svolta dai soggetti che hanno aderito al regime di regolarizzazione di cui al comma 643, non è stata sottoposta ad alcuna sanatoria, essendo ogni efficacia sanante espressamente esclusa dalla stessa formulazione del comma 644, il quale prevede – come visto – la persistente illiceità penale dell’attività in questione (così, Sez.3, n.34815 del 20/01/2017- dep.17/07/2017, Vitiello, §4.3; Id., Sez. 3, n. 18498 del 25/01/2017 – dep.13/04/2017, Armenio, Rv. 269694 – 01; Id., Sez. 3, n. 30994 del 5/04/2016 – dep.20/07/2016, Cautillo). 6.2. Per quanto sopra, non si ritiene manifestamente illogica la sentenza impugnata nel passaggio in cui ha confermato la responsabilità della ricorrente a prescindere dalla sua adesione alla procedura ex art.1, comma 644 L.190/2015. Come già chiarito, infatti, né l’asserita illegittima esclusione della (…) dalla sanatoria di cui all’art. 1, comma 643, L. 190/2015 né la comu- nicazione che, ai sensi dell’art. 1, comma 644, L.190/2015, la (…) ha trasmesso al Questore in ordine all’attività svolta, costituiscono elementi idonei ad escludere la rilevanza penale della condotta contestata alla ricorrente. 7. Anche il terzo motivo di ricorso non supera il vaglio di ammissibilità. È insegnamento costante della Corte di Cassazione quello per cui il “dovere di informazione”, attraverso l’espletamento di qualsiasi utile accertamento per conseguire la conoscenza della legislazione vigente in materia, è particolarmente rigoroso per coloro che svolgono professionalmente una determinata attività, i quali dunque rispondono dell’illecito anche in virtù di una culpa levis nello svolgi- mento dell’indagine giuridica. Per l’affermazione della scusabilità dell’ignoranza occorre dunque che da un comportamento positivo degli organi amministrativi o da un complessivo pacifico orientamento giurisprudenziale, l’agente abbia tratto il convincimento della correttezza dell’interpretazione normativa e, conseguente- mente, della liceità del comportamento tenuto (per tutte: S.U., n.854 del 10/06/1994 – dep. 18/07/1994, P.G. in proc. Calzetta, Rv.197885). Conseguentemente, grava su chi intende svolgere un’attività commerciale l’obbligo di acquisire preventivamente conoscenza della normativa applicabile in quel settore, sicché, qualora deduca la propria buona fede, non può limitarsi ad affermare l’incertezza derivante da contrastanti orientamenti giurisprudenziali nell’interpretazione e nell’applicazione della norma, la quale non abilita da sola ad invocare la condizione soggettiva d’ignoranza evitabile della legge penale. Piutto- sto, il dubbio sulla liceità o meno della condotta deve indurre il soggetto ad un atteggiamento più attento fino cioè, secondo quanto affermato dalla sent. n.364 del 1988 della Corte Costituzionale, all’astensione dall’azione se, nonostante tutte le informazioni assunte, permanga incertezza sulla liceità o meno dell’azione stessa, dato che il dubbio, non essendo equiparabile allo stato d’inevitabile ed invincibile ignoranza, è inidoneo ad escludere la consapevolezza dell’illiceità (Sez. 2, n. 46669 del 13/11/11, P.G. in proc. De Marsi, Rv.252197).7.1. Venendo al caso di specie, come già si è avuto modo di esplicitare, la giurisprudenza di legittimità è ferma nel ritenere che, in caso di attività di inter- mediazione e raccolta diretta delle scommesse per conto di un allibratore stra- niero, la necessità di titolo autorizzativo va individuata direttamente in capo all’operatore italiano e la sottoposizione dell’operatore al regime previsto dall’art. 1, comma 644 L.190/2014 non esplica alcun effetto sanante sull’illecito penale di cui all’art. 4, comma 4 bis, L.401/89. La Corte di Appello, dunque, ha correttamente ritenuto che l’imputata non versasse in una situazione di ignoranza inevitabile anche perché, quand’anche fosse rimasto in capo alla ricorrente qualche dubbio in ordine ai titoli necessari per lo svolgimento della propria attività, gravava comunque sulla stessa, in veste di soggetto che svolge professionalmente un’attività commerciale, l’obbligo rigoroso di informazione.

