La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso contro la sentenza con cui la Corte d’appello di Messina aveva confermato la sentenza del Tribunale di Patti con la quale un uomo era stato condannato, alla pena sospesa di mesi quattro di reclusione, per il delitto di cui all’art. 4, comma 1 e 4 bis legge 13 dicembre 1989, n. 401, quale titolare di un internet point sito in provincia, per aver esercitato, senza l’autorizzazione di cui all’art. 88 TULPS, attività di raccolta scommesse.

Si legge: “Il ricorso è inammissibile per la prospettazione di un motivo privo della necessaria critica censoria alla sentenza impugnata e come tale è inammissibile per difetto di specificità estrinseca. Sotto un primo profilo, il ricorrente si limita a riportare l’evoluzione della giurisprudenza comunitaria nella materia e a descrivere, in particolare, l’evoluzione di questa sotto il profilo della ritenuta discriminazione perpetrata al ricorrente nel diniego di autorizzazione ex art. 88 Tulps, diniego per effetto della mancata concessione in capo al (…), dunque, avente carattere discriminatorio, senza confrontarsi con la ratio decisoria che, sulla scorta dei dati probatori, aveva ritenuto la gestione di un’attività di raccolta e gestione delle scommesse in proprio (cfr. pag. 3- 4). La censura non si confronta minimamente con le ragioni sottese al provvedimento impugnato.

La Corte d’appello in continuità con quanto accertato dal Tribunale, aveva osservato che, nel caso in esame, era svolta un’attività di raccolta e gestione delle scommesse da parte dell’imputato, deponendo in tal senso una pluralità di elementi indiziari convergenti e segnatamente la presenza di ricevute di cinque distinte scommesse che riportavano il codice conto dell’imputato, le dichiarazioni di un avventore che aveva riferito di recarsi per le giocate presso il centro scommesse dell’imputato e di non avere un conto gioco, elementi da cui ha tratto la conclusione che l’imputato svolgesse non una mera attività di intermediazione attraverso la mera messa a disposizione del supporto tecnico on line della giocata e con gestione della scommessa da parte della società estera (cfr. pag. 3), bensì una vera a propria attività di raccolta di scommesse per la quale non aveva l’autorizzazione ex art. 88 TULPS. Dunque, la corte territoriale ha ritenuto configurato il reato nei confronti del ricorrente il quale non svolgeva la mera attività di ausilio tecnico, trasmissione dati all’operatore straniero, ma esercitava in prima persona una vera e propria attività di intermediazione e raccolta delle scommesse e l’ha congruamente argomentata. È di tutta evidenza che non rilevi nel caso in esame, la questione della disapplicazione della norma penale interna per effetto della discriminazione perpetrata nei confronti dell’operatore interno che, intendendo esercitare l’attività di cui all’art.4 cit, e richiesta l’autorizzazione ex art. 88 Tulps, ha ricevuto il diniego di autorizzazione motivato sulla mancanza di concessione in capo alla società estera illegittimamente discriminata dal bando. In presenza di svolgimento di un’attività di intermediazione come tale punibile ex art. 4 cit., non assume alcun rilievo l’indagine sulla discriminazione perpetrata che richiede la dimostrazione che vi sia una mera attività di raccolta e trasmissione di dati, situazione esclusa dai giudici del merito. La censura che sollecita la disapplicazione della disciplina domestica per incompatibilità con quella comunitaria è dunque manifestamente infondata.

Il ricorso che non si confronta con la decisione di condanna e con l’affermazione dello svolgimento di una vera e propria attività di intermediazione e raccolta delle scommesse come tale integrante la fattispecie di cui all’art. 4 cit. e il ricorso, connotato da aspecificità, è inammissibile.

Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese processuali ai sensi dell’art. 616 cod.proc.pen. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende”.