8. In relazione alle questioni pregiudiziali (ed a quelle di costituzionalità) prospettate dalla difesa, si rileva quanto segue. Ai sensi dell’art. 267 T.F.U.E., come interpretato dalla Corte di Giustizia, “una giurisdizione le cui decisioni non sono impugnabili secondo l’ordinamento in- terno è tenuta, qualora una questione di diritto comunitario si ponga dinanzi ad essa, ad adempiere il suo obbligo di rinvio, salvo che non abbia constatato che la questione non è pertinente, o che la disposizione comunitaria di cui è causa ha già costituito oggetto di interpretazione da parte della Corte, ovvero che la corretta applicazione del diritto comunitario si impone con tale evidenza da non lasciar adito a ragionevoli dubbi” (CGUE, 6 ottobre 1982, Cilfit, C-283/81). Ciò posto, non può non rilevarsi che le questioni pregiudiziali proposte dalla ricorrente attengono alla legittimità euro-unitaria della disciplina nazionale in ma- teria di giochi e scommesse rispetto alla posizione del bookmaker maltese (…). Tuttavia nel caso di specie, come già chiarito, l’attività di esercizio di raccolta di scommesse e la conseguente necessità di titolo autorizzativo vanno individuate direttamente in capo all’operatore italiano, la ricorrente (…), a nulla rilevando le vicende della società (…) e le discriminazioni da essa asseritamente subite per causa del c.d. “decreto Bersani”, del c.d. “decreto Monti” e della sanatoria introdotta dalla Legge di stabilità 2015, prorogata dalla Legge di stabilità 2016. Conseguentemente le questioni proposte appaiono prive del carattere della “rilevanza” rispetto alla risoluzione del caso concreto dal momento che il loro esito non inciderebbe in alcun modo sul giudizio di colpevolezza della ricorrente per il reato oggetto di contestazione. Ciò preclude, parimenti, ogni valutazione finalizzata a sottoporre allo scrutinio di costituzionalità le norme denunciate, difettando il requisito della rilevanza nel giudizio a quo. 8.1. Non solo, dall’odierno ricorso (p.2) si ricava che la (…), a partire dal 19/2/2016, ha cessato la sua attività professionale. Le questioni pregiudiziali prospettate dalla ricorrente, dunque, oltre a non poter in nessun caso incidere sulla posizione della (…) rispetto al reato contestato, attengono ad un settore dal quale ella si è ormai professionalmente allontanata.

Tali circostanze conducono ad un giudizio di inammissibilità delle questioni prospettate, per carenza di un interesse concreto ed attuale ad impugnare. Ai sensi dell’art. 568, comma 4, c.p., infatti, perché l’impugnazione sia ammissibile è necessario che la parte abbia interesse ad impugnare; sul punto la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che « In tema di impugnazioni, il ricono- scimento del diritto al gravame è subordinato alla presenza di un interesse imme- diato, concreto ed attuale a rimuovere una situazione di svantaggio processuale derivante da una decisione giudiziale di cui si contesta la correttezza e a conse- guire un’utilità, ossia una decisione dalla quale derivi per il ricorrente un risultato più vantaggioso» (Sez. 1, n. 8763 del 25/11/2016 – dep. 22/02/2017, Attanasio, Rv. 269199 – 01). 9. Quanto sopra, pertanto, se da un lato esclude qualsivoglia necessità di rimessione alla Corte di Giustizia ai sensi dell’art. 268 TFUE (attesa la presenza di reiterate pronunce della medesima Corte di Giustizia intervenuta a chiarire in più occasioni i profili di legittimità-illegittimità dei bandi susseguitisi, ossia il c.d. bando Bersani ed il c.d. Bando Monti), vi è la considerazione assorbente e tranchant per cui, in presenza di una declaratoria di inammissibilità del ricorso per cassazione, non è accoglibile la richiesta di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia in quanto viene in rilievo un difetto di rilevanza della questione, potendo infatti il giudice unionale rifiutarsi di statuire su domande in via pregiudiziale se è manifesto che l’interpretazione richiesta non ha rapporto con l’effettività o l’oggetto del giudizio principale (Cass. civ., Sez. U, n. 10107 del 16/04/2021, Rv. 661209 – 02). Trattasi, quest’ultima, di giurisprudenza che, sebbene espressione di un orientamento formatosi nella giurisprudenza di legittimità civilistica, ben può es- sere applicata per identità di ratio anche nel parallelo giudizio di legittimità in sede penale, soprattutto alla luce della più recente giurisprudenza della Corte di Giusti- zia che (sebbene sopravvenuta alla decisione del presente ricorso, ma nelle more 16 i, della stesura della decisione) ha affermato, per quanto qui di interesse, che “l’articolo 267 TFUE deve essere interpretato nel senso che un giudice nazionale av- verso le cui decisioni non possa proporsi ricorso giurisdizionale di diritto interno deve adempiere il proprio obbligo di sottoporre alla Corte una questione relativa all’interpretazione del diritto dell’Unione sollevata dinanzi ad esso, a meno che constati che tale questione non è rilevante o che la disposizione di diritto dell’Unione di cui trattasi è già stata oggetto d’interpretazione da parte della Corte o che la corretta interpretazione del diritto dell’Unione s’impone con tale evidenza da non lasciare adito a ragionevoli dubbi” (Corte giust. UE, 6 ottobre 2021, C-561/19, Consorzio Italian Management, Catania Multiservizi S.p.A. c. Rete Fer- roviaria Italiana S.p.A.). 10.

Infine, anche le richieste di assoluzione e le richieste istruttorie avanzate dalla difesa non meritano accoglimento, in quanto di per sé stesse incompatibili con il Giudizio di legittimità.

11. Per quanto riguarda la richiesta declaratoria di non punibilità per particolare tenuità del fatto ex art. 131 bis cod. pen., occorre segnalare che tale questione non risulta essere stata dedotta dalla ricorrente nel precedente grado di giudizio. Nella giurisprudenza di legittimità si ravvisa un contrasto in ordine alla deducibilità della questione, per la prima volta, in sede di legittimità. Secondo un primo orientamento, infatti, la causa di esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto, ex art. 131-bis cod. pen., non può essere dedotta per la prima volta in Cassazione, se tale disposizione era già in vigore alla data della deliberazione della sentenza di appello, ostandovi la previsione di cui all’art. 606, comma 3, cod. proc. pen. (tra le altre, Sez. 3, n. 23174 del 21/03/2018 – dep. 23/05/2018, Sarr, Rv. 272789 – 01); un diverso orientamento, invece, ritiene che detta causa di esclusione della punibilità, nel giudizio di legittimità, può essere rilevata d’ufficio, in presenza di un ricorso ammissibile, anche se non dedotta nel corso del giudizio di appello pendente alla data di entrata in vigore della norma, a condizione che i presupposti per la sua applicazione siano immediatamente rileva- bili dagli atti e non siano necessari ulteriori accertamenti fattuali a tal fine (tra le altre, Sez. 6, n. 7606 del 16/12/2016 – dep. 17/02/2017, Curia e altro, Rv. 269164 – 01). il 11.1. A prescindere da tale contrasto interno, non può non rilevarsi che il ricorso, per le ragioni sopra esplicitate, si presenta manifestamente infondato, né si ravvisano ictu ocull i presupposti per l’applicazione dell’istituto. Ai fini dell’applicabilità dell’art. 131 bis, cod. pen., infatti, non assume alcun valore l’avvenuta cessazione dell’attività illecita da parte della ricorrente. Piuttosto, la circostanza evidenziata dalla sentenza impugnata, per cui al momento dell’accertamento l’attività non autorizzata era in corso da almeno due anni, non- ché la ripetitività dei profitti illeciti caratteristici della condotta contestata, sarebbero stati ostativi in ogni caso al riconoscimento della non punibilità ex art. 131- bis, cod. pen. Pertanto, quand’anche si fosse ritenuta rilevabile d’ufficio la questione dell’applicabilità della predetta causa speciale di non punibilità (sul presupposto, nella specie, mancante dell’ammissibilità del ricorso), in ogni caso la richiesta non avrebbe potuto essere accolta ostandovi al riconoscimento quanto supra evidenziato”.